Il resto tutte chiacchiere
Invece di chiacchierare su Silvio, Massimo, Gianfranco e Pierqualcosa, andiamo a vedere le determinanti finanziarie e economiche di questo periodo. Se, negli USA, la correzione operata dopo la crisi finanziaria dei subprime dovesse rimanere stabile, e quindi manifestarsi anche nelle altre partite contabili e nei comportamenti dei consumatori, il risparmio privato statunitense dovrebbe arrivare, secondo uno studio dei Servizi francesi, all’8-9%, cioè 6-7 punti in più rispetto a quello che aveva caratterizzato l’inizio della crisi del 2008. Quindi, d’ora in poi il risparmio che genera pensioni, in USA, dovrebbe essere costituito senza grossi effetti di cosmetica finanziaria. Perciò è ancora probabile una rivalutazione del Dollaro rispetto all’Euro, il primo sottovalutato e il secondo artificialmente sopravvalutato.
Gli USA hanno deprezzato, quindici anni fa, il Dollaro per accelerare la loro crescita potenziale e per rendere, nello stesso momento, accettabile agli investitori internazionali l’acquisto di titoli denominati in dollari, visto che il basso tasso della divisa USA limitava, agli occhi dei mercati, il rischio di deprezzamento. Ora si prepara una nuova fase, nella quale il Dollaro USA si riequilibrerà rispetto all’Euro, che tenderà al ribasso.
La crisi di Dubai sarà gestita da un pool di banche britanniche, europee e USA. Quindi la carta immessa sul mercato per allungare i crediti (si tratta di oltre 13, 6 miliardi di USD) dovrà essere digerita a lungo nel circuito finanziario internazionale. Lehman Bros. nel 2008 è ricorsa all’art.11 per 613 miliardi di USD, con 155 miliardi in debiti su titoli, e riserve interne per 639 miliardi di USD.
Se la Cina entra del tutto nel gioco finanziario internazionale post-2008, allora la questione, almeno sul piano globale, è risolta. Pechino vuole essere la “fabbrica del mondo” (ricordate Lin Biao, nel 1966, quando parlava delle campagne del mondo contro le metropoli del mondo?) e non può fare altrimenti, con un miliardo di bocche da sfamare e un subcontinente da industrializzare. Se non fa così, ripete l’errore dei “revisionisti” sovietici: volevano il confronto con “l’imperialismo”, speravano di invadere l’Europa occidentale, ma la guerra fredda non potevano che perderla. Pechino vuole industrializzare il Paese senza affamarlo troppo, e per questo si è aperto con prudenza al mercato-mondo. Se salta la sinergia tra questi due obiettivi, il progetto delle “Tre Armonie” di Hu Jintao annichilisce. Il partito comunista cinese ha letto Sun Tzu e quindi non vuole l’ascensione agli estremi della tensione, ma vincere nella “battaglia perfetta”, come diceva il sapiente guerriero del V secolo a.C., quella che si risolve senza iniziare gli scontri. Quindi Pechino si farà pagare dagli imperialisti la stabilizzazione dei suoi mercati interni e l’innovazione tecnologica. Ma i cinesi non sono fessi: mantengono un’economia di esportazione basata su una parità col Dollaro USA che può oscillare, dal Luglio 2005, in una fascia ristretta pari allo 0,3% della valuta di riferimento. E, soprattutto, mantengono un mercato interno autonomo rispetto al regime dei cambi internazionali, una protezione delle valute che ha sostituito la protezione dei mercati, che oggi non è più possibile. Quando il mercato interno avrà sostituito l’economia export-led, almeno per dimensioni e tasso di crescita stabile, la Cina smetterà di essere la “fabbrica del mondo” o, meglio, venderà a noi quei beni alto di gamma che noi gli abbiamo trasferito in questi anni. E lo farà senza sconti e gestendo cinicamente un “mercato del venditore”.
L’alternativa potrebbe essere lo sviluppo manifatturiero della Federazione Russa, ma il sistema politico russo si è seduto sulle rendite petrolifere e di gas naturale, che dovrebbero durare a questi ritmi fino al 2044, e ha equilibri demografici e geopolitici tali da non permettere (come invece è accaduto alla Cina delle Quattro Modernizzazioni di Zhou Enlai e di Deng Xiaoping) di aprirsi al mercato-mondo senza destabilizzare il potere del partito-stato.
Ma se il mercato dei consumatori USA, il più grande del globo, cade, allora il sistema si accartoccia su se stesso. Se la FED americana dovesse produrre ancora carta moneta out of the thin air, come si dice, allora la Cina non potrebbe non accettarla, pur riservandosi il mercato dell’Euro, meno invaso da carta straccia, per evitare di importare troppa inflazione americana. L’UE conta per il 20% dell’import-export globale, il più grande mercato del mondo, ma gli USA sono il quarto esportatore nel globo. Se a Pechino, invece, intendono giocare l’ultima partita di poker con gli USA, non possono non accettare la loro toilet paper, ma facendo finta che sia uno di quei pensierini saggi che si trovano, arrotolati, in certi piatti cinesi.
Gli USA dovrebbero subire una crisi temporanea nella seconda metà del 2010, come ci riferiscono le analisi della UBS zurighese. L’indice Standard & Poor delle borse USA è salito del 25% dall’inizio di quest’anno, ma il tasso di crescita dei titoli è stato largamente superato da quello dell’oro. Peraltro, i guadagni di borsa studiati da S&P erano al di sotto del tasso di inflazione ufficiale.
Il total return degli investimenti è oggi, negli USA (tolto il costo dell’inflazione) il 25% in meno di quello precedente alla crisi dei subprime. Il debito pubblico USA, che il CIA World Factbook valuta al 35,7% del PIL, sarà la vera bomba finanziaria prossima ventura. Secondo gli studi della Societè Générale du Belgique, nei prossimi due anni il debito pubblico dovrebbe arrivare al 105% in Gran Bretagna, addirittura al 125% negli USA, dopo l’arrivo in carico delle spese per sostenere il sistema finanziario, una cifra simile nell’UE (e questo inibirà ogni possibilità di concorrenza commerciale tra UE e USA) e, addirittura, del 270% in Giappone.
Allora, sarà non del tutto improbabile la scelta che è stata ipotizzata nell’ultima riunione del Bildeberg ad Atene: il dumping del Dollaro. È quindi possibile anche uno scenario opposto a quello che abbiamo ipotizzato all’inizio: la vendita al ribasso del dollaro che, naturalmente, non piace affatto alla Cina, alla Russia, e certo nemmeno ai paesi del Golfo. Se questa scelta si facesse avanti, allora il G20 potrebbe ricostruire, dopo che il Dollaro USA ha assorbito tutti i debiti che poteva acquisire, un sistema monetario ex novo, meno legato alla divisa americana. Ma la Cina, la Russia e alcuni Paesi europei non sono d’accordo, come è facile immaginare.
E qui arriviamo alla questione cruciale: per finanziare l’extra deficit successivo alla crisi subprime, tutti i governi della UE sono ricorsi al mercato dei bonds. Ovvero hanno emesso titoli sovrani. La Germania, il mercato leader dei titoli di Stato UE, ha visto cadere il rendimento e le richieste del “Bund” a dieci anni sotto il 3%. Spagna e Belgio hanno annullato le loro vendite di titoli per mancanza di clienti. L’Italia ce l’ha fatta, per ora. Dubai no, perché ha “preso” soldi dai mercati, 80 miliardi di USD, a quattro anni in una fase di crescita delle riserve interne, dovuta all’aumento dei prezzi petroliferi. Siccome anche l’Italia è legata alle oscillazioni dei prezzi degli idrocarburi e vende il suo export in aree petrolifere, sarà bene pensarci prima. La chiave è, per ora, evitare ogni e qualsiasi crescita della spesa pubblica, almeno fino a quando il mercato globale per i nostri export non risale e i mercati finanziari hanno dimostrato di mantenere fiducia sui titoli di stato emessi dall’Italia. E l’Italia, risparmiando come ai tempi del “decennio giolittiano”, avrà dimostrato di pagare gli interessi e il capitale netto alle scadenze. Per il resto, tutte chiacchiere.
[15 dicembre 2010]


