Il silenzio e le parole
Le parole hanno un peso e significati ben specifici. Per ignoranza o per malafede questa volta le parole sono state usate a sproposito e veramente sono state lanciate come pietre, ma, ahimè, presumo, che questo lancio continuerà nei prossimi giorni, forse, alimentato da politici cinici o fanatici e da mass media cinici e servili, sarà intensificato. Da parte mia non voglio certo entrare in questa mischia. Ritengo che l'unico atto, che veramente abbia a che fare con la morale, oltremodo stiracchiata da tutte le parti in questi giorni, in merito della penosissima vicenda umana di tutta la famiglia Englaro sia quello del silenzio, non certo il silenzio ipocrita del minuto del Parlamento, ma il silenzio del rispetto, il silenzio di chi non sa, di chi non conosce, il silenzio di chi non ha il diritto di intervenire come una piena sui fragili argini del dolore e della libertà.
Si al silenzio sulla vicenda ma non su quello che potrà succedere, perché il rischio è veramente grande: le urla delle fazioni, strumentalizzate dai politici ed enfatizzate dai mass media, hanno la funzione di far passare sotto silenzio quello che si dovrebbe discutere in Parlamento, con il risultato che potremmo avere una legge che ci renda tutti meno liberi.
Le premesse non sono affatto buone, se si legge il testo della mozione Gasparri approvata ieri dal Senato. Ma questo non è importante, è una mia opinione, ci saranno sicuramente opinioni diverse che trovano la mozione giustissima. Il punto è la discussione, la qualità della discussione e conseguentemente la formazione dell'opinione pubblica sul tema.
Una discussione democratica non sarà possibile se continueremo a giocare con le parole e manipolarne il senso. Due concetti devono essere chiari se si vogliono dare alla discussone le coordinate minime per cui possa aver luogo, altrimenti ognuno parla a modo suo e tutti dicono cose diverse con le stesse parole o le stesse parole con significati diversi. I due concetti su cui confrontarci e con cui dovremo inevitabilmente confrontarci nei prossimi giorni sono quelli di libertà e laicità.
Senza la pretesa di voler dare lezioni a nessuno, mi permetto di indicarne una base di senso che dovrebbe essere condivisa.
La libertà può essere intesa come l'assenza di interferenza, o comunque la riduzione al minimo dell'interferenza dello Stato nei confronti dei cittadini. Questa è una concezione minima della libertà, la libertà in negativo propria del liberalismo. Mi sembra che questo Governo si definisca liberale, allora non riesco a capire perché alcuni esponenti della maggioranza usano a sproposito la parola libertà, dandone un significato in aperto contrasto con la concezione liberale.
La laicità in uno stato di diritto può essere considerata, anche qui nella sua versione minima, come l'assenza di interferenza delle autorità religiose nella formazioni e nella interpretazione delle leggi dello Stato. Stamattina ho sentito l'intervista di un ministro del Vaticano che usava indifferentemente i termini comandamento e legge, riferendosi a presunte violazioni di norme, non ho capito bene se dello Stato Italiano o dello Stato Pontificio.
Insomma, la confusione è grande, per questo occorre da parte di tutti, qualunque siano le nostre opinioni, grande attenzione.
[12 febbraio 2009]


