Immigrazione e Italia
Conoscere per deliberare, diceva Luigi Einaudi. E allora vediamo cosa succede in Italia oggi con la presenza della forza-lavoro, potenziale o meno, in arrivo dall’estero: in un convegno CeSPI-ISTAT del 2006, si afferma che gli stranieri iscritti alle anagrafi comunali italiane sono circa 3 milioni, ovvero cinque stranieri su cento italiani.
Un nato di origine straniera su dieci, però, secondo gli ultimi dati organici, relativi al 2005, con una fecondità media per coppia allogena di 2,4 figli, mentre abbiamo uno scarno 1,25 degli italiani “storici”. Le due normative dette “Bossi-Fini”, dal 2002 hanno portato alla concessione di circa 650.000 permessi di soggiorno, pari a quello raggiunto dalla somma dei tre provvedimenti “una tantum” del 1990, 1995, 1998 (che arrivavano in totale a regolarizzare 680.000 stranieri).
L’attuale fascia di “irregolarità denunciata” derivante dal decreto flussi del 2006 ha raggiunto le 300.000 domande di permesso di soggiorno. Naturalmente, alcune etnie manifestano maggiore fecondità qui in Italia che nella loro patria: i marocchini e gli egiziani arrivano a una media di quattro figli per donna.
L’Italia, poi, è un obiettivo primario dei flussi: sono arrivati stranieri per il triplo del previsto in due soli anni.
Ma siccome l’Italia è “centocittà”, è bene subito andare a vedere dove si sono distribuiti gli stranieri in arrivo. Il Meridione accoglie solo il 12% della popolazione straniera mentre il Nord Ovest si prende il 36,6% (ai dati completi 2006) il Nord est il 27,4% e il Centro il 24%. Ben un quarto di tutti gli stranieri residenti in Italia vive in Lombardia. Le nazionalità in fase di “italianizzazione” sono molteplici: gli ucraini sono passati in tre anni (2004-2007) da 95 mila a 298 mila, gli albanesi sono aumentati di circa centomila unità arrivando a 349mila. Più della metà della popolazione di Tirana.
Comunque, nel complesso l’Europa Orientale, non ancora o solo artificialmente entrata nel fantastico mondo dell’Unione Europea a 25, genera il 39% della intera popolazione straniera residente in Italia, con un secondo posto raggiunto dall’Africa con il 26% e il 17% dell’Asia, che ha regolarizzato mezzo milione di suoi cittadini.
Tanto per fare un esempio localizzato, a Pisa i cittadini stranieri sarebbero (quelli regolari) 10602 di sesso maschile, mentre le donne sono 9.515, per un totale tra vecchi e nuovi arrivi regolari (in tutta la provincia, naturalmente) di 20.117 persone, che sono l’11,6% della popolazione totale residente.
In totale, la popolazione immigrata regolarizzata ha un tasso medio nazionale di occupazione del 65,6% (tra i 15 e i 64 anni). E fin qui abbiamo i dati del sistema interno dell’ISTAT.
Tra i 25 e i 44 anni d'età gli stranieri occupati regolari sono oltre il 70% dell’occupazione straniera e il 57% di quella italiana. Gli stranieri sono più occupati, rispetto alle medesime classi di età di italiani autoctoni, del 10%. Per converso, le donne straniere regolarizzate sono appena più occupate delle italiane. Gli stranieri lavorano all’82% con orario full time, e il 72% ha un contratto da lavoratore dipendente. Qui ci ha soccorso, dobbiamo dirlo, il confronto tra i dati EUROSTAT e ISTAT, che ha in banca dati cifre più “vecchie”.
Il terziario assorbe un terzo della manodopera straniera, e circa un quarto degli stranieri regolari svolge attività di carattere domestico. Ma il 40% degli stranieri regolari lavora nell’industria, dieci punti percentuali in più della media degli italiani autoctoni. Il fatto è che il salario basso, prezzo amaro della cattiva globalizzazione che ha caratterizzato la fine della “Prima Repubblica”, attira i poveri del mondo, quelli che vengono dalle periferie del globo, come le chiamava Lin Biao nel suo fondamentale articolo Lunga vita alla vittoria nella Guerra del Popolo! nel “Quotidiano del Popolo” (appunto) di Pechino del 1965; e invece la stessa cattiva globalizzazione crea l’Italia “delle rendite familiari” con studenti polidecennali, geni incompresi, pensioni dei nonni e rendite immobiliari che vanno a mantenere gli ormai proverbiali bamboccioni, solitamente dediti a filosofie letteratoidi astruse agli ascoltatori quanto agli stessi enunciatori. La prevalenza del cretino, come l’avevano profeticamente chiamata Fruttero e Lucentini qualche anno fa.
Nelle costruzioni, settore in cui la fa da padrone il piccolo riciclaggio, soprattutto al Sud (ma non solo) ben il 17 % degli occupati è straniero, ovvero il doppio degli italiani nature.
Circa la metà degli stranieri occupati possiede un titolo di scuola media superiore o una laurea e, visto il livello dei nostri Atenei, d’ora in poi chiederò lumi sui miei più impervi calcoli integrali al falegname ucraino che mi ha rifatto la finestra. Hai visto mai... D’altra parte già Cartesio, come narra Samuel Beckett, faceva risolvere le formulette meno ganze di trigonometria al suo valletto.
Fin qui la regolarità faticosa dei poveri cristi, il piacere dell’onestà laboriosa e sofferta dei nuovi arrivati nel nostro Paese.
Ma la criminalità “straniera” che dimensioni ha? Il DIS del Ministero dell’Interno, nelle sue ultime esternazioni statistiche, ci narra di una popolazione carceraria di oltre 60.000 elementi, di cui il 33,3% è di origine straniera.
E, aggiungono quelli del DIS del Viminale, vi è una sostanziale stabilità dei detenuti italiani di contro alla crescita significativa dei carcerati di origine straniera.
Nel 2005, la quota di “immatricolazioni” (così le chiamano quelli delle Carceri) dalla “libertà” degli stranieri è aumentata del 45% e i reati più comuni sono quelli relativi al DPR 309 del 1990, ovvero alla legge sullo spaccio di sostanze stupefacenti, ma in questo business il contributo, immancabile, degli italiani è pari a quello degli stranieri e ugualmente in netta crescita. I detenuti per reati legati allo spaccio è oggi di oltre 11.000 (quelli del DIS non sono mai troppo precisi, ovviamente) e dei condannati unicamente per l’art. 73 (il solito spaccio di stupefacenti) circa il 47% è costituito da detenuti stranieri.
La gran parte poi dei detenuti per reati connessi alla violazione del T.U. sull’immigrazione (emersione da lavoro irregolare, ingresso illegale di taluno nel territorio dello Stato, etc.) è dell’84% per gli stranieri, mentre l’espulsione in alternativa alla detenzione, come prescritto dal T.U. (la “Bossi-Fini”) è scattata, all’inizio del 2006 (l’ultimo anno di dati organici) per circa 1300 detenuti stranieri.
Insomma: non è vero che l’immigrazione porti ricchezza, come dicono i sociologi più alla moda. Essa sostituisce classi di età mancanti o non più attive in settori in cui l’unica possibilità di profitto è rappresentata dalla compressione fino al livello minimo dei salari. Che si incontra inevitabilmente, sia dal punto di vista dell’offerta sia della domanda di manodopera, con l’economia “grigia” o addirittura del tutto illegale o criminale. Inoltre, la fissità delle attività marginali, che è maggiore di quella delle professioni a maggiore produttività unitaria, può farci ipotizzare una situazione futura di disoccupazione di massa degli stranieri che potrebbe avere effetti ben maggiori, sul piano dell’ordine pubblico, di quella dei cittadini italiani autoctoni.
Ma, in ogni caso, il nostro sistema produttivo è ormai polarizzato: in Italia, vi sono le zone ad alto tasso di crescita dove gli stranieri o si inseriscono senza problemi (Emilia, Mantova, NordEst, etc.) oppure vi partecipano con le loro comunità autonome (Suzzara, Padova, Prato etc.) oppure abbiamo a che fare con aree in cui la produttività è minima, il che produce una sorta di doppio sbando, per il proletariato italiano e per quello di importazione. E, direbbe Karl Marx, l’eccesso di aumento della “riserva di manodopera”, utilissima per ridurre i salari al livello “bronzeo”, non permette però l’espansione della domanda interna, che è essenziale per tutte quelle industrie che sono rimaste qui, piccole e medie soprattutto, e che non sono riuscite a internazionalizzarsi in tempo. Quindi, o si razionalizza “l’esercito industriale di riserva” rompendo questa strana coppia di oscuri interessi, tra maniaci dell’immigrazione à go go e imprenditori che non sanno fare altro che pagare poco e male il lavoro salariato, oppure la cattiva proletarizzazione, generata dalla pessima globalizzazione, passerà dalle masse di stranieri a quelle di italiani.
[19 maggio 2008]

