Jo Amoruso, Mi chiamo Scrivo

Un argomento difficile da trattare attraverso un genere letterario che sia quello diverso dal saggio, sia esso di taglio scientifico che etico, quello che la giovanissima Ju Amoruso affronta in questo romanzo del suo esordio letterario. Si tratta del risveglio dal coma, in questo caso durato due anni, di una ragazzina che vive a Londra e che ha avuto complicazioni in seguito ad una caduta dalle scale. Ma il risveglio in un letto d’ospedale, con i tubicini in vena, un dottore che le prende la mano per spiegare quanto è durato il suo sonno, non è il vero ritorno alla vita. Il lettore è trascinato dentro la testa di Scrivo, in un susseguirsi di storie allucinate e surreali che corrispondono ai vari capitoli della storia. Una storia circolare che si apre e si chiude nello stesso luogo, con le stesse persone, ma con una consapevolezza diversa.
Le pazze storie che Scrivo mette su carta sono quelle che lei ascolta in una cantina buia dove ci sono tredici sedie occupate in cerchio, ed uno psichiatra dà ogni giorno la parola ad una persona diversa. Il protagonista di ogni storia ha una ossessione, una pazzia con cui cerca di convivere, che crea una assuefazione ed un’illusione. Ogni relatore coinvolge Scrivo, che ammette di essere lì solo per scoprire che qualcuno sta peggio di lei, così lei tocca il dolore di tutti. Alcuni ammettono di vivere la pazzia coscientemente, come un rifugio per non affogare nella sozzura che li circonda, e questo basta per riflettere sulla portata simbolica delle storie stesse, che raccattano un dolore che non è solo personale bensì dell’umanità intera. E la scrittura è un’esigenza di vita, con il suo profondo valore terapeutico, perfettamente chiuso in un nome, Scrivo, che diventa quasi un obbligo morale verso se stessi.
In ognuno dei presenti Scrivo scopre pian piano qualcosa di sé, le storie null’altro che allucinazioni prodotte dalla sua mente: “tu sei qui tutti i giorni per vivere la vita degli altri, perché la tua è una vita vuota, senza punti fissi, senza luce”. E’così che riconosce la sua città che le era diventata un luogo estraneo, riprende possesso del suo corpo, dei suoi sensi.
Le storie sono raccontate con linguaggio nervoso, con continui passaggi dal livello onirico a quello falsamente reale della allucinazione, con una drammatica Alice risucchiata anche dall’acqua di una vasca da bagno: “Siamo violentemente risucchiati dall’acqua, un vortice ci trascina in fondo a non so cosa, ci vuole portare da qualche parte, non so dove…E’ tutto buio e intorno a me vedo il diramarsi di minuscole e strettissime vie…cominciano a riempirsi di gente, di persone strane, vestite in un modo assurdo”.
Ogni momento è un passo verso la riconquista della propria identità, dopo aver visto il male e la paura, con la vittoria finale della luce sul buio.
Una apertura alla speranza, con i tempi lunghi dell’attesa sofferta e col difficile riemergere, con la riscoperta della vita ancora possibile. Che rimane un augurio ma non una certezza, se si esce dal romanzo.
Marisa Cecchetti

