John McCain

di Marco Giaconi

Cosa vuole McCain? Vediamo.
Più petrolio estratto in America. Oggi la produzione USA di petrolio “interno” è di circa 200.000 barili al giorno. Le aree di importazione degli USA sono il Canada, il Messico, l’Arabia Saudita, il Venezuela e la Nigeria. Le previsioni del DOE USA sul petrolio dell’Alaska sono stabili, in uno scenario di sostanziale crescita zero delle economie occidentali.
La Cina, intanto, aumenterà di quattro volte la sua capacità di raffinazione. In altri termini, secondo le previsioni degli enti USA che si occupano di petrolio e riserve regionali, l’ipotesi di aumentare l’estrazione nell’area di controllo degli Stati Uniti è un segno di buona volontà, ma non credo che questa virtù avrà a che fare con i fatti.
D’altra parte, le promesse di investimento sulle energie “pulite” che McCain promette nei suoi programmi sono, in media, realizzabili, sempre secondo il DOE USA, nei prossimi dodici anni, un tempo che in politica equivale a una era geologica.
Inoltre, McCain afferma di voler ridurre la “riserva strategica” USA per raffreddare la domanda, e intende aiutare “le famiglie” sul piano dei prezzi e dei costi principali (affitti, cibo, ecc.). Il fatto è che le famiglie tradizionali sono ormai meno della metà, in USA, per quel che riguarda le statistiche federali, e quindi il sostegno finanziario diretto o con bonus fiscali non determina una sostanziale trasformazione dei comportamenti sociali.
Anche McCain, comunque, opera attraverso tagli delle tasse e con pochi sostegni diretti alla “classe media” che è il suo target elettorale.
Il fatto è che le “classi medie” stanno sparendo, e le trasformazioni dei comportamenti sociali stanno creando (e questo vale anche in Italia) una differenziazione sociologica e reddituale che ormai nessun modello classico riesce più a spiegare. Questo è uno dei motivi per cui la politica appare “vecchia”.
In politica estera, dove si vedono i “muscoli” di un candidato alle presidenziali USA, McCain, diversamente da Obama, vuole sostenere la controffensiva in Iraq e coalizzare una pressione internazionale su Iran e Siria.
Barack Obama vuole andarsene dall’Iraq immediatamente, e questo favorirebbe la nuova strategia di “sporulazione” terroristica di cui parlano, oggi, gli strateghi di Al Qaeda. Meno contrasto diretto con le forze militari occidentali in Iraq e Afghanistan, più jihad in altre aree, che cadranno presto, in Africa e in Medio Oriente. I recenti attentati terroristici in Israele, operati da un gruppo intitolato al terrorista Imad Mughinyeh, vecchio capo della “sicurezza” di Hezbollah, sono il segnale di inizio della nuova danza di Al Qaeda. Se gli USA se ne vanno dall’Iraq e, tra poco, dall’Afghanistan, la strategia multipolare di Al Qaeda si mescolerà alla vecchia presenza stabile dell’organizzazione di Bin Laden nell’arco di crisi che va dal Pakistan al Libano. Non è una scelta facile, e nessuno dei due candidati USA sembra leggere la specificità del jihad contemporaneo.
Per la sanità, McCain vuole mantenere il sistema privatistico, così folle e costoso, ma modificandolo in termini di “guaranteeed access” e diminuendone i costi.
Fare un sistema sanitario adatto solo alle necessità della lobby dei medici è come mettere in mano le banche agli usurai. Ma Obama, come abbiamo visto, parla ancora meno di queste problematiche. Forse McCain, con le sue piccole modifiche allo health care system  USA, è più concreto di Obama, e incontrerà i voti della middle lower class, quella che portò al potere prima Nixon e poi Ronald Reagan.
Poteva mancare, nel programma di McCain, la solita fuffa del “climate change”? No che non poteva. Obama pensa che questo debba essere una priorità della politica estera americana, e già mi immagino gli aerei executive della CIA che portano nel Sahara i danzatori della pioggia così bravi tra i Seminole Più concreto, McCain pensa ad un sistema di scambi parafinanziari come i “diritti” nella borsa ambientale del Protocollo di Kyioto, con finanziamenti specifici per le nuove tecnologie a minor impatto negativo sull’ambiente.
In sostanza, si tratta, per McCain, di riformare il welfare difendendo la classe media impoverita e modificando per via culturale e di modelli sociali quelle politiche che, dal 1968 in poi, hanno creato modelli di consumo e di vita ormai incompatibili con le nuove sfide dell’economia (e della politica) globale.  Quando anche la sinistra si accorgerà che non si può avere la botte piena della “società libertaria” con la moglie ubriaca del benessere diffuso, sarà un bene per tutti.
O si modificano i modelli di comportamento distruttivi nella società (si pensi alla diffusione e alla tolleranza sulle droghe, o alla sempre maggiore atomizzazione sociale) e allora si va verso un impoverimento di massa, o si ritorna al pre-sessantotto, e si può mantenere uno straccio di Welfare State nel mondo globalizzato.
Chi paga la campagna di McCain? Le banche. I maggiori sponsor sono, nell’ordine, Greenberg Traurig, una grande “law firm” USA che opera all’estero nel settore della legislazione e della tutela legale delle imprese. Poi la multinazionale dell’elettronica fine AT&T, la banca d’affari Goldman Sachs, la sua concorrente Morgan Stanley la JP Morgan Chase, il Credit Suisse group USA, e la banca d’affari Lehman Brothers.
Il vecchio Big Business, che attende dalla nuova amministrazione USA provvedimenti amichevoli e, soprattutto, stabilità finanziaria e fiscale, di contro al “newbiz” obamiano che è legato alla comunicazione, alla Silicon Valley, allo star system holliwoodiano, e alla finanza degli hedge funds speculativi alla moda di George Soros, un personaggio di cui, se avessi un buon avvocato, potrei dirvi tutto.
Quindi, vincerà queste elezioni USA chi saprà usare l’immaginario: i programmi sono di scarso rilievo, in entrambi gli schieramenti, e riguardano libri dei sogni o genericità da tema liceale.
E la potenza dell’immaginario, della “visione” e dell’aura che i due candidati sapranno richiamare su di sé, uno magari spingendo il pedale del Kennedy nero, l’altro invece facendo ricordare, anche con la sua esperienza di prigioniero di guerra tra i guerriglieri comunisti del Vietcong, la tradizione delle grandi presidenze imperiali USA, da Eisenhower a George Bush senior, farà la differenza. La politica, oggi, quando tutte le determinanti essenziali sono decise in ambienti non elettivi o globalizzati, deve far sognare come un serial televisivo.
Ma per Barack Obama c’è il pericolo di fare la fine di Jimmy Carter, che causò il successo della rivoluzione sciita iraniana di Khomeini proibendo alla CIA e al Dipartimento di Stato ogni aiuto all’”antidemocratico” Shah (invece l’Imam era una reincarnazione di Locke, magari) e per McCain potrebbe esserci il pericolo di assomigliare ad un Gerald Ford, e passare via senza essere ricordato da alcuno.
La differenza, la faranno i consiglieri: ma di Henry Kissinger non se ne fanno più, e comunque oggi il povero Heinrich Kissinger sarebbe diffamato, con ogni probabilità, da qualche giornale che gli ricorderebbe gli aerei del Department per rifornirsi di attricette di Hollywood (Jill St. John, magari) o le sue operazioni spericolatissime nella Cina di Mao Zedong. E, d’altra parte, non si fanno più nemmeno i Brzezinsky, che si immagina la guerriglia in Afghanistan contro i sovietici e la tiene coperta perfino al Congresso, nel primo anno del “funding” CIA agli “studenti” islamici pakistani pashtun.
Oggi abbiamo a che fare con i riparatori del “climate change” e i sostenitori della pace ad ogni costo, e si staglia di fronte a noi la previsione di Nietzsche, della “moralina” che “diventerà la droga del XX secolo”. Ha sbagliato di poco.
 
[5 luglio 2008]