Katia Sebastiani, SAGRA D'ADDIO

Sono versi carichi di controllato dolore, quelli di “Sagra d’addio” di Katia Sebastiani: “cosa ci faccio io/di te quando mi amavi/e di me ora/cosa ci faccio?” Questa perdita di orientamento, di senso del percorso, si trasforma in una elegia dell’assenza, per affidare alla parola una storia rimasta sospesa., quella di un amore che sembrava portare in sé un presagio di morte: “e già paragonavo/quella carne senza sangue/quella non carne/al nostro amore”.
La Sebastiani riesce a trasferire in poesia gli elementi più crudeli che hanno chiuso una vita, li sfiora con uno sguardo stupito e trasognato insieme: “l’allarme, la polizia, la cella frigorifera”, le corse pazze per il riconoscimento. Quanto più il verso si carica di riferimenti reali, tanto più comunica una meraviglia dolorosa, un interrogarsi sul non senso dei fatti e della vita.
Il vuoto è fisicamente tangibile e non può essere riempito da oggetti che restano di lui, sono freddi e non sono necessari all’illusione. Nemmeno le sue lettere. Rimangono domande senza risposta per gesti che nessuno ha saputo impedire, in quella casa “a rovina sul mare”. A niente serve chiedersi: “come sei arrivato al davanzale/avevi le scarpe?/gli occhiali?”.
Per regalare un po’ di respiro all’anima, si recuperano le emozioni vissute: “a Pescia ho ricevuto/il tuo primo bacio”, “tu un uomo/con gli angoli della bocca/tirati giù./Io una ragazzina/al suo secondo amore”. Anche gli ostacoli, perché sono stati vita: “l’auto inceppata/il cuore che non gira più./Ti dissi è finita/o sta per finire”. Si ripercorrono città vissute insieme, varie come le reciproche scoperte, ognuna fissata da una percezione diversa: “Dublino è stata/la città delle valige vuote/la città del tutto o niente/la città del niente/ la città del rimpianto”.
Resta il ripiegamento di chi sa che la vita, anche se “niente sarà più come prima”, si trascinerà nelle prosaiche azioni di sempre, quasi una condanna ad andare avanti: “piatti/sporchi da lavare/e il bucato da stendere”. La consapevolezza di avere comunque vissuto, di avere ricevuto, rimane come unica risposta all’assenza: “per te il mare/con le sue profondità/A me la terra/che leva/che dà”.
I versi sono martellanti come il pensiero che assilla, per una evidenza che si fatica ad accettare, nonostante si compiano gesti che cancellano:“ho bruciato/tutte le tue lettere/in una strada fuori mano/vicino casa mia”. Ma le parole della poesia, che dovrebbero essere di aiuto, allo stesso tempo sono percepite nella loro assurdità, perché non riportano indietro nessuno, anzi l’assenza si sente più netta, come se la parola che contiene il ricordo di lui lo inghiottisse dentro la sua voragine di segni freddi: “ricordarti non è/riaverti./E il chiuderti/ nella parola/aumenta la distanza/aumenta la distanza”. La ripetizione è un convincimento ed una resa, ma allo stesso tempo un chiaro rimprovero rivolto alla poesia, l’unica speranza rimasta, ora che, senza di lui, vacilla anche il pensiero relativo all’esistenza dell’aldilà: “come posso/non insinuare un dubbio/sull’esistenza dell’aldilà/una cosa da poco/ora che non sei più/nell’al di qua”
Marisa Cecchetti


