Katrina su New Orleans
Sarebbe banale limitarsi a definire "catastrofe naturale" quel che è successo e sta succedendo a New Orleans e dintorni. In realtà, come già per lo tsunami asiatico, in tutto ciò c'è ben poco di "naturale". Innanzitutto, fino a prova contraria, la specie umana fa parte integrante della natura, anche se poi - specie negli ultimi duecento anni - l'ha sempre vissuta come "antagonista", distruggendola e violentandola a più riprese, per obbedire a leggi e comandamenti che di "naturale" hanno ben poco. Nel caso specifico, l'accresciuta virulenza degli uragani negli ultimi tempi è ufficialmente riconosciuta come conseguenza dell'"effetto serra", fenomeno tutt'altro che naturale ma collegato a dinamiche economiche e sociali ben riconoscibili. Nel caso ancor più specifico, la collocazione della città di New Orleans e delle altre città, cittadine, intere regioni limitrofe che stanno subendo i danni di "Katrina", fa di esse una sorta di "vittime designate", e non da oggi.
L'industria del turismo (su cui si regge buona parte dell'economia del luogo e che al tempo stesso ha spesso rovinato e snaturato una città architettonicamente e culturalmente notevole), il traffico portuale di merci da ogni parte del mondo (che fa di New Orleans il secondo porto mercantile degli Stati Uniti, al tempo stesso esasperando gli aspetti più torbidi di un affarismo scatenato), i giacimenti petroliferi in shore e off shore (una ricchezza che si accumula minuto dopo minuto a un polo della società, gonfiando miseria e sfruttamento all'altro), tutto ciò ha finito per ammassare centinaia di migliaia di persone nella zona meno adatta a questo genere di concentrazioni umane. Lo stesso fiume Mississippi, un'indubbia forza della natura resa però ancor più distruttiva dagli imperativi del commercio e della finanza, è ed è stato da almeno centocinquant'anni un'autentica bomba a orologeria, ingabbiato in argini sempre più alti per tutelare gli interessi del grande latifondo circostante, delle compagnie di navigazione mercantile e passeggera, del porto e delle industrie di estrazione e lavorazione del petrolio e derivati - e, in questo modo, reso sempre più veloce, violento, voluminoso, e dunque difficilmente controllabile. Nella città di New Orleans, ancora nel 1996 il tasso di popolazione che viveva "in povertà" era del 46%, con 700mila senza tetto, di cui quasi il 50% giovani sotto i diciotto anni. L'area intorno alla città, soprattutto nelle paludi della Bassa Louisiana o, poco più a est e a nord-est, sulla costa e nelle campagne del Mississippi e dell'Alabama, è fra le più povere e disperate, e a farne le spese sono soprattutto la popolazione nera, immigrata, di origine franco-canadese (cajun) o nativo-americana (choctaw, chickasaw, chitimacha). In tutto ciò, e in tutto quello che succederà nei prossimi giorni come effetto delle devastazioni, c'è ben poco di "naturale", se non la retorica del "quando gli elementi si scatenano". E anche ben poco di razionale: di "razionale organizzazione del vivere sociale"… Lo stato economicamente più forte del mondo, che propone ovunque il proprio "way of life" ed "esporta la democrazia" sulla punta di baionette tecnologicamente fantascientifiche, è poi incapace di proteggere i propri cittadini: anzi, li espone alla catastrofe, ampliandone gli effetti a dismisura. Forse, anche questo è materia di studio.

