L. Ballerini - G. Rizzo – P. Vangelisti, NUOVA POESIA AMERICANA – NEW YORK

Mondadori, Milano , 2009, pag. XXXI-975, Euro 22,00
poesia
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Dopo i volumi dedicati a Los Angeles e San Francisco. Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, in collaborazione con Gianluca Rizzo, proseguono il percorso nella nuova poesia americana, componendo un affresco completo e affatto scontato. Le ottime traduzioni (ma con testo a fronte) sono di poeti non solo “istituzionali” bensì di più recente se non proprio ultima generazione. Un tomo di mille pagine che risulta leggero e fresco quanto utile se non davvero indispensabile.
Dalla fine degli anni Cinquanta, i poeti newyorkesi ebbero il merito di emanciparsi dal dominio accademico: Frank O'Hara, John Ashbery, Barbara Guest, James Schuyler, Kenneth Koch, Paul Blackburn e Ted Berrigan furono le figure di maggior spicco in questa ventata di nuova poesia, avvenuta anche sotto la spinta dei pittori espressionisti astratti (come Pollock, Kline, Motherwell).
In apertura di volume è una prefazione sostanziosa (31 pagine) necessaria per dipanare nebbie stilistiche  o meglio ancora, evidenziare quelle differenze che rendono i volumi precedenti (San Francisco e Los Angeles) unici ed indipendenti. Si scrive nella stessa lingua, certo, ma la poesia scritta ha differenze totali: se il demone della poesia losangelena si compiace di un atteggiamento irriducibile e malavitoso (da film noir), quella della scrittura sanfranciscana si orienta piuttosto verso una forma laica (ma in qualche modo anche religiosa, oggi soprattutto buddhista) di mistica visionarietà. Ancora: a Los Angeles la scrittura è essenzialmente iconica (riferita ad immagini); per San Francisco è essenzialmente imperniata (tutt’ora) sulla verbalità se non davvero loquacità, consapevole del proprio ruolo alternativo ed al contempo diretta ad un allontanamento da paradigmi di convenienza o profitto; una loquacità che però ha bisogno di un pubblico che possa accogliere il senso che il testo propone (con relativo disvelamento dei meccanismi o degli effetti del senso stesso): un pubblico di poeti.  Per New York è tutto diverso: né utopia ed ostinazione, né visione iconica. Essa si proclama infatti da subito e in mille modi (non solo in poesia, quindi) città non completamente americana rifiutando al contempo l’idea di essere un frammento d’Europa (l’influenza dei primi coloni olandesi ancora permane nei nomi delle strade o dei quartieri). I poeti di New York seppero inoltre imporre il culto del localismo, in una città che fu anima e cuore di un movimento d'avanguardia di ampio respiro internazionale. Per New York gioca anche altro: essa ha subito in misura minore rispetto ad altre città della costa atlantica l’influsso agghiacciante della semplicitas in cui si è impigliata la cultura di matrice puritana e che nei tempi d’oro del suo contraddittorio fervore aveva funzionato come esca per uno scrittore come Melville, “costringendolo” a tessere le fila tragiche dell’umano, del disumano e del superumano in Moby Dick, cosi come il demone dell’azzeramento in Bartleby lo scrivano. New York infine, esiste nell’esserci, sentire di esserci: lo avverte, lo professa ed è consapevole (o per lo meno capace) di cogliere la propria ontologia. A New York il passato non è una memoria sacra che richiede ubbidienza e conformità ma una forza che si continua, una legittimazione che incrementa il presente. È un sentimento che autorizza a parlare oltre che di ciò che avviene, anche delle occasioni di godimento, ciò che altrove non sarebbe notato oppure considerato smorto,  marginale o irrilevante. A New York, anche il marginale viene assunto come fonte di legittima eccitazione poetica (come poi si leggerà nelle pagine della corrente chiamata Scuola di New York). Le trentuno pagine di prefazione non pesano in lettura, sono anzi necessarie per orientare in movimenti e scuole che hanno guidato successivamente la produzione letteraria di mezza America del nord,  ritornando poi con effetto boomerang in Europa.
Oltre agli autori già nominati in apertura, l'antologia propone altre figure di rilievo, come Gilbert Sorrentino, Anne Waldman, LeRoi Jones (Amiri Baraka) e Jackson Mac Low, molto vicino a John Cage. Un posto a parte è riservato agli eredi dei poeti oggettivisti (in particolare Louis Zukofski), all'intramontabile Charles Reznikoff e ai Language Poets. Nutrita, infine come già detto, la presenza di poeti delle ultime generazioni.

Fabiano Alborghetti