La crisi del PD
L’idea di unificare la sinistra democristiana e i postcomunisti non solo arriva in ritardo, ma ha anche scarso fondamento. Il compromesso storico voluto da Enrico Berlinguer si basava sulla analisi del golpe cileno del 11 settembre 1973, e sul fatto che, per “passare al socialismo” occorreva ben più del 51% dei voti. Il perimetro della sinistra marxista era quindi ancora troppo piccolo per la trasformazione socialista dell’Italia, e occorreva aggregare, per Berlinguer, tutte le forze progressiste per passare al socialismo all’interno del quadro parlamentare. Questo progetto implicava il rafforzamento dell’egemonia del PCI e una sorta di scambio, nella prima fase della crisi economica successiva alla fine degli accordi monetari di Bretton Woods, in cui il PCI si faceva garante della pace sociale e delle politiche di restrizione di bilancio, chiedendo in cambio quote sempre maggiori di potere negli apparati pubblici, elettivi e non.
La sinistra democristiana nasce invece come corrente, nella “Base”, che rappresenta nella DC gli interessi e le linee politiche delle Partecipazioni Statali.
Enrico Mattei prende, pagandolo, il “taxi” della sinistra democristiana più spesso di quello degli altri partiti, anche se il PCI e gli altri partiti di opposizione, e addirittura le principali correnti dei partiti di governo, avranno, fin dall’inizio, la loro quota di tangenti petrolifere gestite da società finanziarie situate a Ginevra. Anche il PCI chiederà, tramite lo stesso Berlinguer, la propria quota di tangenti petrolifere, richiesta che Flaminio Piccoli esaudirà prontamente.
L’altra sinistra democristiana è quella rappresentata dai seguaci di Aldo Moro. Lo statista pugliese non vuole il “compromesso storico”, come ancora affermano alcuni storici poco aggiornati, ma vuole “vedere” il poker del PCI, stabilizzare tramite l’entrata dei comunisti nella maggioranza di governo la grande insurrezione di massa che caratterizza gli anni ’70, e vuole infine fare al PCI lo stesso scherzo che la Democrazia Cristiana ha fatto ai socialisti: integrarli nella maggioranza, separare i moderati dagli estremisti, rendere i socialisti prima e poi i comunisti, nell’ottica di Aldo Moro, satelliti di una DC che ha stabilizzato il Paese rimanendo al centro del quadro politico.
La scissione del PSIUP nel 1964, finanziata dai Servizi sovietici e dai petrolieri conservatori che volevano “limare le unghie” al centrosinistra, sarebbe stata l’antefatto di una futura scissione, dopo che il PCI fosse entrato nell’equilibrio satellitare democristiano, tra riformisti delle Botteghe Oscure e “rivoluzionari”, ed entrambi avrebbero perso potere perdendo le dimensioni critiche di un grande partito di massa quale era il PCI negli anni ’70.
Le due linee, quella della sinistra DC e quella dei comunisti, sono quindi, per usare il linguaggio criptico ma significativo di Aldo Moro, delle convergenze parallele, che il Partito Democratico non può sintetizzare perché sono come Carlo V e Francesco I, con Carlo che dice “io e Francesco vogliamo la stessa cosa”: ed era il Ducato di Milano.
Inoltre, le due aree politiche, fatta salva la vecchia guardia migliorista e amendoliana del PCI che oggi è in gran parte passata a miglior vita o siede al vertice delle Istituzioni sono due partiti della spesa.
Ovvero sono due tradizioni politiche che nascono e si radicano in quella lunga fase del secondo dopoguerra nella quale tutte le variabili macroeconomiche permettevano un aumento progressivo della spesa pubblica per i salari e il welfare. Oggi, dopo la prima fase della globalizzazione, conclusasi con il fallimento della Lehman Brothers nel settembre 2008, l’allocazione delle risorse scarse si fa in un quadro di inevitabile restringimento della fiscalità e di scarsità di capitali di investimento sulle piazze internazionali.
La società contemporanea si avvia a essere una società a somma zero, per usare la formula di Lester Thurow, in cui il sostegno ad un gruppo sociale implica, in una fase di progressivo restringimento delle risorse pubbliche e private, l’indebolimento dei redditi e delle protezioni di welfare ad un altro gruppo sociale.
Quindi, non vi saranno più partiti che rappresentano in modo parasindacale dei gruppi di pressione, ma vi saranno partiti che rappresenteranno valori e simboli, due risorse politiche che possono compensare la perdita di elettorato causata dalla fine del nesso tradizionale tra gruppi di pressione e partiti politici.
E anche qui ci sono dei problemi, per il PD: Augusto del Noce aveva visto giusto quando previde la trasformazione del PCI, caduta l’URSS, in “partito radicale di massa”. Ma il PD, proprio in quanto erede di una buona parte della democrazia cristiana di sinistra, rappresenta anche quei cattolici che, proprio in quanto progressisti, aborrivano le innovazioni in tema di diritto di famiglia e di gestione della sessualità, legati come erano alla Chiesa conciliare dei Lercaro, dei Don Milani, dei Dossetti.
Per i postcomunisti, la questione è più complessa. Se intendono rappresentare il nuovo scontento sociale, devono confrontarsi con la sinistra estrema oggi extraparlamentare. Ma devono soprattutto essere capaci di pressione determinante sul governo, come accadeva ai tempi del PCI, che governava di fatto senza gli oneri del governo ufficiale. Ma ciò è impossibile per numero e per capacità politica dei postcomunisti dentro il PD.
Se invece vogliono giocare la carta della rappresentanza dei ceti intermedi, si troveranno a fare concorrenza con gli ex-democristiani all’interno del PD e con gran parte del Popolo della Libertà, che è appunto il Partito politico che rappresenta principalmente i ceti sociali a maggiore tasso di fluidità nel nostro Paese.
Il PdL non è il parto della mente di Silvio Berlusconi, è l’area politica che Berlusconi tiene insieme grazie al controllo che mantiene sulla sua classe politica intermedia.
Il cavaliere di Arcore non vince le elezioni perché ha le televisioni, come sostengono i più ingenui tra gli elettori del PD, ma gestisce il PdL perché è il suo dominus. Se il Popolo della Libertà non avesse una leadership certa, data la differenziazione territoriale e politica tra le sue componenti, farebbe presto la fine del Partito Democratico.
Quando il PD avrà una leadership forte che distribuisce risorse e cariche senza procedure di appello, come accade nel Popolo della Libertà, molte delle crisi dei democratici saranno un ricordo.
Il mondo del futuro avrà sempre più bisogno, nell’agone politico, di figure di riferimento, di leaders stabili e decisivi, di personaggi che riempiano l’immaginario delle masse, come accade nella pubblicità dei beni di largo consumo, tutta incentrata su figure-chiave collegate immediatamente e positivamente al prodotto da vendere (ne abbiamo già parlato qui).
Non si tratta del leader carismatico preconizzato da Max Weber. Quello era il referente non democratico di una società taylorizzata, eguagliata in basso, incapace di differenziarsi secondo le linee dei tanti ceti intermedi che l’evoluzione economica occidentale ha finora prodotto. No, oggi la ledership è pluralista, nasce nel contrasto strutturale della rappresentanza, muove affetti e indica modelli prefazionali, affettivi, simbolici, che di per sé sono gratificanti e non preludono ad una redistribuzione di risorse reali.
Se il PD riuscirà, ma non lo credo, a trovare una leadership che tenga i cordoni della borsa (che oggi è ancora separata tra “Margherita” e DS) e riesca a tenere a freno i valvassori e i valvassini della politica come professione, e a costruire un alone di simbolismo intorno a sé, allora potrà competere con il PdL. Altrimenti il PD andrà verso una progressiva diminuzione dei voti o una scissione tra ex DC e post PCI. Quel risultato cui pensava Aldo Moro per il PCI “normalizzato”.
[3 marzo 2009]

