La dittatura della ciotola: produttività del lavoro in Italia

di Marco Giaconi

Adam Smith ce lo ha insegnato: la produttività aumenta con la divisione del lavoro e con l’applicazione delle tecnologie ai lavori di fabbrica. Con quel suo maledetto e puntuto esempio della fabbrica di spilli, dove ognuno fa la sua parte e nessuno si atteggia a artigiano della spingula franzesa, come la chiamano a Napoli, Smith (un destino nel nome) ci ha chiarito che senza il moltiplicatore tecnologico la produttività va a farsi fottere. Anche Marx, nelle sue Teorie sul Plusvalore, (MEW, 26, 1) accetta la linea del distratto storico di Edimburgo maritiene, erroneamente, che lavoro produttivo sia solo quello che ripaga il capitalista dell’anticipo del salario (e i macchinari? Li danno gratis? Le tasse? Le materie prime? Aveva letto troppa filosofia tedesca)  e che il valore, e qui siamo d’accordo con il barbuto hegeliano di Treviri, riguardi anche la “forma sociale” della merce.
Sono un po’ delle chiacchiere da filosofi ma servono a introdurre il nostro tema: come ce la passiamo con la produttività del lavoro in Italia oggi. Perché, sarà bene dirlo subito, se cresce la produttività crescono anche i salari e i posti di lavoro, se invece il potenziale ri-produttivo del lavoro è stagnante, senza produttività elevata, niente crescita dei salari o aumento dei posti, e questo in barba alla ben nota cattiveria dei capitalisti. Dal 1980 al 2009 la produttività del lavoro è aumentata in media dell’1,2% l’anno, lo dicono le serie statistiche ISTAT, con un tasso dell’1,4% dell’aumento attribuibile alla crescita del valore aggiunto e uno 0,2% riferito all’aumento delle ore lavorate. Dal 2000 al 2009, comunque, la produttività del lavoro scende in media dello 0,5% l’anno, e quello che rimane del valore è prodotto dalle ore in più e non dal valore aggiunto, che rappresenta la parte più elevata della perdita di produttività. Perché? Perché i capitalisti hanno letto Marx, e hanno puntato sulla elasticità del tempo di lavoro invece di investire in macchinari nuovi. Dal 2003 al 2007 la produttività del lavoro operaio è cresciuta un pochino, per poi cadere rovinosamente, nel biennio 2007-2009, anche in presenza di una forte munizione del monte di ore lavorato, del 2,7 % nella media annua.
Tra il 1980 e il 2009 il capitale ha fornito lo 0,7% della produttività del lavoro (e qui si parla di macchine, tecnologie, nuovi metodi di organizzazione del lavoro) con una quota significativa riferibile, appunto, alla scienza e alla tecnologia. La crescita maggiore nel lasso di tempo 1980-2009 lo hanno avuto, in primo luogo, i settori della Silvicoltura, Agricoltura e Pesca. Ovvio: la Silvicoltura è in gran parte una azienda familiare, ed è comunque sussidiata ferocemente dalla UE (50% nelle zone “svantaggiate” e 40% nelle altre, v. reg. CE n. 1698/2005).
Caduta verticale per il settore delle costruzioni, con -1,5% in media annua, e qui si pagano le mazzette agli assessori, alle “cricche”, alla filiera produttiva di un settore storicamente inquinato dalla criminalità organizzata e dal lavoro nero, che è il suo corrispettivo oggettivo, per usare il gergo dei filosofastri tedeschi. Si noti che gli accrediti UE all’Italia, e stiamo parlando dei vari tipi di “fondo” erogato, arrivano nel 2011 alla cifra ragguardevolissima di 1.428.640.804,2 Euro, una Disneyland di quattrini con i quali l’Italia gioca male: il 40% dei progetti presentati non è neppure iniziato, dicono quelli dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia) mentre i fondi a “obiettivo convergenza” (un parolone che serve per dar quattrini alle aree in crisi) sono spesi nelle regioni “obiettivo” (Basilicata, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia) per un misero 9,6% e nelle aree a “obiettivo competitività”, che sono tutte le altre regioni, la quota arriva ad un modesto 18,8%. Perché? Semplice: perché la classe politica vive di management della crisi, e di distribuzione, non importa se criminale o meno, delle risorse agli amici e di chiusura ai nemici. È la regola della dittatura della ciotola, come la chiamava l’economista USA Winthrobe. Tanto più la gente ha bisogno del tuo sempre minore cucchiaio di riso, tanto più aumenta il costo politico del cucchiaio stesso. Winthrobe lo aveva studiato nell’Africa subsahariana, che pochi anni fa, come ha dimostrato un recente studio della Banca d’Italia, aveva lo stesso reddito medio attualizzato della nostra Italia 1861.
Ma torniamo alla produttività del lavoro, che andrebbe già molto meglio se utilizzassimo bene i fondi UE per adattare i nostri vecchi macchinari, quelli che Marx metteva da parte per correre dietro al “valore sociale della merce”. Un settore nel quale la caduta della produttività è stata minore è stato quello dell’albergazione e della ristorazione, alberghi, è il caso di dirlo, del lavoro nero e, in qualche zona d’Italia, del riciclaggio di denaro sporco. Il comparto, che nell’analisi vecchia dell’Istat comprende anche il commercio e i trasporti, è caduto dello 0,2% in media annua, mentre dal 2003 al 2007 cadono i valori produttivi delle costruzioni e una crescita aggregata dello 0,7%. Dopo, il buio.
Un paese che, comunque, va avanti a costruzioni immobiliari si candida ad una prossima bolla speculativa, perché il mercato delle case è determinato dalle banche che fanno finta di credere ai prezzi elevati degli immobili per patrimonializzare i loro crediti, che non sanno dare, e dei clienti dei mutui, che poi vanno in default perché, appunto, la produttività del lavoro è bassissima. Senza dire peraltro che il sistema dell’immobiliare italiano è particolarmente penetrato dalla criminalità organizzata, che lo usa come riciclaggio e come strumento di “dialogo” con i politici. Lo sapeva bene Raul Gardini, che fu “suicidato” perché voleva vendere al ribasso una società di cementi nella quale una quota rilevante era detenuta da un tizio piuttosto nervoso di San Giuseppe Jato, provincia di Palermo.
Insomma, i “padroni” non investono in macchinari, visto che in parte lo hanno già fatto negli anni ’80 e ormai sono interessati più al calcio e alla cocaina. Tentano la carta dell’abbassamento del costo unitario del lavoro, visto che non producono beni ad alto valore aggiunto e fanno concorrenza, quando la fanno, ai nuovi paesi emergenti dove vige la regola del salario come “dittatura della ciotola”. Quindi il gioco è quello di rendere il salario italiano medio concorrenziale con quello dei paesi “emergenti” e evitare (anche perché altrimenti ci tagliano le mani) l’entrata in settori ad alta tecnologia e ad alto valore aggiunto.
Gli imprenditori, se così possiamo chiamarli, attendono una bella svalutazione dell’Euro, per giocare al vecchio gioco delle svalutazioni competitive con i nostri partner europei. Il salario è basso, la tecnologia latita, ma intanto facciamo dei prezzi per l’export che mandano in visibilio i compratori esteri. Non ce lo faranno più fare, anche senza l’Euro. Sarà quindi bene che, finita la “pista” di cocaina e parcheggiata la Porsche “Cayenne”, gli imprenditori, dopo aver tifato per la squadra che hanno acquisito (e anche lì il riciclaggio impera) si mettano a studiare come aumentare la produttività media dei fattori, l’acquisizione di nuove tecnologie, l’entrata non svalutativa in nuovi mercati.
Non ho mai capito questa passione per la splendida auto tedesca intitolata ad un’isola di condannati a vita. Prefigurazione del futuro? Acquisto apotropaico? Mah, saperlo.. Dovrebbe essere il loro mestiere, in fondo, quello di mettere insieme al meglio i fattori di produzione. Altrimenti, le “dittature della ciotola” faranno sempre meglio di noi ad abbassare il costo unitario del lavoro, e a chiamare capitali esteri di ogni tipo. Pensiamoci in tempo.

[23 febbraio 2012]