La fenice Alleanza Nazionale

di Marco Giaconi

Il congresso di scioglimento di Alleanza Nazionale ci permette di valutare, oggi, la prospettiva della destra italiana negli equilibri politici futuri. Il Movimento Sociale Italiano nasce, il 26 dicembre 1946, sotto la pressione del Ministero degli Interni che teme, a ragione, la seduzione da parte del PCI sui reduci della Repubblica Sociale Italiana. Il generale Canevari, tanti militanti della X MAS di Junio Valerio Borghese (come Mauro de Mauro, il giornalista ucciso dalla mafia “perché aveva detto la cosa giusta alla persona sbagliata e la cosa sbagliata alla persona giusta”, come scrisse Leonardo Sciascia) molti elementi delle “Volpi Argentate” di Salò ascoltano le sirene, così affini alle loro orecchie antiborghesi e ribelli, del Partito Comunista Italiano.
Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Arturo Michelini riescono a compiere la sintesi: un partito di destra, nostalgico quanto basta (ricordiamo che i reduci di Salò erano in numero superiore ai membri della Resistenza censiti dai Comitati di Liberazione Nazionale), e soprattutto un partito che mantiene a destra il ribellismo antimonarchico e antimoderato dell’ultima raffica di Salò.
Ma Giorgio Almirante, prima di Gianfranco Fini, non voleva una ridotta moderata e nostalgica dalla quale salvare, all’occorrenza, il regime democristiano. Nostalgia e collateralismo alla DC sono stati l’ossessione duale e inevitabile di Almirante, e scongiurare le due derive sarà, nella lotta contro Michelini prima e Rauti poi, la strategia di fondo del vecchio leader di Salsomaggiore. Infatti gestirà, fin dagli anni ’60, rapporti privati e riservatissimi con il PCI, che culmineranno nell’amicizia con Enrico Berlinguer, che parlava con Almirante solo alla presenza, in uno scambio convulso di automobili, del braccio destro Antonio Tatò.
Gianfranco Fini, da Fiuggi a Roma, ha chiuso questa storia di subalternità da guerra fredda ed ha fatto entrare, con piena dignità, un partito di massa nel sistema berlusconiano e nelle istituzioni.
Ma molte variabili si sono trasformate. Gianfranco Fini entra nel PDL per perdere il marchio, identitario e minoritario insieme, della destra “antisistema”, che peraltro non è stata davvero tale. Con la fine di AN finisce, paradossalmente, la subalternità della destra italiana al sistema democristiano e ai suoi eredi. Ma Forza Italia non è la Democrazia Cristiana, partito di massa che unificava anche le classi dirigenti. Forza Italia è un partito di massa che raccoglie tutti i perdenti di Tangentopoli, ma che non assorbe il consenso dei “poteri forti”, salvo che nei momenti di crisi come questi, dove è d’uopo andare a lato della vecchia Birreria Peroni, a Roma, con il cappello in mano e le tasche vuote. La sfida di Fini è dunque più difficile ma non impossibile, come poteva essere ai tempi della DC: convincere i poteri forti, nazionali e internazionali, che l’area AN del Popolo della Libertà è quella leader, sostenere un certo radicalismo rivoluzionario nelle scelte quotidiane (da qui l’espansione della UGL di Renata Polverini) raccogliere l’umore delle masse, che un partito non plastificato e militante può permettersi di fare, e sfidare Berlusconi nella leadership del Partito che verrà.
Un gioco su tanti tavoli che a Fini potrebbe riuscire. Il Presidente della Camera dei Deputati non è uno sprovveduto, o quello disegnato dagli intellettuali di destra, scontenti del moderatismo, o dai berluscones un po’ affaristi dentro AN. Gianfranco Fini è un animale a sangue freddo.
Infatti la sua idea di aderire al Popolo della Libertà permette molti atouts: diluisce nel grande partito berlusconiano gli appetiti e le ambizioni dei “colonnelli” di AN, determina una egemonia probabile della vecchia AN, che è abituata, come i comunisti, alla militanza e al lavoro politico, predispone un rapporto privilegiato con i poteri forti, ancora timidi verso i “fascisti”, immette AN nel grande gioco della politica internazionale, che sarà il vero asse sul quale si giocherà l’uscita italiana dalla crisi economica attuale.
Questa crisi modificherà i sistemi politici europei e gli USA, almeno quanto la globalizzazione successiva alla guerra fredda. Il quadro è semplice: l’UE scoppierà, dato che i costi dell’unione sopravanzano spesso i ricavi, e molti paesi europei scopriranno, a parte la tenuta dell’Euro, i piaceri del free rider, di chi non accetta alleanze stabili o tenta di tradirle.
Gli USA usciranno da questa crisi meno potenti, e certamente meno capaci di vendere agli alleati la loro carta straccia commerciale, che ha sostenuto le guerre in Iraq e l’espansione parallela della domanda interna. Dovranno scegliere: o global players, o crescita economica.
Russia, Turchia, Cina giocheranno le loro carte nell’Ovest europeo e in Africa, chiudendo,laddove è possibile, gli spazi di espansione delle economie europee. Sarà un quadro nuovo, dove potremo dire che davvero la guerra fredda è finita. E nessuna ideologia politica sopravviverà. Ne riparleremo tra due anni.
 
[24 marzo 2009]