La scissura di Silvio

di Marco Giaconi

A parte la politica, la “scissura di Silvio” è un taglio laterale del cervello umano che divide il lobo temporale dai lobi frontale e parietale. Ma, oltre la descrizione dell’encefalo, vi è ormai una vera e propria “scissura del Cav.” tra programmi e fatti, tra PDL e elettori, tra governo e Paese, tra esecutivo e parlamento. Forza Italia e poi il PDL hanno indossato finora vari costumi di scena. FI è stata, all’inizio, il collettore del voto di tutti quegli elettori che si erano trovati privi di quei partiti spazzati via da “Tangentopoli”, che fu una operazione complessa: era la voglia dei potentati economici italiani di far fuori qualche “Mr.17%” che chiedeva troppi quattrini alle imprese, era la voglia della Germania, e anche degli USA, di far deflagrare una classe politica che ormai, dopo la fine della guerra fredda, non serviva più, era infine il tentativo di costruire una Italia con un “costo della politica” minore visto che, avendo già perso la guerra della globalizzazione, le Piccole e Medie Imprese che sarebbero sopravvissute negli interstizi del commercio mondiale non potevano più permettersi certi tromboni. Un depotenziamento della rappresentanza elettorale che sembrava ricalcato da quel Rapporto della Trilateral Commission del 1990 che si intitolava, per mano di Samuel Huntington, “i limiti della democrazia”.
Silvio Berlusconi innesta in questo panorama il progetto di una forza politica liberista, attirando nella sua nuova “Forza Italia” figure come Lucio Colletti, Saverio Vertone, Antonio Martino, Francesco Forte, Giuseppe Are, e tanti altri. Intanto i comunisti, alla Bolognina, si accorgevano con malcelata meraviglia che l’URSS li aveva lasciati soli, e correva da sola, senza costose appendici, la nuova gara per l’egemonia economica mondiale. FI compensava la caduta dello Stato Mamma con l’ottimizzazione dei fattori di crescita economici. La fase successiva di FI fu quella di rivestire i panni della “nuova DC”.
La borghesia italiana, che capisce di politica come una tartaruga le regole della Formula Uno,  quando pensa a un partito di riferimento non riesce a immaginare altro che la vecchia Balena Bianca. Una nuova DC che assorbiva la “parabola del voto bianco” veneto e lombardo, la Lega, unita a una destra che si liberava dai vecchi orpelli di Salò e si adattava a quello che Michelini voleva che il MSI fosse: la ruota di scorta della democrazia cristiana nelle sue trattative inglobanti con il PSI e poi con i comunisti.
Poi è venuta la stagione del riformismo socialista dentro il PDL: il ruolo egemone di Giulio Tremonti, la politica del lavoro in mano a Sacconi, vecchia scoperta di quel vero talent scout che fu Gianni De Michelis, con un progetto di ricostruzione dello Stato Economico attorno ai petroli, vecchia ossessione di tanti maggiorenti della Prima Repubblica. Ora siamo all’ultima parte in commedia: un partito antitasse, localista, con forti tratti peronisti che ricordano la “Russia Unita”, il partito cucito addosso a Vladimir Putin, che ha giocato tutto, come rivelava una sua tesi di laurea del 1999, Materie prime e risorse petrolifere nella strategia di sviluppo della Federazione Russa, sull’unica carta dei petroli e del gas naturale per far compiere a Mosca quello “sviluppo accelerato” che il PCUS non era riuscito a mettere in ponte. Il problema è che Silvio Berlusconi non è riuscito a realizzare nessuna delle metamorfosi del suo partito.Certo anche lui crede che la politica si faccia, come la pubblicità televisiva, con le chiacchiere, ma non si tratta solo della inanità del personaggio. Forza Italia non è riuscita a realizzare alcuna liberalizzazione vera, e qui è il fallimento di tutti quegli economisti che avevano visto il partito di Berlusconi e poi il PDL come un “partito liberale di massa”. Balle. FI era una democrazia cristiana venuta male, altro che un free market party alla Thatcher o alla Reagan. Non è stata nemmeno una vera DC: il partito dei cattolici vinceva perché mediava interessi e gruppi sociali, anche i più lontani dal suo bacino elettorale, e distribuiva risorse, che oggi non ci sono più. E FI e poi il PDL non sono stati nemmeno un partito socialista redivivo. Mancava al “popolo” di Berlusconi il progetto riformista, la cultura tecnocratica, la visione corretta delle relazioni internazionali e finanziarie nelle quali l’Italia era stata posta dopo Tangentopoli. E, a dirla tutta, manca al PDL perfino il piglio del primo peronismo. Juan Domingo e Evita Peròn avevano carisma da vendere, e distribuivano alle loro masse di sostegno, in modo dissennato, ma efficace, quelle risorse che ben due guerre mondiali avevano garantito al granaio e alla macelleria del mondo, l’Argentina, e da entrambe le parti in conflitto.
Insomma, è chiaro che un partito senza un progetto chiaro sia soprattutto un retrobottega del leader, e la degenerazione affaristica del PDL è venuta di conseguenza. Ma qual è il futuro politico dell’Italia, ora che il berlusconismo si avvia a quelle che Fini ha chiamato “le comiche finali”? La linea l’ha dettata Mario Draghi nelle sue “Considerazioni Finali” in Bankitalia il 31 maggio 2011. Il Governatore ha chiarito che “la spesa primaria dovrà ancora contrarsi, di oltre il 5% in termini reali nel triennio 2012-2014” e che per sostenere insieme l’ammodernamento del sistema, ormai non più prorogabile dopo il quindicennio di spot berlusconiani, e la sostenibilità del bilancio, sarà necessaria una manovra aggiuntiva, che potrebbe portare fuori l’Italia dal pericolo di default della sua finanza pubblica, come Irlanda, Grecia, Portogallo e, tra poco, Spagna, senza manomettere i fondamentali macroeconomici. Il recupero della evasione fiscale è stato efficace, ma è lento e insicuro. Inoltre, con un 17% del PIL generato dalla criminalità organizzata e un 30% di finanza prodotto dal riciclaggio, colpire le organizzazioni criminali internazionali che nascono sul territorio italiano è ormai impossibile, dato che mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita sono strutture ormai del tutto integrate nell’economia del “Nord”. E nelle strutture politiche e amministrative. Stiamo andando verso un crime state come quello di Salinas de Gortari in Messico dal 1988 al 1994. Quindi, la manovra aggiuntiva di 40 miliardi di Euro, spalmata su tre anni, sarà il vero compito della classe politica che si avvia a destrutturare, anche dall’interno, il sistema berlusconiano. Vi parteciperanno, magari con un “governo tecnico”, pezzi del PDL, quote del PD, elementi della società civile, singoli elementi di Futuro e Libertà, qualche tecnocrate che fino a oggi non sarebbe “sceso” in politica neanche con una pistola puntata alla tempia. E, in questo contesto, il PDL evaporerà rapidamente, mentre Berlusconi ritornerà alle sue aziende, che hanno bisogno di lui, o usufruirà di un patto del tipo: “ti levi dalle palle e ti garantiamo la copertura da quei comunistoni dei giudici di Milano”.
Chi presiederà questo governo? Non è ancora chiaro. Tremonti scalpita, ed è un candidato credibile. Ma la sua lunga love story  con il berlusconismo lo rende indigesto ad alcuni. Una figura esterna sarebbe preferita da molti, soprattutto nel mondo dell’impresa, ma bisogna vedere se ci sta. E, per dirla tutta, è incredibile come i governi del Cav., invece di mediare tra gli interessi e i poteri, come la vecchia Dc che credono di essere, siano stati capaci solo di far imbufalire tutti: la Confindustria, i sindacati, le Piccole e Medie Imprese, la burocrazia statale, alcune regioni, anche del Nord e di destra, le banche, le imprese multinazionali, gli investitori internazionali, che ormai guardano alla Banca d’Italia e ai ragazzi che, sotto una erma di Goethe, fanno i calcoli dei titoli di stato in emissione, a Via Venti Settembre, persino una certa destra repubblicana, da Giorgio La Malfa a Gianfranco Fini, che se ne è andata sbattendo la porta.
Se arriverà questo governo della Manovra Aggiuntiva, si destruttureranno i partiti attuali. Il PD subirà un frazionamento, con qualcuno che se ne andrà con SEL, salvo patti elettorali di desistenza, e il PDL, che perderà alcuni dei suoi dirigenti e arricchirà i partitini di destra estrema di illustri figure. L’IDV di Di Pietro non è detto che non ci stia, almeno pro quota.

[6 giugno 2011]