La società non esiste più

di Alain Touraine

È effettivamente diventato sempre più difficile parlare di cambiamento sociale, soprattutto in questo periodo storico in cui non è azzardato immaginare che i Paesi europei vadano verso un periodo più o meno lungo di crisi economica, di disoccupazione stagnante e di diminuzione anche brutale e improvvisa del tenore di vita medio delle persone. Dunque da un punto di vista puramente descrittivo si può dire che stiamo già vivendo un momento di passaggio e di cambiamento del tutto rilevante, anche a causa della sua rapidità. […] Per quanto mi riguarda è da tempo che vado dicendo che la globalizzazione è stata il trionfo – almeno tecnicamente parlando – del capitalismo, ma soprattutto della separazione degli attori economici dagli altri attori sociali: è sotto gli occhi di tutti che l’economia è diventata un sistema sempre più indipendente e difficile da controllare, il che ha diminuito la capacità di bilanciamento che un tempo avevano le socialdemocrazie e gli stati-nazionali. Oggi, appunto, tutti ne sono consapevoli, ma il cambiamento era in corso da tempo. In queste settimane i governi sono riusciti a malapena a contenere possibili catastrofi, ma non certo a interrompere la crisi. La separazione dell’economia finanziaria dalla società reale è ormai totale, tutto ciò che legava l’economia alla società – attraverso norme, valori, istituzioni, sistemi di controllo – è stato demolito, di fatto è diventato impossibile fare un programma di sviluppo urbano, di politica di monitoraggio e controllo delle condizioni sociali della popolazione di una città, è impossibile qualunque tipo di pianificazione. Ciò che è accaduto è che attraverso questa separazione dell’economico si è verificata una destrutturazione pressoché totale delle istituzioni di una società. Quello che è avvenuto dimostra insomma, in modo plateale, quello che dico da molto tempo: la nozione di società non ha più senso, anche se per comodità continuiamo a parlare di società italiana o francese, ma questo non vuol dire praticamente più nulla. […].
Ora siamo davanti a due polarità: da un lato un sistema economico fuori controllo che si muove sopra le nostre teste, staccato da tutto il resto, e dall’altro un individuo sempre più isolato e abbandonato a se stesso […].
Nella società industriale l’individuo, principalmente come lavoratore salariato, era inserito in un sistema di produzione e in un sistema di dominazione che alimentava conflitti all’interno di questo stesso sistema di produzione; al di fuori del mondo del lavoro lo spazio per l’individuo era assai ridotto. Oggi l’individuo fa parte di mondi diversi; lavoro, consumo, comunicazione, ciascuno dei quali ha un suo sistema di pressioni e di dominazioni. Bisogna quindi difendersi in quanto cittadini, lavoratori, consumatori, pertanto ci si difende globalmente in quanto “persone”. Questo avviene in un contesto in cui la legittimazione dei miei diritti e dei miei doveri non arriva più dall’esterno, dalla nazione, da Dio o dal partito, così l’individuo può appoggiarsi solo a se stesso o, eventualmente, ad altri individui singoli. Questo, secondo me, si traduce in una forma che non possiamo definire individualismo, quanto piuttosto come una rivendicazione del soggetto ad essere padrone della propria esistenza, che concretamente si esprime nel lavoro, nei consumi, nell’esercizio della cittadinanza. Come dice Hannah Arendt ciò che definisce l’essere umano è “il diritto ad avere diritti”, e quello che io definisco come soggetto è proprio l’individuo che diventa soggetto di diritti, ovvero che può dire “sono il fondamento dei miei diritti” […].
È la fine della politica tradizionale, quella che cercava di controllare l’economia, di avere il controllo sulla società. È evidente che oggi la politica non controlla più nulla. La politica rappresentativa è scomparsa, è una nozione ormai senza contenuto, nessuno è in grado di indicare una direzione che non sia quella della temporanea soluzione di problemi immediati o di emergenze. La politica rappresentativa è poi finita anche perché non c’è più niente di definito da rappresentare, come una volta erano ad esempio gli interessi della classe operaia che avevano appunto partiti che li rappresentevano. Oggi, per esempio, in Francia, il partito del Presidente è innanzitutto una macchina elettorale, non una rappresentanza di interessi, mentre il partito socialista invece è in difficoltà anche su questo fronte e incapace di trovare un orientamento chiaro. Quindi finita la funzione storica dei partiti o dei sindacati si può provare a cercare che cosa è rimasto ad altri livelli, a livelli più vicini a quelli della cosiddetta società civile, verso quella che si può chiamare la democrazia partecipativa. Bisogna però aggiungere che la democrazia partecipativa deve sempre essere associata anche a una democrazia deliberativa, ovvero alla capacità di prendere concretamente delle decisioni. Oggi non mancano certo Ong, inziative locali, iniziative informali, volontariato. La società civile è attiva, anche se mi sembra sia venuta meno la spinta – presente fino a qualche anno fa – a globalizzare molte delle tematiche affrontate da queste mobilitazioni. Resta comunque l’importanza di questa capacità di azione e la possibilità, forse, di aprire qui uno spazio per la politica. In ogni caso io non sono tra quelli che si entusiasmano per questi fenomeni, che a me sembrano comunque un passo indietro rispetto a una democrazia rappresentativa, dove gli interessi sono rappresentabili in modo chiaro e forte. Certo questo volontarismo civile e umanitario è meglio di niente, ci sono iniziative importanti e notevoli, ma che rimangono settoriali, con scopi e capacità di azione e di incidenza circoscritti.
[Inoltre, un accesso maggiore all’informazione ed elementi] di apertura verso la conoscenza di ciò che accade nel mondo, pur con tutti i limiti, è importante in quanto compensa l’isolamento in cui invece è spinto l’individuo. Questo però non può compensare la crisi che si è aperta sul versante della socializzazione, ovvero di quella che era lo scopo e la natura della nozione di società.
[da Il Mulino 1/09]
 
[4 aprile 2009]