La terza volta di Fini

di Marco Giaconi

Forza Italia prima e il PDL poi non sono stati l’inizio della Seconda Repubblica, ma la continuazione, con altri mezzi, della Prima. I governi della transizione, dopo l’attacco speculativo alla Lira e alla Sterlina del 1992, che per alcuni aspetti ebbe maggiore importanza della “operazione Tangentopoli”, sono stati esecutivi della banca d’Italia, dei Servizi USA e britannici, del nesso tra FIAT e azionismo, del partito de La Repubblica, dell’ENI, di qualche pezzo della Massoneria di Palazzo Giustiniani esclusa dalla “operazione P2”, e i governi di Silvio Berlusconi sono stati i governi tecnici di Mediaset. Una classe politica destrutturata e priva di legittimità è ricorsa ai poteri esterni al sistema parlamentare, che hanno contrattato l’arrivo dei loro “tecnici” in cambio di alcuni favori, e la classe politica accettava la protezione di quel potere che esprimeva il nucleo forte del Governo. Berlusconi “scende in campo” per proteggere sé stesso e il suo impero televisivo e finanziario, in cambio vuole alcune leggi ad hoc, e la vecchia classe politica accetta di essere gestita dai venditori di Publitalia rapidamente riciclatisi in parlamentari. Dopo la fine della guerra fredda, l’Italia ha perso ogni valore strategico: non è l’antemurale del Blocco dell’Est, non è rilevante per il controllo del Mediterraneo, non è il mercato necessario per le economie centroeuropee, che si spostano immediatamente verso le aree dell’ex Patto di Varsavia. Come ebbe a dire un politologo USA di origini italiane, pochi anni fa, “agli americani dell’Italia nun gliene po’ fregà de meno”.
L’Italia sperimenta una versione morbida della dissociazione che la Germania e gli USA mettono in atto nei Balcani, creando staterelli troppo piccoli per dare fastidio e estranei alla vecchia alleanza con la Russia, che Washington legge, dopo il 1989, come una potenza regionale. Questa irrilevanza dell’Italia è insieme il limite e la risorsa di Silvio Berlusconi. Il cavaliere di Arcore ha direzionato l’Italia, con intuito da businessman, verso la Federazione Russa di Putin e il mondo arabo, con gli accordi strategici verso la Libia di Gheddafi, che ritornerà ad essere una cassaforte finanziaria per le imprese nazionali, come fu ai tempi della LAFICO di Tripoli che salvò la FIAT, e con i legami con i fondi sovrani del Golfo, peraltro già presenti da anni nell’asse azionario di Mediaset.
Ma l’Italia può reggere questa trasformazione della sua politica estera e finanziaria? Il legame con Putin e con le petromonarchie del Golfo non ha, forse, conseguenze strategiche e politiche per l’UE e la NATO? L’idea di Berlusconi di imitare in Italia lo sviluppo oil and gas based della Russia non porterà forze ad uno squilibrio economico e a una debolezza strutturale dell’economia e della società italiana simili, per molti versi, a quelle che sperimenta lo stesso regime putiniano? E, inoltre, qual è il limite di tolleranza, da parte della NATO, degli USA e della UE per un free rider italiano che imposta una geoeconomia i cui fondamenti strategici contrastano con le linee di tendenza sia di Washington che di Bruxelles?
Per realizzare questa operazione, il Cavaliere di Arcore ha costruito non un partito (parola che gli fa venire l’orticaria) ma uno “sciame politico” che ha alcune caratteristiche nuove: non è territorializzato, dato che ogni radicamento genererebbe potenziali competitori per il Cav., ed unisce nella figura del leader due elettorati, quello degli orfani dei partiti di governo distrutti dalla Procura di Milano e il vecchio partito del non-voto, richiamato non dalla politica, ma dalla figura da star mediatica del leader, e perfino dalle sue innumerevoli gaffes. Il funzionario democristiano e la casalinga di Voghera. Inoltre, il non-partito PDL ha necessità di un ancoraggio valoriale, e ne abbiamo avuta esperienza con il caso Englaro, perché manca una canalizzazione degli interessi legittimi e una stabilità delle classi dirigenti locali.
Il PCI di Togliatti poteva permettersi di accogliere i cattolici comunisti di Felice Balbo e Franco Rodano perché la questione non era valoriale o puramente ideologica, ma di programma politico. Ma il partito-comitato di affari, vecchia figura giolittiana che il beslusconismo ha attualizzato, è irto di pericoli. La democrazia interna ai partiti serve per legittimarli nei confronti dell’elettorato, ma è utile soprattutto a percepire, al di là di pseudoscientifici sondaggi, gli umori e gli interessi reali dei cittadini. Il partito è un sistema di comunicazione dalla base verso il vertice e viceversa, e non c’è programma televisivo che possa sostituirlo. Se questo non accade, il partito diviene autoreferenziale, e basta poco per spiazzarlo e, alla fine, distruggerlo. Ogni partito monocratico o basato sul solo carisma del leader arriva inevitabilmente alla paranoia programmatica e a quell’effetto “bravo-grazie” che Ettore Petrolini disegnò con feroce ironia durante gli “anni del consenso” per Mussolini. L’uscita di fatto di Gianfranco Fini e dei suoi parlamentari dal cerchio magico del berlusconismo costringerà quindi il Cavaliere a fare politica. Gli impedirà di raccogliere tutte le istanze, anche le più contraddittorie, del suo elettorato, e soprattutto Fini costringerà Silvio Berlusconi a evitare l’effetto annuncio, tipica tecnica pubblicitaria, sul quale il Cav. ha costruito le sue fortune elettorali. Dalla cura contro il cancro alla riduzione delle tasse, dal Ponte sullo Stretto di Messina alle innumerevoli riforme, dire non è fare. E rimandare non è né dire né ripetere.
Fini nasce in un partito quasi più strutturato del vecchio PCI. Ha avuto l’intuito di non farsi cuocere a fuoco lento nella ridotta dei “fascisti”, sdoganati dal Cavaliere Buono ma un po’ buffi con i loro saluti romani e i viaggi a Predappio. Ha subito giocato la carta del partito liberale-nazionale in aperta concorrenza con Forza Italia e il PDL. Berlusconi, che è umorale e impolitico come pochi, lo ha ricambiato con azioni di defamation che, in un carattere meno freddo di quello che il destino ha concesso a Fini, avrebbero imposto una bella scazzottata in pubblico. L’odio accumulato dai “colonnelli”, invidiosi del ruolo di Fini e del tutto estranei ai suoi interessi culturali e politici, ha fatto il resto. D’altra parte, l’ex capo di AN ha sempre cercato di sfuggire all’abbraccio berlusconiano: le liste dell’Elefantino con Mario Segni, le aperture di credito ai nuovi gruppi in uscita dal PD, sono tutti segnali che Fini, anche quando la scissione non era in atto, non ha mai pensato che il PDL fosse l’assetto definitivo del centro-destra italiano. Ma, se è vero che Fini ha tutto l’interesse a stabilizzare la sua forza parlamentare prima delle elezioni politiche, è anche realistico pensare che egli abbia tutto l’interesse, nell’immediato futuro, a differenziare al massimo l’offerta politica del suo gruppo rispetto a quella del PDL. In questa tensione tra due necessità strategiche si muoverà la pattuglia dei finiani. Se e come il PDL imploderà, o grazie ad una nuova “questione morale” o alla inevitabile bocciatura da parte della Corte Costituzionale del “Lodo Alfano” (ma chi gliele scrive le leggi, al Cav.?) i tempi sono stretti e la caduta verticale del consenso di tutti i partiti renderà le elezioni future o irrilevanti o non risolutive. Si ritornerà, probabilmente, a una Entità esterna alla quale verrà chiesto un padrinage per il solito “governo tecnico”, mentre l’elettorato del PDL si disperderà nell’area del non-voto, da cui molti provengono, o nella formazione finiana, o nella Lega Nord.
D’altra parte, il nuovo gruppo di Gianfranco Fini è forte al Sud, ha inglobato il MPA del governatore siciliano Lombardo, e ha quindi escluso di fatto il PDL da una egemonia reale sul grande granaio dei voti moderati, il Meridione d’Italia. A Nord, le perdite del PDL e il passaggio di voti verso la Lega saranno, alle prossime elezioni, ancora più evidenti. Il centro, quello che il mio amico Geminello Alvi chiama la “Lega Appenninica della Sinistra” o è appunto di sinistra o voterà Lega, che raccoglierà lo scontento delle PMI dei distretti toscani e emiliani o le tensioni della nuova classe operaia de-sindacalizzata e insicura sul proprio avvenire. Ma, se la Lega Nord perde il suo “Sol dell’Avvenire”, cioè il federalismo, perde pure la propria ragione sociale e sarà rapidamente abbandonata dai suoi elettori del Lombardo-Veneto, che magari si radicalizzeranno su temi secessionisti. Insomma, se fossi nei panni di Silvio Berlusconi, sarei meno ottimista.
[4 agosto 2010]