L'agitatore di archetipi

Appunti su Isaiah Berlin
di Gianfranco Cordì

Da un’attenta lettura de Il legno storto dell’umanità. Capitoli della storia delle idee, a cura di Henry Hardy (traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti ad eccezione del saggio La ricerca dell’ideale, tradotto da Gilberto Forti, Adelphi, 2004), risulta che Isaiah Berlin (Riga, 6 giugno 1909 – Oxford, 5 novembre 1997) può essere rappresentato e configurato come un pensatore del disturbo, dell’interferenza.
«Questo volume è in realtà il quinto di una serie che ne contiene già quattro» dichiara Hardy in sede di “Prefazione del curatore all’edizione italiana”. Esso in sostanza, nell’ambito dell’intera opera di Berlin, vuole essere un contributo a quella storia delle rappresentazioni intellettuali che riassumono in sé una serie di conoscenze possibili, raccolta (appunto in quattro volumi) dallo stesso curatore a partire dalla pubblicazione dei Russian Thinkers avvenuta tra Londra e New York nel 1978. Una storia effettuata (in otto saggi) attraverso la disamina del pensiero di singoli filosofi (Giambattista Vico e Joseph de Maistre, nel caso del volume in oggetto), di movimenti politici e sociali (il relativismo, il romanticismo e il nazionalismo), di concetti (l’utopia) e di soggetti storico-culturali (l’Europa e la ricerca dell’ideale).
Isaiah Berlin fa catapultare, in ogni caso e qualsiasi argomento stia trattando, il mondo delle idee, ossia degli stati mentali, nella esatta frazione di senso chi si sta trovando ad indagare. Egli dice a un certo punto, infatti: «è tutta una questione di idee nelle teste degli uomini» ed anche «questi grandi movimenti partirono dalle teste di uomini, cominciarono sotto forma di idee: idee su ciò che sono stati, sono, potrebbero essere e dovrebbero essere i rapporti fra gli uomini». Tale perentoria storia delle idee apre dunque all’autore la prospettiva di una considerazione fortemente psicologica alle cose. All’interno di tale angolatura, inoltre, vengono individuati fin da subito due momenti. «L’idea di una società perfetta è un sogno antichissimo: o perché i mali del presente spingono gli uomini a domandarsi che cosa sarebbe il loro mondo senza quei mali, a immaginare una qualche condizione ideale in cui non vi siano ne miseria ne cupidigia, che ignori il pericolo, la povertà, la paura, la fatica abbrutente e l’insicurezza; oppure perché queste utopie sono finzioni deliberatamente costruite come satire, intese a criticare il mondo reale e a svergognare coloro che controllano i regimi esistenti o coloro che si rassegnano troppo docilmente; o sono magari semplici fantasie sociali, meri esercizi delle immaginazione poetica». Da una parte c’è dunque l’idea della «società perfetta»: quella nella quale tutto è costruito in funzione del meglio. «La dottrina comune a tutte queste concezioni e movimenti», dice ancora Berlin, «è la nozione che esistono verità universali, valide per tutti gli uomini, in ogni luogo, in tutti i tempi, e che queste verità trovano espressione in regole universali, in quel diritto naturale degli stoici, della Chiesa medioevale e dei giuristi rinascimentali la cui violazione è la sola causa del vizio, della miseria e del caos».
A fronte di questa realtà, invece, «la cosa migliore, come regola generale, è mantenere un equilibrio precario che impedisca il sorgere di situazioni disperate, di scelte intollerabili – questo è il primo requisito per una società decente, un traguardo al quale possiamo sempre sforzarci di arrivare, alla luce dei limiti della nostra conoscenza e anche della nostra imperfetta comprensione degli individui e delle società. Una certa umiltà, in questo caso, è quanto mai necessaria». Da un lato, le «verità universali» e dall’altro «un equilibrio precario». Come dire la globalità e la parzialità. Lo stabile e l’incerto. Il durevole e il provvisorio. Il costante ed il revocabile.
In questa situazione Berlin non tarda certo a manifestare le proprie preferenze. «Possiamo fare solo quel che possiamo; ma questo dobbiamo farlo, nonostante le difficoltà». Non è la volontà la protagonista dell’universo di Berlin, ma la capacità di, l’aver possibilità di; in una parola: la coscienza dei propri limiti. Il temporaneo di cui si diceva, abbinato a questa consapevolezza delle proprie frontiere, giocano un ruolo chiave nel tipo di pensiero e di società caratterizzato dall’autore. Nel mondo dove ogni cosa è mutabile non resta che ancorarsi fortissimamente ai propri contorni. «I nostri tempi hanno visto lo scontro di due concezioni inconciliabili. Una è quella di coloro che credono nell’esistenza di valori eterni, vincolanti per tutti gli uomini, e sono persuasi che se non tutti gli uomini li hanno riconosciuti o realizzati finora, ciò si debba a una mancanza delle necessarie capacità morali, intellettuali o materiali… Ma essa non è accettata da quanti dichiarano che gli uomini differiscono l’uno dall’altro, e in maniera permanente, quanto a temperamento, doti naturali, mentalità e aspirazioni; che l’uniformità uccide; che gli uomini possono vivere una vita piena solo entro società dalla struttura aperta, in cui la varietà non sia semplicemente tollerata, bensì approvata e incoraggiata». La contrapposizione è netta: il mondo dei valori assoluti, delle verità eterne, degli universali e necessari fini dell’uomo è quello della «precarietà», dei «limiti», del riconoscimento della «varietà» ovvero del «pluralismo». Le preferenze di Berlin vanno dunque, quasi naturalmente, verso questo secondo mondo. Egli scrive infatti: «la nozione di un tutto perfetto, la soluzione ultima in cui tutte le cose buone coesistano mi sembra non solo irraggiungibile – è lapalissiano – ma anche un’incoerenza concettuale: io non so cosa s’intenda per un’armonia di questo genere».
Altra caratteristica del cosmo friabile delineato in queste pagine dal filosofo di Riga è quella che asserisce quanto segue: «la vita è il fatto di viverla, la passeggiata è il fatto di passeggiare, la canzone è ciò che compongo o canto quando la compongo o la canto, e non qualcosa di indipendente dalla mia attività. La creazione non è un tentativo di copiare un qualche modello platonico, fisso, già dato. Soltanto gli artigiani copiano: gli artisti creano». Una considerazione profondamente realistica del corso delle cose si unisce, allora (in maniera del tutto automatica), alle precedenti. E inoltre: «la libertà è solamente un valore tra gli altri, e non può realizzarsi senza regole e limiti». E «noi pensiamo, perlopiù, in parole: ma tutte le parole appartengono a lingue specifiche. Come non esiste un linguaggio umano universale, così non esiste nessuna legge o autorità umana universale. In caso diverso queste leggi, queste autorità sarebbero sovrane sulla terra».
Una connotazione fortemente relativistica, dunque, insieme alla insicurezza, al realismo, alla coscienza dei limiti, al pluralismo vanno così adesso a comporre un quadro che è completato da un ulteriore altro aspetto che è proprio di questo mondo. «Le forme di vita variano tra loro. I fini, i principi morali sono molti. Molti, ma non innumerevoli, perché devono restare entro l’orizzonte umano». La mobilità perpetua del tutto è qui adesso in questione. Il segmento di vita tracciato e additato da Berlin dunque consiste in un universo che concerne la finitezza, la complessità e l’alterità. La considerazione del «diverso» scaturisce infatti dalla contrapposizione tra il mondo delle verità eterne (e quindi, dello «stesso») e il caotico e pulviscolare luogo dell’eterogeneo, del multiforme, del molteplice: il mondo del «pluralismo» insomma. Quel posto in cui «la varietà non sia semplicemente tollerata, bensì approvata e incoraggiata».
È appunto in tale contesto che germoglia la figura dell’altro, dell’opposto, del discorde. Alla regolarità e uniformità del primo livello di consistenza subentra, adesso, un elemento che scombina la scena. Come un novello Girolamo Savonarola, questo sobillatore, è il fattore che rimette ogni cosa in gioco. E solo per avere teorizzato questo oggetto, Isaiah Berlin si apparenta fin da subito al Sigmund Freud studioso del «perturbante» ed al Thomas S. Khun esegeta delle «anomalie» che precedono una rivoluzione scientifica. Questo sovvertitore, che immette l’irregolarità nel sistema, è il paradigma della complessità, mutevolezza, precarietà, relativismo e realismo dell’intero edificio tracciato fin qui da Berlin. In questo senso egli è, dunque, il pensatore del disturbo, dell’intermittenza, della noise.
Proprio per aver descritto un territorio in cui acquista un significato profondo la citazione (tratta dalle Idee zu einer allgemeinen Geschichte in weltbürgerlicher Absicht di Immannuel Kant) che costituisce la falsariga del titolo del volume di Berlin. «…Da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire nulla di perfettamente dritto» ha scritto Kant. Il senso della incompiutezza degli esseri umani si sposa in questo modo a quello dell’aberrante disordine delle loro azioni. Così da restituire un’idea di società fatta del contrario, di eventi situati perfettamente nel tempo e nello spazio ed, infine, di nuova e sempre più urgente riflessione basata sul tangibile.

[15 giugno 2011]