L'Aquila G-8
Sarà, ma per me, prima di tutto, L’Aquila è una città templare. Costruita nel 1200 sulla pianta di Gerusalemme, ma a struttura rovesciata, in quattro quartieri come la città mediorientale, L’Aquila ha la fontana delle 99 cannelle, come quella di Siloe citata nel Vangelo di Giovanni, quando il cieco nato si lava alla fontana di Gerusalemme e guarisce dopo aver ascoltato il Cristo iniziatico che afferma: “finché sono nel mondo, sono la luce del mondo”. Le due coordinate della città abruzzese hanno ognuna per somma 9, e a L’Aquila, nella vicina basilica di Collemaggio, venne incoronato Celestino V, uomo dei Cavalieri del Tempio, che sarà combattuto da Bonifacio VIII, poco simpatico a Dante, “fratello d’amore” e quindi legato alla Milizia Templare.
Detto questo, vediamo cosa è successo tra quei non-iniziati dei capi di Stato e di Governo al G8 dell’Aquila. E a poco vale, in questo caso, la Massoneria alla quale alcuni di essi appartengono. La riunione informale, nata dal Library Group del 1974 in USA, è legata alla concezione, tipicamente anglosassone, del contatto diretto, informale, immediato e amicale tra i capi di Stato, senza i rituali e le formule ambigue delle diplomazie. Ma, dopo la fine della guerra fredda, i G8 (anzi, i G7, la Russia entrerà ufficialmente nel 1994) sono divenuti una grande operazione di immagine globale, così come è divenuta un appuntamento fisso quello dei no-global che vanno a insegnare ai grandi del mondo come risolvere i problemi dello stesso, con la saccenza degli eterni bambini. Due città a rovescio, come L’Aquila e Gerusalemme, entrambe tese all’”immagine”, l’idolo satanico dei nostri giorni. Naturalmente, le dichiarazioni del G8 aquilano sono piene di buone intenzioni, che lastricano da sempre la via dell’inferno. Ben 13 dichiarazioni ufficiali sono state votate all’Aquila, dalla lotta al terrorismo alla sicurezza alimentare, passando per il “processo di Heiligendamm” che unisce dal 2007 il G8 e il G5 (Brasile, India, Cina, Messico e Sud Africa) sulle questioni dello sviluppo economico in Africa fino alle questioni climatiche e al “riscaldamento globale”, recente ossessione degli analisti USA.
Da memore dei Templari, sono ormai sempre più scettico contro questa mania della politica internazionale di risolvere tutte le issues ecologiche, alimentari, istituzionali, politiche, e sono rimasto fermo alla lezione del realismo kissingeriano, che se ne frega delle esportazioni della democrazia, dei ghiacci che si sciolgono ai Poli e del “non ci sono più le mezze stagioni” ma si concentra sul vero obiettivo della politica internazionale: rendere stabile un equilibrio pacifico tra gli Stati. L’esportazione della democrazia, poi, ve la raccomando: alle prime elezioni in Afghanistan dopo la sconfitta dei taliban del Mullah Omar (che se ne sta ancora semicieco, nel Waziristan meridionale o nella villa per lui affittata dai Servizi iraniani a Quetta) chi seguiva direttamente le cose sul terreno mi raccontava di urne elettorali rubate e manomesse dai briganti, di elettori plurimi, di casse di voti rotte tra i crepacci degli altipiani, tra le rovine dei Buddha di Bamyan, iniziatici segnali della continuità indoeuropea in Asia. Per quanto riguarda la non-proliferazione nucleare, Obama ha firmato con Medvedev, il Presidente russo che fa le veci di Putin, il suo vero ma litigioso padrone, un progetto di ratifica bilaterale del CTBT (Comprehensive Test Ban Treaty) che dovrebbe limitare le esplosioni sperimentali di ordigni nucleari. Ma questo riguarda l’aggiornamento dell’arsenale atomico, non la sua struttura e le dottrine del suo uso. La Federazione Russa vuole fare una transazione: vi garantisco una progressiva distanza tra Mosca e Teheran, anche se sono da poco arrivati ben tremila tecnici russi con famiglie appresso alla centrale nucleare iraniana di Bushehr, se voi mi fate entrare in Afghanistan per mediare la fine dei combattimenti e la “ripulitura” del 73% del paese, ormai in mano ai taliban e ai “signori della guerra” che finanziano la loro lotta contro l’ISAF attraverso il traffico di oppio che passa, guarda caso, soprattutto dall’Iran. Ovvero: una nuova dominance russa in Asia Centrale, per gestire l’area petrolifera e gasiera delle ex-repubbliche sovietiche locali, e quindi Mosca potrebbe evitare di sostenere la pressione nucleare e petrolifera iraniana, che va contro agli interessi sauditi. Insomma, i russi, da vecchi marxisti, sono realisti.
In Medio Oriente, il G8 aquilano vuole la ripresa della logica, che piace agli americani ma sempre di meno a Israele, dei “due popoli-due stati”, e c’è chi si chiede, a Tel Aviv e a Gerusalemme (l’origine dell’Aquila) di quali popoli e di quanti Stati si voglia trattare. La Striscia di Gaza in mano ad Hamas dovrebbe rientrare nei Territori dell’Autorità Nazionale Palestinese, dominata da Fatah? L’Egitto sarebbe contento di confinare, sul Sinai, con una area dominata da Hamas e finanziata dall’Iran? I Territori dell’ANP dovrebbero ridefinire i loro confini con la Giordania, mentre la Siria non intende concludere la trattativa sulle Alture del Golan, che sono il corridoio per arrivare a Damasco, come hanno insegnato Lawrence d’Arabia e gli israeliani durante la guerra del Kippur. La questione del “Piano Marshall” per la Palestina, che ormai vaga nella mente dei politici italiani da oltre quindici anni, è poco sensata. Il terrorismo palestinese non è tale perché gli abitanti di quelle terre sono poveri, ma poiché la ricchezza è totalmente asimmetrica: la sola famiglia reale saudita ha donato ai “martiri” palestinesi, dal 1998 al 2003, ben 4 miliardi di Dollari USA, dopo gli accordi di Oslo del 1993 gli USA hanno concesso alla Striscia di Gaza e alla West Bank (l’area del fatah) 1,3 miliardi di USD , l’UE “passa” 9 milioni di USD al mese, mentre i Paesi arabi finanziano l’ANP con 55 milioni di dollari al mese. In totale, si tratta di 1330 Dollari per palestinese. Il “Piano Marshall” evocato dai politici italiani, da De Mita a Silvio Berlusconi, trasferì solo 272 USD ad ogni singolo europeo, e questo al valore attuale del Dollaro. Probabilmente, il G8 aquilano intende inserire la rete palestinese nel contesto del “Processo di Barcellona” e delle attività MENA di sostegno europeo alla crescita del bacino sud del Mediterraneo, il che è una ottima idea, ma non ha niente a che fare con il solito “Piano Marshall”. Che, peraltro, era collegato al progetto USA di trasferire le seconde lavorazioni, le filiere industriali “mature” in Europa, per generare il decollo delle economie nazionali distrutte dalla guerra persa, unificare le strutture e i criteri produttivi tra le due sponde dell’Atlantico, creare in Europa un sistema industriale che si reggeva vendendo i suoi prodotti nel grande mercato continentale USA. La carità è una attività razionale, ma non si vede come questo processo sia applicabile al dislivello tra UE e ANP, che peraltro possiede ben 14 miliardi di USD di fondi autonomi, ereditati dall’OLP di Arafat, che ben potrebbero essere impiegati in un “decollo” economico palestinese.
Sulla questione del “Riscaldamento globale”, mi viene in mente quel vecchio film dei Sex Pistols, The Great Rock’n Roll Swindle. Il termine “truffa” riguardo alla questione del riscaldamento globale è stato peraltro già usato in un vecchio documentario inglese trasmesso da Channel 4 nel 2007. Che solo il CO2 sia responsabile dell’”effetto serra”, mentre nulla sarebbe da mettere nel conto delle masse oceaniche, dei vapori atmosferici non inquinanti, dell’influsso del sole e delle masse elettriche cosmiche, della fasce di Van Allen e che comunque il processo del “riscaldamento globale” sia unidirezionale, mentre tutti i climatologi sanno che l’aumento delle temperature è sempre stato ciclico, anche dopo le prime grandi fasi di inquinamento atmosferico (che esiste, naturalmente) e che i livelli di CO2 siano solo cumulativi, mentre sono invece anch’essi ciclici, e non per colpa o merito degli uomini, beh, tutto questo mi sa di swindle, cioè truffa.
Naturalmente vi è metodo in questa follia. Si tratta di controllare, come perfettamente sanno India, Cina, Brasile e Giappone, i ritmi dello sviluppo economico cinese e indiano, per diminuire la “sete” di petrolio di queste due medie-grandi potenze economiche e tra poco militari e quindi calmierare, pur con un meccanismo di mercato, i prezzi del greggio che, se troppo alti, potrebbero inficiare grandemente sia le riserve finanziarie che le prospettive di recupero industriale dei paesi occidentali. Ma le cose è bene dirle chiaramente, e meglio sarebbe un accordo economico tra Cina, India, UE e USA su una banda di oscillazione delle rispettive monete, per evitare esportazioni dell’inflazione ed effetti speculativi sulle singole divise.
I Cavalieri del Tempio, che hanno inventato la finanza internazionale, avrebbero fatto di meglio, proprio a L’Aquila.
[13 luglio 2009]

