Le due crisi
La caduta del governo Prodi indica che le “due sinistre”, quella riformista e l’altra neocomunista, non hanno gli stessi progetti e la stessa visione dell’Italia nel breve e medio termine.
Ma non si tratta solo di una crisi di governo: la fine di questo esecutivo della sinistra trova il paese stremato, indebolito, privo di idee e progetti credibili per il futuro.
Le aree del Nord in crescita economica si sono ristrutturate negli ultimi tre anni internazionalizzandosi, quindi il Nord-Est degli “schei” e delle “cadreghe e maglioni” non sarà più capace di sostenere un surplus di spesa pubblica, sia essa distribuita al Nord o al Centro-Sud.
La grande industria se ne sta andando o se ne è già andata: la vera divisione nella classe politica, oggi, è tra coloro che vogliono vendere a Tizio una certa industria contro quelli che la vogliono far passare nelle mani di Caio. È questo uno dei veri assi “downsiani”, come si insegnava nei corsi (veri) di scienza politica, tra destra e sinistra, non altri.
Nessuno poi, nel contesto geopolitico attuale, ha interesse a pagare i sovracosti dello Stato italiano per motivi strategici, come accadeva durante la guerra fredda.
Chi ha capito che la caduta del Muro di Berlino riguardava anche e soprattutto noi, come Francesco Cossiga, è rimasto inascoltato. E certo, e lo dico per esperienza personale, spiegare questioni e scenari di politica estera a un politico italiano è come cercare di trasformare il grandissimo Paolo Poli in un bravo padre di famiglia. Il fatto è che i governi stranieri non sono iscritti nelle liste elettorali di Casal di Principe o di Mantova.
Le due classi politiche, a destra come a sinistra, sono organizzate come centri selettivi di spesa clientelare: ma non ci sono risorse, e comunque i cicli economici globali sono tali da marginalizzare l’Italia e da renderla fortemente vulnerabile a quelle che gli analisti finanziari chiamano le “volatilità” dei cicli economici.
Il contesto sociale prodotto da questa debolezza strutturale italiana è quindi, inevitabilmente, quello del “tutti a casa”, ogni gruppo tende, e tenderà sempre di più, a sindacalizzarsi, e a scaricare su altri la tutela del proprio status economico e sociale (e pensionistico) e questo gioco del cerino creerà una nuova divisione tra “garantiti” e “non garantiti”: i primi saranno quelli che, anche se non sono dipendenti pubblici, hanno forza politica e elettorale, e gli altri quelli che, statali o meno, sono senza tutela politica, clientelare o sindacale.
Ma si tratterà sempre di un gioco al ribasso e a somma zero: un trasferimento di eguali o minori risorse da uno all’altro che non creerà mobilità sociale ma solo quello che Nietzsche vedeva all’opera nel mondo contemporaneo, il risentimento.
La tensione massima avverrà quando il gruppo di testa dell’UE avrà valutato che i costi del mantenimento dell’Italia nel sistema della moneta unica europea sono maggiori dei vantaggi.
Se l’inflazione e la spesa improduttiva importata dall’Italia nel resto della UE sarà tale da inibire lo sviluppo economico dei paesi maggiori, qualcuno a Francoforte si alzerà, sorseggiando un thè verde, per chiedere il “congelamento” dell’Italia nell’area Euro.
Successe lo stesso con la NATO, quando il socialdemocratico Helmut Schmidt fece attendere i ministri italiani fuori dalla stanza del Comitato Politico dell’Alleanza, e chiese ufficialmente di togliere agli italiani l’accesso ai segreti NATO.
Cosa fare, quindi? Riformare le pensioni eliminando il limite di età. Lo chiedevano i tecnici che elaborarono il New Deal per Roosevelt, ma il più malaticcio dei presidenti USA disse che la gente non avrebbe capito, e impose un limite fisso e universale.
Diminuire fortemente la spesa pubblica e contemporaneamente il carico fiscale, come chiede da ben due anni il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, ma diminuire la spesa pubblica significa restringere le risorse che i politici posso distribuire nei loro collegi, ed esiste quindi un limite oltre il quale la classe politica potrà accettare questa cura dimagrante; e il limite sarà sempre al di sopra di quello che occorrerebbe fare.
L’altra ipotesi è una tutela esterna al sistema della rappresentanza, come accadde durante la fase di integrazione dei conti pubblici italiani nel sistema della moneta unica, con Carlo Azeglio Ciampi e i governi immediatamente successivi a “Tangentopoli”.
L’idea della europeizzazione dell’Italia, pensata da quel grande statista che fu Beniamino Andreatta, era quella di far fare all’Europa il controllore della irriformabile classe politica italiana.
Se quindi non si arriverà a una tutela della classe politica da parte della tecnocrazia nazionale, l’altra ipotesi sarà quella della tutela esterna. Un Paese dell’Euro che di fatto “filtra” le decisioni dell’Esecutivo e fa passare quelle meno destabilizzanti per il sistema UE.
Ma, anche se è vero che se “Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari”, i baresi non sono iscritti nelle liste elettorali di Neully sur Seine.
Oltre questo orizzonte, non è possibile intravedere altro. Ma l’avvenire è comunque poco allegro.
Inoltre, ci sono problemi culturali di grande importanza, che i politici tendono a trascurare: con questa scuola mediocre alla quale segue una università ridicola, le classi dirigenti saranno sempre meno intellettualmente eleganti. La modernizzazione postmaterialistica ha creato un immaginario sociale e politico che non esito a dire folle.
Quando un “anti TAV” della Val di Susa afferma alla televisione che “le autostrade non servono più, oggi ci sono le autostrade informatiche”, ci si chiede come viva questo signore, ma si ha comunque la percezione di una psicologia di massa compressa tra mitologie ultramoderne e retorica medievale che fa venire i brividi.
Ne vedremo delle belle, cari lettori di Alleo.
[29 gennaio 2008]

