L'enormità della catastrofe

Paolo Cantini

Immaginiamo il nostro pianeta come se fosse un pallone da football, con i vari settori di cuoio che ne costituiscono l'involucro esterno. Nel pallone da football i diversi settori sono di forme più o meno regolari e cuciti strettamente tra loro in modo che non si possano muovere. Nella Terra accade invece che i settori in cui è sezionata siano molto irregolari, alcuni più grandi e altri più piccoli e, cosa fondamentale, questi settori non sono incernierati tra loro ma sono slegati, liberi di muoversi secondo spostamenti che si misurano in scale temporali dell'ordine delle centinaia di migliaia d'anni, se non in milioni d'anni.

Quando osserviamo il globo terrestre, con i suoi oceani, le terre emerse, i continenti, è come se osservassimo un singolo fotogramma di una pellicola che si proietta da miliardi di anni, in cui la scena, costituita dalla rappresentazione della superficie terrestre, è cambiata svariate volte. Quello che vediamo oggi, quindi, non è che un'istantanea di com'è il pianeta ai giorni nostri. Grazie allo studio della geologia possiamo far scorrere indietro questa pellicola e vedere com'era una volta, decine e centinaia di milioni di anni, fa l'aspetto del pianeta Terra, dove continenti e oceani avevano altre estensioni e localizzazioni. Vedremmo quindi come l'Africa e l'America meridionale fossero una volta unite, con il becco dell'attuale Mato grosso incuneato nel golfo di Guinea, a costituire un enorme continente, o l'India molto più a sud di dove si trova adesso, che nel suo movimento di deriva verso nord-est, si lasciava lentamente dietro il Madagascar. L'eterno fluire di questi enormi settori della parte più superficiale del pianeta è conosciuto come Tettonica a zolle è costituisce attualmente il modello scientifico più valido per comprendere la dinamica del pianeta Terra. Secondo questo modello, pertanto, il globo terrestre è frazionato in tante "zolle", o "placche", che trasportano indifferentemente oceani e continenti e che, proprio come in un pallone da football rivestono la sua superficie, solo che queste placche hanno forme irregolari e bizzarre e si muovono tra loro. Semplificando molto, possiamo dire che i movimenti permessi in una situazione del genere sono fondamentalmente di tre tipi: placche che si allontanano, placche che scorrono parallelamente tra loro e placche che convergono, caso in cui si ha il fenomeno della subduzione, ovvero quando una delle due zolle si immerge sotto l'altra secondo un angolo variabile, sprofondando nella parte più interna del pianeta. Quello che succede quindi nelle zone di contatto tra le diverse placche è facilmente immaginabile: sono le aree più instabili della superficie terrestre, quelle in cui più frequentemente si originano terremoti, eruzioni vulcaniche e tutti i cataclismi naturali connessi a questi eventi tettonici. Lo scontro o lo sfregamento tra le placche è all'origine dei più disastrosi terremoti che si conoscono. Le spinte coinvolgono forze straordinarie e il sistema può rispondere in modo da assorbire l'energia prodotta da tali eventi. Quando gli sforzi raggiungono il limite della resistenza offerta dalle rocce che costituiscono la crosta terrestre, si forma una frattura e si genera un terremoto, il rilascio improvviso dell'energia accumulata in una spinta durata centinaia o migliaia di anni. In una manciata di secondi l'enorme quantità di energia si propaga dall'area ipocentrale, ovvero la zona all'interno della crosta terrestre dove è avvenuta la rottura, in tutte le direzioni secondo un moto di natura ondulatoria che attraversa tutto il pianeta. Generalmente, alla scossa principale segue una sequenza di eventi sismici correlati e innescati dalla scossa principale, cosicché si parla più propriamente di "sequenza sismica". Le onde sismiche generate da un terremoto sono di varia natura e hanno caratteristiche fisiche diverse ma tutte vengono registrate da apposite stazioni di registrazione ubicate in quasi tutti i paesi. La registrazione delle onde permette la sia la localizzazione dell'area origine del terremoto che di quantificare la sua "forza", la cosiddetta Magnitudo che è una misura oggettiva della quantità di energia elastica emessa durante un terremoto. Tale scala non ha rigide divisioni in gradi: ci basti sapere che un valore di 2,5 di Magnitudo rappresenta un terremoto appena percettibile dall'uomo, mentre occorre arrivare al valore di ca. 5,5 M per registrare un terremoto con danni importanti sull'ambiente umano. Quest'ultimo caso equivarrebbe a dire che per ottenere la stessa magnitudo artificialmente occorrerebbe far esplodere sottoterra una carica di ca. 80.000 t. di TNT. Il sisma registrato il 26 dicembre, invece, al largo dell'isola di Sumatra ha avuto invece una magnitudo di 9,0 (ca. 30 milioni di milioni di t.), che costituisce un evento eccezionale nella storia moderna. Che cosa è successo quindi alle 00.58, ora del meridiano di Greenwich, del 26 dicembre 2004 al largo della costa nord-occidentale di Sumatra? È accaduto che in quella zona passa una linea di confine tra due importanti placche della litosfera terrestre o, per meglio dire, una di queste si scontra frontalmente con l'altra. Così, al largo della costa settentrionale di Sumatra, alla profondità di ca. 10 km, si è verificato, tecnicamente parlando, un terremoto superficiale di tipo compressivo, generato dal fatto che la placca Indiana si muove verso nord-est di circa 6 cm l'anno rispetto alla più piccola placca di Burma che le sta di fronte, e questo spettacolare gioco a incastro che ha dimensioni eccezionali, è inserito a sua volta in un contesto di carattere continentale in cui la suddetta placca di Burma si trova, nella sua parte più meridionale, interessata da una deformazione significativa dovuta alla convergenza obliqua tra le placche dell'India e dell'Australia, a ovest e sud-ovest, verso le placche Euroasiatica e della Sonda a est. Stavolta, la violenza del sisma è stata tale che la Terra ha vibrato a lungo, come una campana colpita da un martello, con una serie di onde a lungo periodo comunque non avvertibili dall'uomo. In aggiunta, si sono registrate anche variazioni di livello del geoide, la superficie equipotenziale del campo gravitazionale che coincide con il livello medio della superficie libera dei mari, con effetti sul campo gravimetrico dell'area interessata dal sisma. Quando un terremoto del genere ha l'epicentro (la zona sulla superficie terrestre geometricamente più vicina all'area ipocentrale e da cui si propaga il movimento sismico sulla superficie, che è anche l'area più intensamente colpita dal terremoto) sulla terraferma o in un'area prossima ad essa, gli effetti sull'ambiente umano sono ancora più disastrosi poiché la trasmissione dell'energia del terremoto è diretta. Nel caso del sisma occorso il giorno di Santo Stefano, oltre ai danni che sicuramente si sono avuti nelle aree antropizzate nella parte settentrionale dell'isola di Sumatra, si aggiunge la formazione di un maremoto (chiamato anche tsunami). Per usare una similitudine, immaginiamo di avere una bacinella o un secchio d'acqua e di colpire il fondo del secchio dal basso verso l'alto: si formeranno delle piccole ondine che si muoveranno in senso radiale sulla superficie dell'acqua fino a incontrare il bordo del recipiente. A scala planetaria accade più o meno questo. Molti di questi maremoti sono provocati da un improvviso movimento del fondo del mare, un impulso, il quale provoca delle onde sulla superficie molto grandi che possono viaggiare radialmente ad una velocità dell'ordine delle centinaia di km/ora. Quando queste onde arrivano vicino alle coste si impennano a causa della rapida diminuzione della profondità dell'acqua fino ad altezze che possono raggiungere le decine di metri. Un'immensa quantità d'acqua si rovescia allora sulla rive per un fronte che può essere di centinaia di chilometri. La caratteristica peculiare degli tsunami è proprio quella di potersi propagare su distanze di migliaia di km senza attenuarsi e di portare distruzione in luoghi anche molto lontani dalla zona di origine. Il maremoto generato dal terremoto del Cile nel 1960, oltre a distruggere tutti i villaggi lungo 800 Km di costa, percorse 17.000 Km di Oceano Pacifico e arrivò in Giappone dopo circa 22 ore provocando notevoli danni. Gli tsunami risultano quindi spesso collegati a eventi sismici anche se non sempre i meccanismi che li generano sono da ricercare nei terremoti. Si possono avere tsunami collegati a frane sottomarine di notevoli dimensioni o a eruzioni vulcaniche marine o in prossimità della costa, in cui grandi quantità di materiale solido si riversino in mare in tempi rapidi. Il problema, di fronte a questo genere di eventi naturali, catastrofici per i loro effetti sull'ambiente umano, è sempre lo stesso; non è tanto quello di poterli evitare o fare in modo che non accadano. Eventi di questo tipo sempre sono accaduti e sempre accadranno. I terremoti e le eruzioni vulcaniche sono paradossalmente essenziali per la vita del pianeta Terra, o meglio il nostro pianeta non esisterebbe così come noi lo conosciamo, e lo abitiamo, senza questi eventi del tutto naturali e che da sempre sono esistiti e continueranno a esistere. Potremmo quasi dire che la vita che noi conosciamo si è sviluppata anche per la dinamicità di questo pianeta che non può prescindere dalle sue manifestazioni a noi più ostili. In tutto il pianeta e ogni giorno, nelle aree sismogeneticamente più importanti, si registrano migliaia di terremoti. La gran parte di essi sono di debole intensità, registrabili unicamente dagli strumenti dedicati e non avvertiti dall'uomo, e sono la testimonianza di una terra che si muove, che si plasma continuamente e muta il suo volto, come sta facendo, ininterrottamente da più di 4 miliardi di anni. L'unica possibilità è quindi cercare di ridurre gli effetti di queste manifestazioni, investire nella conoscenza sempre più dettagliata dei meccanismi scatenanti, conoscere le aree a rischio in modo da evitarne quanto più possibile l'antropizzazione e soprattutto senza dimenticare di provvedere a predisporre validi sistemi di allerta e di prevenzione. Ignorare questo significa accettare che gli effetti di quanto accaduto in un mattino di pochi giorni fa in Asia meridionale si potranno ripetere su un altro scenario, su altri paesi, su altri volti...