Letizia Pantani, SEI TAMBURO CHE RULLA

DarisLibri 2008, € 10
poesia
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Sono mail di Letizia Pantani inviate tra il 2006 e il 2007, quelle che aprono il libro “Sei tamburo che rulla”, seguite da una raccolta di poesie. Ma la poesia si trova fin dalla prima pagina dove i messaggi appaiono pensati, scavati, diretti, scanditi, liberi, veri. Si organizzano nello spazio come versi per dare tempo alla riflessione. Sono un diario dell’anima che Letizia apre all’interlocutore di cui si fida, a cui affida i suoi progetti.
 
Lei è piena di idee da realizzare, cerca forme espressive contaminate, miste, perché sente l’urgenza di  creare insieme, proseguendo nella sua ricerca artistica secondo le stesse linee etiche che l’hanno contraddistinta nell’impegno sociale e politico. Sente forte il richiamo dell’arte, mentre rallenta il lavoro alla tesi di laurea. Si percepiscono grandi tumulti interiori, qualcosa di grigio sfugge tra le parole a definire un momento di ricerca e di lotta, si sente ad una svolta: “ci sono momenti pesanti che non scorrono” scrive a febbraio 2007. E a marzo: “il sole non dà gioia”…”spunta il sole/ancora una volta/ e il mondo s’attende tu rida”… “l’umore va come va”. Si entusiasma dietro a progetti di scrittura creativa e di teatro, “alcuni contatti già ci sono/altri verranno/ma tutto sembra già così piccolo”. La poesia la fa stare meglio: “amo le parole/amo il loro suono/amo il loro potere evocativo/amo il senso/e la loro forma”. Ammette di sentirsi congeniale l’andamento poetico, e se in alcuni giorni non tocca penna, in altri “mi vengono fuori parole/almeno un poco/e dopo sto meglio/sono un po’ più felice/più a posto”.
La poesia non le serve solo per scendere dentro se  stessa, se è stata dapprima un modo di essere, diventa presto un modo di vedere: “ieri sera guardando blob/alle immagini di un 23 aprile come tanti in Iraq/ pensavo/che anche di questo dovrebbe essere fatta/che gli occhi non possono chiudersi/o voltarsi di là sempre/che anche la poesia dovrebbe accogliere”.
Autocritica e realistica cerca un respiro più ampio, perché “l’arte ha bisogno di essere nutrita”. Ha idee chiare sulla poesia e rifiuta il linguaggio “a volte un po’ ritrito/una musicalità che mi sembra troppo facile/troppo orecchiabile”. Per Letizia il poeta è colui che ha il privilegio di “affacciarsi nel vulcano/e con l’occhio di inquadrare/la materia gorgogliante/aggrappandosi al cratere/ tra i suoi fumi ed i vapori/ e sentire il trasformarsi/di un magma che sobbolle”(Vulcano).
La raccolta vera e propria nelle due sezioni At/Tese, ed Esilio, si sviluppa attraverso un linguaggio filtrato, modellato,  maturo e pieno, proprio di chi ha la poesia nel cuore e nella testa. Nei versi c’è grande delicatezza ed insieme potenza, dalla immagine della nebbia di mattina, materno e rassicurante cuscino, “ un morbido strato velato, un regalo di sogno ai tuoi occhi, una carezza, un bacio del buongiorno”, nebbia che la pervade e la fa fremere dentro, al richiamo prepotente della vita mentre  lei, come una bimba, guarda “stupita e distante là fuori”.
C’è tempesta dentro immagini fortemente evocative, “il vento mugghia/e la sabbia si alza/ e non s’ode che questo”. C’è attesa che si tende spasmodica verso “cieli nuovi/colmi di sole e calore e colore”. Una acuta volontà di comunicare estende la percezione del suo corpo: “avevo ereditato un corpo sconfinato/in cui non esisteva barriera/ed i ponti si rincorrevano/e le finestre si affacciavano/su mari senza limiti”(At/Tese.14). A questo sé sconfinato ora risponde un corpo ammutolito di fronte ad un altro giorno inquieto. Bisognerebbe reinventarsi per aprirsi come fiore ogni mattina o volare come una farfalla, e intanto guardare alla stella polare. L’esilio diventa una scelta di vita, “come pratica quotidiana, luogo di separatezza, di lontananza di sguardo, luogo interiore dove rifugiarsi, o ribellarsi, o respirare. Come una nebbia che si è estesa.
Le poesie dell’Esilio sono fatte di una materia ancora più forte e sofferta,  la scelta lessicale si fa di carne: “Ti nutre una linfa che è mia/tu germoglio di foglia che succhia/quando il sole ti mangia a morsotti/e ti lecca le guance che è quasi sera”(Nutrimenti). C’è la fisicità vitale del contatto: “Sei la mano che cura/la ferita del tempo/e cascata che scroscia/liberando il pensiero/…Sei tamburo che rulla /nella viscera  nuda/ed il passo di danza/del giullare di corte”(Scriptoria). Nel pieno delle primavera, a maggio, il dolore esplode in un canto teso che è un urlo verso il cielo e il dolore personale fa tutt’uno col dolore del mondo. “E gli antenati guardavano/ e piangevano le oscure sorti/di noi soli e maldestri/davanti allo specchio incrinato/che come alla bisca del tempo/svendemmo i nostri destini/giocando con le tre carte/le esistenze ed i loro confini” (Generazioni).  “Sei tamburo che rulla” è stato edito in memoria di Letizia, i proventi andranno a realizzare il suo progetto di un asilo in Palestina.

Marisa Cecchetti