Libera Repubblica
Se fosse altrettanto facile comandare alla coscienza quanto alla lingua, ognuno regnerebbe in piena sicurezza e nessun governo degenererebbe nella violenza, perché ognuno vivrebbe secondo le intenzioni dei governanti e soltanto in conformità alle loro prescrizioni giudicherebbe del vero e del falso, del bene e del male, dell’equo e dell’iniquo. Ma questo non può avvenire essendo impossibile che la coscienza soggiaccia assolutamente all’altrui diritto. Nessuno, infatti, può, né può essere costretto a trasferire ad altri il proprio naturale diritto, e cioè la propria facoltà di ragionare liberamente e di esprimere il proprio giudizio intorno a qualunque cosa. Ne viene di conseguenza che si giudica violento quel potere che si esercita sulle coscienze, e che la suprema maestà fa violenza ai sudditi e sembra usurpare il loro diritto quando pretenda di prescrivere a ciascuno che cosa debba accettare come vero e che cosa respingere come falso, e da quali opinioni l’animo di ciascuno debba essere mosso nell’esercizio dei suoi doveri verso Dio. Tutto questo, infatti, rientra nell’ambito del diritto individuale, al quale nessuno, anche se lo voglia, può rinunciare. Ammetto bensì che il giudizio possa essere molto spesso influenzato, e in maniera a volte incredibile, tanto che, pur non soggiacendo direttamente alla volontà altrui, penda tuttavia dalle labbra altrui in modo tale, da potersi dire con ragione che è ad altri soggetto. Ma, per quanti risultati l’artificio abbia potuto ottenere in questo campo, tuttavia non si arrivò però mai a tanto che gli uomini non sperimentassero che ognuno abbonda del proprio senso e che tanto variano le teste quanti sono i palati. Mosè, il quale, non per astuzia, ma per divina virtù, era riuscito a influenzare al massimo il giudizio del suo popolo, come quegli che era ritenuto uomo divino e che nulla diceva né faceva se non per divina ispirazione, non poté tuttavia sfuggire alle calunnie e alle sinistre interpretazioni del popolo stesso; e meno ancora poterono sfuggirvi gli altri monarchi: e se questo potesse essere in qualche modo concepito, lo sarebbe soltanto in un regime monarchico, ma non in quello democratico, dove il potere è esercitato collegialmente da tutti o dalla grande maggioranza dei cittadini. E credo che la ragione di ciò sia a tutti evidente.
Per quanto, dunque, le supreme autorità abbiano diritto a ogni cosa e benché siano ritenute interpreti del diritto e della pietà, esse non potranno tuttavia mai far sì che gli uomini rinuncino ad esprimere il proprio giudizio secondo il proprio punto di vista intorno alle varie cose e che non si lascino trasportare nell’esprimerlo da questa o quella passione. È vero che esse possono considerare come nemici tutti coloro che non sono d’accordo con loro assolutamente su tutto, ma noi qui non discutiamo del loro diritto, bensì di ciò che è utile. Ammetto, infatti, bensì che esse possano legittimamente regnare nel modo più dispotico e portare alla rovina i cittadini per motivi anche lievissimi; ma nessuno sosterrà che ciò sia compatibile con il giudizio di una sana ragione: anzi, poiché non possono fare ciò senza grave pericolo per lo Stato intero, possiamo anche negare che esse abbiano un potere assoluto di fare queste e simili cose, e di conseguenza nemmeno un assoluto diritto […].
Se, dunque, nessuno può rinunciare alla propria libertà di giudicare e di pensare quello che vuole, ma ciascuno è, per diritto imprescrittibile della natura, padrone dei suoi pensieri, ne segue che in un ordinamento politico non è mai possibile, se non con tentativi destinati a fallire miseramente, voler imporre a uomini di diverse, anzi contrarie opinioni, l’obbligo di parlare esclusivamente in conformità alle prescrizioni emanate dal sommo potere. […]
Sarà dunque un governo estremamente dispotico quello che nega a ciascuno la libertà di dire e di insegnare quello che pensa, mentre invece sarà moderato quello che riconosce ad ognuno codesta libertà.
[Questa citazione è tratta dal capitolo XX del Trattato teologico-politico del filosofo Spinoza, intitolato “Si dimostra che in una libera Repubblica è lecito a chiunque di pensare quello che vuole e di dire quello che pensa”. Il Trattato uscì ad Amsterdam nel 1670. Da allora ad oggi la filosofia della politica ha fatto molta strada, ma la situazione italiana attuale sembra riportarci indietro nel tempo, quasi da dover ripartire da zero, cioè dal primo momento della filosofia in cui si affrontava apertamente il discorso della liberazione da ogni forma di pregiudizio e di oppressione.]
[18 febbraio 2009]


