Limiti della democrazia

di Marco Giaconi

La Terza Ondata  non è ancora finita. Era il concetto che Samuel Huntington, quello dello “Scontro delle Civiltà”, aveva elaborato per descrivere un mondo nel quale tutti i paesi, dopo la guerra fredda, potevano essere definiti finalmente “democratici”. Detto tra parentesi, l’idea del Clash of Civilizations  era l’esatto contrario, come è facile immaginare, di quello che ne avevano capito i letterati italiani. Non si trattava di favorire lo “scontro”, ma di verificare che nelle linee di faglia tra le civiltà tradizionali era impossibile superare i clashes di antica data. La linea di rottura tra Islam e Europa, nei Balcani, non c’era verso di trasformarla in una nuova area “democratica”, come sognavano gli strateghi americani e tedeschi che erano intenti, all’epoca delle due guerre nei Balcani, a “dissociare” l’Est. E per poco non ci sono riusciti anche con l’Italia. Le fratture storiche si sommavano insieme, le ideologie moderne non le scalfivano, le pratiche elettorali ricostituivano, con sommo smacco dei programmatori USA e tedeschi, le antiche fedeltà di sangue e di clan.  Stessa cosa sarebbe poi avvenuta nel mondo arabo e islamico (e anche slavo), dove non vi è nemmeno una parola autonoma per “democrazia” che non sia un calco dalle lingue occidentali, e dove l’Afghanistan ha dimostrato per ben due volte come la procedura elettorale, come certi vini, “non viaggino bene”. Se si vuole la tolleranza nel mondo islamico, bisogna sostenere governi autoritari, come quello egiziano o marocchino, che accettano il famoso pluralismo solo se controllato dal Servizio di Omar Suleiman al Cairo o dalla Casa Reale di Rabat. Se invece si desidera distribuire certificati elettorali come se fossero volantini del supermercato, o si arriva a una situazione di stallo tra clan inaffidabili, come in Afghanistan, o si permette l’elezione dei “compagni di strada” del jihad della spada, molto più cretini e pericolosi di quanto non lo fossero, negli anni ‘50, i “compagni di strada” del PCI e del Kominform. Ed è quello che sta accadendo, per esempio, in Libano e nello Yemen.
Quindi, sarebbe bene oggi evitare la retorica sulla democrazia che, come la Lancia di Achille, “ferisce e risana”, e che è diventato un totem e un tabù insieme, peggio di quanto non sia mai accaduto allo stalinismo nelle sezioni del PCI di Volterra.
Chi pensa davvero, non ha paura della Porta dello Spavento Supremo e mette sotto analisi tutte le idee, anche le più “sacre” per le masse, e che proprio per questo dovrebbero destare infiniti sospetti. La democrazia  è una di queste. Intanto, chi l’ha detto che il “popolo è sovrano”? Chi è il popolo? Tutto, una parte, l’antico e l’attuale? È evidentemente un mito, come era appunto la sovranità del Re, corpo della nazione e addirittura taumaturgo per la scrofola e le altre malattie del sistema linfatico o della pelle, come narra Marc Bloch nel suo I Re taumaturghi, (Einaudi, Torino, 2005, Euro 14,80). Il re ti tocca, Dio ti guarisce. Infatti il popolo è sovrano esattamente come era sacra la persona del Re; si tratta di un trasferimento meccanico che non promette nulla di buono, per chi si occupi di logica.
L’altro elemento è la volontà popolare. L’idea è di Rousseau, l’ipospadico di Ginevra. L’idea, contenuta nel Contratto Sociale, è quella della sostanziale omologia della “volontà di tutti” con la “volontà generale”. Ovvero, la volontà “retta” delle masse, infusa non si sa da chi o da cosa, è tale che la totalità della volontà popolare concreta, quella “di tutti”, coincide con l’interesse profondo delle masse, la “volontà generale”. La verticale della “volontà retta” generale coincide con l’orizzontale della “volontà di tutti”, ma basta che siano davvero tutti, nessuno escluso. È come raccogliere l’acqua del mare in un buco nella sabbia, secondo una bella immagine dei Vangeli Apocrifi. La Transustaziazione nella Eucaristia, come potrete immaginare, necessita di salti logici meno mortali. Al limite, questo può accadere in una società statica: non cambiano le tecnologie, il ciclo agricolo ha i suoi alti e bassi climatici, la società è omogenea culturalmente e etnicamente, e quindi se si decidono cose marginali all’interno del sistema politico, è probabile che molti, ma non tutti, sappiano di cosa si tratta. Se cambiano rapidamente le tecnologie, il ciclo economico non è legato al clima ma a ben altro, se la società è frazionata come o più di quanto non lo fossero gli stati balcanici all’inizio degli anni ’90, ecco che nessuna democrazia russoviana è tecnicamente possibile. Pas de Volonté Générale. Esiste solo la fedeltà clanica, o etnica, o familiare, o mafiosa, che viene semplicemente proiettata sul voto, nella famosa gabina elettorale dei nostri leghisti.
Inoltre, nella “democrazia dei moderni”, la sovranità passa, anche qui come se fosse una unzione divina, dagli elettori agli eletti. Tocqueville aveva torto: l’elettorato non controlla gli eletti come Dio l’Universo, perché la sovranità è un concetto che funziona in ogni momento, e persa una decisione si perde la funzione e l’unzione sovrana per sempre, e la scrofola non guarisce più. Il limite della permanenza in office degli eletti è anch’esso un mito: la gente si dimentica, gli elettori cambiano, l’eletto può fare, per puro caso una cosa buona, e la sanzione negativa del Popolo Sovrano si perde. Chi viene eletto crea un oligopolio, mentre l’elettore è un compratore singolo. Fatta la festa elettorale, gabbato il Santo.
Il fatto è che la Rivoluzione Francese, esiziale come tutte le sue sorelle, nasce da due miti inesistenti in natura e, soprattutto, inconsistenti ad una analisi razionale. Il primo è quello dell’equilibrio economico naturale: il Tableau  fisiocratico definisce il surplus agricolo, l’unico possibile, e la rete limitatissima del commercio internazionale permette di acquisire la quota variabile del plusvalore, come lo avrebbe chiamato Marx: i metalli preziosi, il sale, i coloniali, i beni di lusso destinati, dopo il sale o il pepe medievali, ad essere simultaneamente beni di consumo e capitali naturali ad alto tasso di valorizzazione annua. Proprio pochi giorni fa ho finito di leggere un bel libro di Gal Luft e Anne Korin, Turning Oil into Salt, (BookSurge 2009, USD 14,90) che si pone l’obiettivo di far fare al petrolio, oggi bene d’uso ma anche ohimè bene di scambio e merce-capitale di investimento, la stessa fine del sale, moneta per tutto il medio evo e finalmente ritornato utilissimo cloruro di sodio, senza borse e speculazioni, grazie al capitalismo moderno.
Se l’economia è un ciclo statico, allora, alla fine, la “democrazia degli antichi” (che era peraltro selettiva, razziale e riguardava i piccolissimi stati-città) può essere il mito della “democrazia dei moderni”, che è delegata e riguarda vaste masse che eleggono inevitabilmente una classe politica ristrettissima. Se invece il modello statico del surplus agricolo non funziona in economia, e le tecnologie si susseguono, vincono quelli che tali tecniche maneggiano, non i tenutari della volonté générale.  I casi sono due: o si rinuncia alla “volontà generale”, che nasce da una economia statica (che è peraltro impossibile nella pratica) o si rinuncia al “progresso”, che rende asimmetrica l’eguaglianza e la rappresentanza popolare.
L’altro mito di origine della Rivoluzione del 1789 è appunto il progresso. Che, quando avviene, non è mai democratico.
L’evoluzione delle società è legata alle élites illuminate, che devono governare, e si misura sulla capacità da parte delle organizzazioni sociali di rendere produttive le innovazioni in tempi brevi. Se si parla troppo e non si fa mai nulla, perché si deve sempre aspettare l’ultima mollica di “volontà di tutti”, si rimane fermi e si muore.
Viene in mente la metafora di un grande oppositore del regime sovietico, Vladimir Bukovsky, il biofisico ora attivo a Cambridge, che paragonava il socialismo alla teoria dell’ultimo vagone. In tutti i convogli, l’ultimo vagone è quello più pericoloso: allora, per salvare i viaggiatori, si sposta l’ultimo carriaggio e lo si mette all’inizio. Ma rimane sempre un ultimo vagone, ovviamente. E allora che fai? Lo risposti. Ecco, sia la democrazia che il socialismo, nel XX secolo, hanno fermato l’evoluzione sociale per spostare vagoni, ma ce ne era sempre uno lì in fondo, che non si decideva a sparire, ed era un problema di logica, non di “volontà”.
In Italia, l’unica vera grande evoluzione politica, finanziaria, economica, quando la Lira “faceva aggio sull’oro” e i salari crescevano in termini reali tutti gli anni, è avvenuta, guarda caso, quando la base elettorale era ristretta. Se vediamo le serie elettorali del decennio giolittiano, la quota di elettori aventi diritto oscilla dal 2,1% al 3,4%, in rapporto alle diverse configurazioni sociali e culturali dell’Italia di allora. Ovvio: votavano quelli che non avevano bisogno del “voto di scambio”, che sapevano leggere e scrivere, dato ancora raro, soprattutto al Sud, e che potevano valutare i candidati in modo sufficientemente autonomo. Il caso del “Frizzi”, venditore ambulante di rimedi miracolosi tra le città romagnole, è un esempio di scuola. Dopo aver venduto sulle pubbliche piazze, come allora si diceva, gli Elisir d’Amore che ogni Dulcamara propone ai creduloni, scese,  come oggi si dice, in politica, e divenne parlamentare, naturalmente socialista, ma con finali simpatie per un suo conterraneo e collega (nel senso di venditore ambulante) ovvero   Benito Mussolini.
Con il suffragio universale maschile, dopo la Campagna di Libia del 1911-12, arrivano i voti comprati e venduti, gli scandali a catena, e le democrazie si trasformano in oligarchie, come sapeva bene Aristotele, e da oligarchie si trasformano, sempre secondo il dettato del maestro di Alessandro, in dittature. Non è un caso che, come è accaduto in Italia per il Fascismo e in Giappone per quello che la dirigenza imperiale dell’era Meji chiamò “illuminismo”, furono delle dittature a accelerare lo sviluppo e l’accumulazione forzata del capitale, con lo stato dell’IRI e dell’IMI durante il fascismo, con gli zaibatsu di mercanti e banchieri nel Giappone Meji. Il caso della Germania nazista è diverso: lì l’intesa tra il grande capitale modernizzatore, spaventato dalla crisi inflattiva della fase di Weimar e stremato dalle riparazioni precedenti al Piano Dawes del 1924, con il movimento nazista cade presto, e il Blut und Boden (Sangue e Suolo) dell’autarchia si unisce al folle progetto di schiavizzare le razze “inferiori” per creare il surplus economico necessario alla accumulazione primitiva della “razza ariana”.
Oggi, cosa ne è della democrazia, senza farne un inutile feticcio? Ben poco. La parvenza del gioco democratico esiste se esiste la logica dei countervailing powers, dei poteri riequilibratori. Che, guarda caso, non sono mai del tutto elettivi. La capacità relativa della pubblica opinione di gestire opinioni e informazioni diverse si basa su una politica che non controlla la formazione delle idee e delle opinioni pubbliche, altrimenti oltre all’oligopolio degli eletti contro gli elettori si aggiunge il mind control gestito da chi finanzia gli eletti per prendere per i fondelli gli elettori. Il che, in democrazia, è già un dato strutturale ed inevitabile. Insomma, la democrazia funziona, quando lo fa, e accade di rado, quando gli elettori selezionano le élites reali e già attive nella società, nella cultura, nell’economia. Se il popolo e la sua “volontà generale” si mettono in testa di consacrare una élite politica diversa e autonoma rispetto a quella che si è già manifestata nel mondo reale, allora sono dolori, e la Transustaziazione democratica non avviene. Credete di prendere Voti Consacrati, ma mangiate solo del pessimo pane e del vino già andato in aceto, come Gesù Cristo sulla Croce.
Mi viene in mente una bella stampa che comprai a Zurigo, ormai molti anni fa. Rappresentava dei dragoni di Federico II di Prussia, con la baionetta inastata sul fucile, che costringevano, così dice la legenda, un contadino a piantare le patate. Il fatto era che i contadini temevano che i tuberi, gli unici a poter crescere bene nelle lande desolate e fredde della Prussia Orientale, fossero cose strane, pericolose, emanazioni del maligno, veleni magici. A Federico II, amico di Voltaire e Maupertuis, non fregava assolutamente niente delle mattane mitologiche della democrazia contadina. Ci mandava i soldati, a controllare periodicamente la coltivazione delle patate, e potete ben immaginare che i dragoni prussiani non fossero troppo teneri, con chi deviava dalla retta via imperiale.
Ecco, ho chiamato quella stampa, che ho comprato ad un prezzo che oserei dire democratico, L’essenza della politica. Ora ai tedeschi piacciono le patate, eccome se gli piacciono. Come vedete, basta poco, ma bisogna farlo al momento giusto.
 
[24 ottobre 2009]