L'Italia vista da Lugano

L'unità d'Italia o l'Italia unita: cultura del made in Italy
di Simonetta Sotgiu

Con o senza accento l’Italia è qualcosa che appartiene a milioni e milioni di persone e non solo a quelle che abitano il suo molteplice territorio ma appartiene a tutti quelli che, scelgono qualcosa di italiano. Un piatto, un mobile, una visita a una città d’arte, un abito, un’idea, un “non prendersi sul serio” un non so che, ma si sa che fa sempre chic parlare di “made in italy” anche in Cina.
Ho visto cinesi, dirigenti di grosse aziende in visita per lavoro, comprare griffe italiane, in preda a un inspiegabile raptus, la borsa di Gucci per la moglie, il portafoglio di Prada per la figlia, catturati dal made in Italy….un assurdo paradosso, al pensiero che quasi sicuramente quelle griffe sono made in china!
Appartengo a quella generazione che si è formata negli anni ‘80, che ha studiato, che quando si è laureata ha inseguito l’inizio della crisi senza saperlo, e sulla scia dello yuppismo, pensava che molto fosse ancora possibile. Ho vissuto il viaggio della precarietà dei lavori a collaborazione, con la speranza e gli ideali ancora forti e vivi l’idea che potesse cambiare. Poi ho cambiato, sperimentato, mi sono adattata, ho inventato, riciclato, in un vortice continuo, e intanto tutto il mondo cambiava.
L’Italia cambia, i partiti cambiano, i loro simboli cambiano, si disperdono le loro ideologie si fondono in strani magmi inconcludenti e si chiamano “politica”, quella forza che dovrebbe governare un territorio, l’Italia. Tutto s’impasta, l’etica si estingue, la tv spazza via il libero pensiero che viene soffocato dalla stupidità di molti. Si grida e non si parla a voce alta come prima, non si canta più, non si scherza più, questa Italia quasi sembra non esserci più.
A quaranta anni ho lasciato l’Italia, per caso, per amore, senza pensarci troppo, vivo ora nel paese più ricco del mondo dove il negozio sul lago vende cappelli “veri italiani”, gli infermieri e i medici preferibilmente vengono scelti italiani, tutto il cibo definito di “qualità” porta la dicitura “provenienza: Italia”, per fare la spesa buona si va in Italia a trovare la pasta fresca, il 30% dei lavoratori sono “transfrontalieri” e sono italiani, e mia figlia porta il mio cognome, italiano, ma non la mia nazionalità (italiana).
Io sono semplicemente contenta di essere italiana e l’Italia mi manca, mi mancano le sue piazze , i suoi dialetti, i suoi monumenti, il suo cibo, quel suo caos, quel suo disordine.
Italia è una parola che ancora non ha perso il suo valore, nel mondo si sceglie ancora molto d’italiano, una città, un’opera, un cibo, un cappello, una canzone, una memoria. Sopravvive ancora una dignità che non soccombe a quei partiti che mal ci rappresentano.

[7 giugno 2011]