L'oro di Tripoli

di Marco Giaconi

Il golpe che portò al potere Muammar Abu Minyar el Gheddafi, il 1° settembre 1969, fu organizzato l’anno prima dall’intelligence italiana durante una riunione in un buon albergo di Abano Terme. A settembre del ’69, peraltro, ironia della sorte, re Idris al Senussi era andato a “passare le acque” in un centro termale turco. Sempre e ovunque, il Servizio fa le pentole ma non i coperchi. Per coprire le pentole, ci vorrebbero i politici, che capiscono spesso di intelligence come la mia amatissima Ornella Vanoni sa di fisica delle particelle. Poi, nel 1980, arriva la tensione fortissima di Tripoli con la Francia, impegnata nella “guerra del Ciad” e si acutizza lo scontro libico con l’Italia per la questione delle “secche di Medina”, dove una nostra nave che stava facendo trivellazioni per conto di una società mista italo-maltese viene attaccata dalla marina militare di Tripoli, e Roma risponde con l’apertura di rapporti privilegiati, compreso quello di protezione militare dal cielo, con Malta.
Bei tempi, quando i politici della troppo diffamata “Prima Repubblica” mostravano di avere i coglioni al posto giusto. Una missione italiana si recò quindi a Floriana, bel quartiere dei Cavalieri di San Giovanni, nei vecchi casamenti appartenuti agli ufficiali britannici prima dell’indipendenza e, con la scusa di attenti scavi archeologici, fece quello che doveva fare. La firma all’accordo de La Valletta con l’Italia venne apposta il 2 Agosto 1980, quasi nello stesso momento in cui, alla stazione di Bologna, esplodevano le terribili bombe nella sala di aspetto della seconda classe. Erano proprio quelli i giorni in cui una rivolta comandata dall’ex capo dei Servizi libici, Idris Shaibi, fino ad allora fedelissimo del colonnello della Sirte, venne svelata e si evidenziò la rete, sostenuta da italiani, francesi, americani, con base in Egitto, che aveva impostato il golpe contro Gheddafi. Ci andò meglio con la Tunisia, nella notte tra 6 e 7 novembre del 1987, dove il nostro uomo, Zine el Abidine Ben Alì, fu sostenuto dal Servizio italiano (e dall’ENI, e dal ministro socialista Reviglio) nel momento in cui Habib Bourghiba, sempre più sospettoso, era andato fuori di melone, come dicono i ragazzini a Milano.
Era necessario: gli algerini volevano tutelare, anche con una azione militare, il gasdotto Algeria-Italia, e occorreva evitare che la crisi di Tunisi destrutturasse il sistema energetico nazionale e i nostri rapporti con Algeri, sempre ottimi, fin dai tempi in cui gli aerei dell’ENI trasportavano armi per l’FLN algerino contro i parà dell’OAS. Non, Je ne regrette rien, come cantarono i ragazzi del colonnello Massu al ritorno a Parigi. E anche questo ci venne messo in conto, ma in un altro momento. La politica estera è un mix tra il gioco degli scacchi e la roulette russa. Non so se gli attuali ministri e presidenti del Consiglio siano edotti su tutta la storia, della quale non ho rivelato nulla che non si trovi già su libri e giornali. Basta leggere.
In linea di massima, Silvio Berlusconi vuole rafforzare l’asse con Tripoli perché sa benissimo che la finanza anglo-americana lo vede come il fumo negli occhi, e non solo per le sue continue deroghe al Galateo di Monsignor della Casa. La questione centrale è la putinite, non la puttanite. E, immagino, il gruppo dirigente attorno a Silvio Berlusconi vuole far diventare l’Italia il pivot geoeconomico sia dell’Est, soprattutto slavo, in correlazione mediterranea con il Maghreb arabo petrolifero e gaziero.
In sostanza, il Cav. vuole fondare il suo potere, fuori dalle puzze sotto il naso britanniche e statunitensi, trasformando l’Italia in un paese a crescita oil oriented, come già scrisse Vladimir Putin nella sua tesi di laurea “Planning strategico della gestione delle riserve minerarie nelle condizioni di formazione dell’economia di mercato” discussa dall’allora capo dei Servizi russi nel 1997 presso l’Istituto Minerario di San Pietroburgo. Naturalmente tutto questo ha un prezzo che l’Italia crederà di pagare con l’invio delle sue truppe in giro per il mondo, ma non basterà. Il fatto è che loro il petrolio e il gas ce l’hanno, noi no, possiamo al massimo fare trading e raccogliere, riciclandoli (in senso buono) i sovraredditi che arrivano ai produttori. La banca dopo il mare, lo sportello sempre aperto nel Maghreb o a Mosca. È una scommessa pericolosa.
Ma qual è la natura delle relazioni economiche tra Tripoli e Roma, o anche tra la Sirte e Milano? Le riserve gaziere della Libia sono valutate tra i 70 e i 120 trilioni di piedi cubici, e l’asse di trasporto è il gasdotto di Mellitah, che arriva dalle coste libiche su quelle siciliane, con una portata di 8-10 miliardi di metri cubici per anno. Noi ci stiamo occupando anche della elettrificazione di un paese, come quello africano, in cui non vi è la luce elettrica nel 50% delle case e di adeguare il sistema turistico, che è, nella visione del futuro erede di Muammar el Gheddafi, il figlio Saif Al-Islam, l’asse delle diversificazione economica della Libia e della sua rottura dalla dipendenza dal petrolio. Ma a Tripoli non sono ingenui, l’immobiliare è stata concessa ad aziende indonesiane, coreane, cinesi, mentre i nuovi aeroporti saranno costruiti da aziende francesi, tedesche, brasiliane, turche. Le ferrovie sono state appaltate alla Cina. Quindi, l’Italia addestra gli ingegneri petroliferi, si impegna, spesso a fondo perduto, sul turismo, ma si costringe a seguire il ciclo del petrolio e del gas sul quale conta la finanza angloamericana e tedesca e, tra poco, quella cinese.
La flessione delle nostre importazioni di idrocarburi libici, nelle ultime analisi dell’Istituto per il Commercio Estero, è stata del 42,2% in termini monetari, con una riduzione quantitativa del 16,53%, rispetto al 2008. L’interscambio tra Italia e Libia è, nel 2009, di circa 12,6 miliardi di Euro, con una flessione del 37,1% rispetto all’anno precedente. Le Piccole e medie imprese operanti nell’area di Tripoli sono ancora pochissime, per ovvi motivi di barriere legali e culturali all’attività degli stranieri. Se si tiene conto delle grandi aziende italiane, siamo il primo investitore in Libia, ma se si guardano i dati sulle imprese di minore dimensione il primo paese per investimenti in Libia è Malta, seguito dalla Gran Bretagna, dall’Egitto, dalla Tunisia e dal Canada. Ma il gioco tra Tripoli e Roma si svolge sulle grandi imprese, quelle che fanno anche politica. Il Lybian Energy Fund, il “fondo sovrano” libico, sta per acquisire quote fino ad arrivare in futuro al 10% dell’ENI.
Unicredit è posseduta, al 4,23%, da una azione congiunta della Lybian Investment Authority, il Fondo Sovrano di Tripoli con una liquidità di 50 miliardi di USD) la Central Bank of Lybia e la vecchia Lafico, la finanziaria di Tripoli che salvò la FIAT nel 1976. Fra poco, le strutture finanziarie libiche potrebbero entrare in affari come la Telecom, hanno mire su Terna, Finmeccanica e Impregilo e, naturalmente, per mezzo di Unicredit, vogliono arrivare alle Assicurazioni Generali.
Le concessioni ENI sono state allungate di 25 anni in cambio di 28 miliardi di Euro di investimenti sul territorio libico. Ansaldo Sts (segnalamento ferroviario) e gli elicotteri Finmeccanica sono già presenti a Tripoli con commesse di rilievo. Ma Berlusconi riuscirà a rendere politicamente efficace il suo ruolo di cavallo di Troia della finanza araba verso l’Occidente in crisi, visto peraltro che sono stati i fondi sovrani arabi a salvare il dollaro USA nella crisi del 2008? E ricordatevi che l’editore del Financial Times, Pearson, è al 3% di proprietà dell’allegro Adriano Celentano della Sirte. Ma, cosa accadrà dell’economia italiana quando, a Roma, si accorgeranno che la liquidità del colonnello di Tripoli è tale che gli permette di giocare su più tavoli e, magari, di diluire il suo rischio di investimento con tutti i paesi che già operano in Libia, dalla Cina alla Norvegia e agli Emirati Arabi?

[31 agosto 2010]