Luca Baldoni, TERRITORI D’OLTREMARE

Edizioni della Meridiana Firenze, 2008, pagg 130, euro 12,00
poesia
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La prima raccolta, Sensi diversi,  è del 2005 per i tipi di LietoColle e vinse immediatamente  il premio Camaiore Opera Prima. Nel 2007 venne stampato Litania di rose e di furore, plaquette in soli 50 esemplari che era la conclusione di quanto iniziato con la prima pubblicazione. Peccato fosse solo in 50 copie. Nel 2008 si pubblica finalmente Territori d’oltremare per le Edizioni della Meridiana e con prefazione di Elio Pecora.
 
Definire tout-court  questa raccolta di Baldoni non si può, non in una parola: è infatti l’assieme di poesie scritte tra il 1998 ed il 2007, che in parte riprendono quanto apparso nei due libri precedenti e che in proprio spinge oltre, con nuovi testi. E’ la sessualità omosessuale «mostrata senza pudori» come annota Pecora nella pertinente e diretta prefazione, ma senza cadute di tono o boutade fini a sé stesse. Ancora, vi sono luoghi, soste in luoghi, luoghi che incarnano cose o persone, amanti cosi come c’è lo sfaldamento interiore, la ricerca o ancora –come nell’ultima sezione- brevi prose alternate a versi, una comunione di asperità e dannazione, compiacimento anche o rassegnazione.
Baldoni vive e lo fa appieno: esce dalla stanza, percorre strade fatte di terra, successi ed errori: scardina quindi la concezione del romanzo omosessuale d’inizio secolo che presenta come caratteristica costante personaggi rinchiusi nella solitudine di ambienti fiabeschi ed isolati. Se Baldoni vive un ambiente fiabesco ed isolato, accade negli scritti della sezione L’isola. Ma Baldoni è la versione contemporanea di Klaus Mann: i personaggi -ed egli- stesso sono collanti all’interno di una rete di relazioni, se ne interpretano quindi le azioni, si costruisce un collage emotivo e la drammatizzazione risolta è quindi quella di due voci, l’io Baldoni ed il mondo esterno che viene anche metabolizzato, non solo vissuto da spettatore. Il punto, il vero e assoluto punto su cui non solo la scrittura del Baldoni ruota bensì la personalità stessa dell’autore è però il rifiutare il clichè, che diverrebbe un limite del vivere e della narrazione (seppur fatta in versi). Baldoni rifiuta l’esperienza e la condizione omosessuale intesa come fatto eccezionale, teso quindi ad orientare e anche a condizionare il racconto acchè l’io narrante divenga “tematica” o peggio, un “genere”. Non accade. L’autore racconta invece la vita (e le vite, perché con altri è in relazione) con occhio terrestre, perfettamente ancorato alla normalità: esattamente ciò che ci si aspetta da chi compie il gesto della scrittura e scevro quindi dal gioco –come prima detto- di essere o rappresentare una tematica o un genere. 
La lettura è agile e i testi non di rado rimandano una metrica precisa, pur amando la libertà del verso libero.  Si salta da una schiettezza nel descrivere atti amorosi che può riprendere i Neoplatonici del fu poeta Luigi Settembrini, all’accenno velato e gentile e mai svelato che può ricordare l’Henry James de Lo Scolaro  e ancora la capacità di essere leggero, volatile e fiabesco (come detto) che a tratti può riprendere l’Andersen de La Sirenetta ed ancora gli urli d’amore di Verlaine, Rimbaud….
Ulteriore pregio di Baldoni, oltre è quello di usare un linguaggio chiaro e di facile  fruibilità. I testi scorrono, sezione dopo sezione facendo coesistere in perfetto equilibrio un lessico aulico con un lessico più quotidiano, cosi come a tratti riesce la smorfia da monello dell’ usare il turpiloquio (ma senza scadere mai nella volgarità). E’ una poesia difficile da classificare, da catalogare: volendo cercare paragoni forzati, ecco Sandro Penna, Saba, o forse -a  maggior ragione- i frammenti degli antichi lirici greci; in realtà credo sia inutile cercare epigoni: è l’onesta della poesia che infine conta e resta, la capacità di non ingannare ma di raccontare storie in cui potersi anche rivedere. E di sapere offrire la bellezza, col gesto umile di chi porge un dono col piacere della condivisione.
 

Fabiano Alborghetti