Luca Grancini, DIALOGO CON DIO

LietoColle, Faloppio 2009, pag. 16, € 5,00
poesia
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Dialogo con Dio è l’opera prima di Luca Grancini, milanese (classe 1962). Con una manciata di poesie – dieci in tutto consegnateci in un’elegante edizione LietoColle – entriamo in contatto con l’intimo sentire di un uomo che ha deciso di interrogare sé stesso con la più importante delle domande: quella rivolta alla ricerca della Verità che in lui ha il nome di Dio.

Pur trattandosi di un esordio siamo posti di fronte a una maturità raggiunta, a una padronanza della lingua che è segno di un lungo percorso condotto in via privata prima di raggiungere questa forma e quindi di proporsi al pubblico (e in questa direzione non credo sia casuale la scelta di porre ad esergo dei versi di Clemente Rebora).

Terreno insidioso, certo, quello affrontato da Grancini ma la sua parola scorre lieve con quella lievità che è tipica di chi si presenta nudo alla poesia e non teme giudizio alcuno perché la sua ricerca inizia su quel solco dell’appartenenza che discende da un’educazione, sicuramente, al sentimento religioso che poi è proseguita nella più convinta coltivazione di una fede sincera ma non miope («Da bambino pronunciavo il tuo nome /arrossendo / non di vergogna né di pudore / non era paura né devozione: / appartenenza. […] Tu eri la mia radura di pace / nella scoperta del mondo», p. 7) perché crescendo conoscerà la fatica di portare avanti la ricerca dove il perché non è interrogativo ma causale («Perché non parlo la parola che significa / perché non traccio una linea duratura / perché mi è ostile il solo pensare / il mio essere finito / perché tutto richiede sudore e fatica / e nulla rimarrà», p. 6).

In questo dialogo emerge non tanto la posizione di un uomo e Dio al quale non viene data voce e mai risponde (non siamo innanzi a una riproposta letterale di temi leopardiani, per intenderci), quanto piuttosto una lacerante dicotomia tra l’uomo di scienza che conosce ciò che può dimostrare e l’uomo che volge lo sguardo alla ricerca di risposte per quanto non può dimostrare («Costruivo Dio con pazienza / parola dopo parola, giorno dopo giorno / confrontandolo con il mio orgoglio / e la mia necessità / e guardandolo negli occhi non vedevo / che io mio volto capovolto in uno specchio. / Tanto più l’astrazione dell’idea / mi spingeva lontano / tanto più lo slancio mi riconduceva / al punto di partenza / come un bambino che si era perso. / Occorreva trovare l’incoerenza / che non lo rendesse banale / occorreva il sostegno di una lingua / che ancora non esisteva. / Per questo un giorno ordinai il mio pensiero / su questo candido foglio / e decisi che era Dio»,  p. 9).

Si ripercorre perciò nello spazio di soli dieci componimenti l’intero divenire del pensiero occidentale allo scopo di definire un io più che un tu che potrebbe non esistere: «Passerò il segno senza incontrarti / supererò il colle / l’erba tenera dell’ultimo sentiero / che sconfina nell’immenso / senza potere trattenere / il delicato odore di muschio / e il tuo desiderio. […] Solo il tempo di vedere nell’ombra / le nebbie delle tue cime / e poi scomparirò / come un figlio del caso / nel nulla della distruzione» (p. 13).

Fabio Michieli