Lucia Ferro, CONFIDENZE DI GIOIA

Ismeca, 2008, pp. 40, € 16,00
poesia
09 2008 Lucia Ferro, Confidenze di gioia (Ismeca, 2008).jpg

Lucia Ferro non poteva trovare titolo migliore per la sua opera prima, come pure non poteva trovare formato più originale per dare voce ai suoi versi; così all’esile volumetto ha affiancato un dvd nel quale Rossella Dassu recita i versi di Lucia. Del resto la poesia di Lucia Ferro è un’immensa performance che non si può estromettere dalla parola scritta (e forse sarebbe stato più bello il dvd se a recitare fosse stata l’autrice e non l’attrice).
 
Confidenze di gioia ha avuto una genesi tormentata, dovuta all’indecisione su cosa pubblicare tra le molte poesie che Lucia è venuta componendo negli anni. Una prima stesura di questo libro avevo avuto modo di leggerla qualche tempo fa e ora con il libro davanti posso dire di essere di fronte a un libro altro da quello, più maturo, meno dispersivo. Sì, perché il rischio di questa poesia è quello di disperdersi tra i giochi che per pudore tendono a nascondere le confidenze di una donna che si mette a nudo come moglie, madre, amante, figlia, passeggero in un viaggio affollato che la traghetta verso Venezia (o di ritorno dalla città).
Questi versi sembrano fuggire ogni idea di forma, intendo dire una tradizionale forma-poesia; qui i versi si dilatano e si comprimono semplicemente perché seguono l’impulso del comporre. Se catturano una misura canonica è un caso. Tutto però è ritmo, forte, serrato, continuo. E questo ritmo è l’esatto pendant nella scrittura della forza di Lucia Ferro («Felice che ancora / un passo davanti un altro / in una durata che non serve più misurare, / in qualcosa che comunque è ritmo, / nuda io della più parte ormai dei desideri / libera della più parte del vecchio peso / della mia forza, // felice che ancora / bevo il sole dalla pelle / e il colore dagli occhi, / e la lontana pressione / dai piedi, / in una fatica / nella quale rido quasi senza suono. // Felice io dell’intervallo di sole / - quale che sia - / di oggi / nel quale, perfino col corpo, vibro leggera; // come poi anche nell’Assentire // nel cadere // in braccio agli Angeli», p. 10).
Questa poesia sembra nascere dal nulla, già compiuta; impossibile (almeno per me) identificare un punto di contatto con altri autori maggiori. Nella forma frammentata può assomigliare a molti ma so per certo non essere autori frequentati da Lucia. Piuttosto è la scrittura per l’infanzia quella che più fa capolino. Quel tono disincantato e divertito di ogni scoperta più vicino ai giochi dei bambini che non ai drammi degli adulti forse parlano più del tentativo da parte di questa scrittura di voler recuperare ciò che dell’infanzia si è perso crescendo troppo in fretta, o semplicemente crescendo («Giocare è anche per gli Adulti e per i Potenti: / - l’ho visto, / aveva ali larghe e robuste / navigava l’aria con perfezione sicura / si inebriava di stare / immobile contro, alla pari del vento / poi virava di colpo / e gridando gioiva», p. 24).
 

Fabio Michieli