Luciano Bianciardi, IL CONVITATO DI VETRO

“L’ha detto la radio, si sentiva affermare un tempo da chi volesse tagliar via ogni dubbio sulla verità d’una notizia. […] L’ha detto la televisione si sente meno spesso, ma già si sente”. Era il 29 aprile 1965, uno scrittore, famoso per un romanzo cattivo, contro la Milano del boom economico, aveva già cominciato da un anno a guardare la televisione in maniera non supina. Dopo dieci anni dalla nascita delle prime trasmissioni sperimentali televisive, la tv era già diventata uno strumento non diffusissimo, ma importante per le famiglie italiane. Quasi nessuno aveva idea di quanta incisività avesse questo mezzo nella coscienza e nella vita materiale delle persone. Gli intellettuali la snobbavano, la gente la guardava come un miraggio. Bianciardi cominciò a studiarla come fenomeno socioculturale. Era l’unico che aveva capito il futuro di questo nostro Paese.
Luciano Bianciardi è stato uno dei più acuti scrittori italiani del secondo dopoguerra. Anticonformista prima di Pasolini e senza la rete di protezione del movimentismo sociale, che permise larga diffusione alle opere del poeta di Casarsa, Bianciardi venne prima e restò solo: solo contro l’establishment letterario, solo contro la crescita dei mezzi di comunicazione del boom economico, solo con le cose della vita. Ma quante cose ha raccontato e descritto con piglio ironico e svelatore, e con saggezza critica e profonda.
Per la casa editrice della figlia è uscito Il convitato di vetro, una raccolta degli articoli dedicati alla televisione che Bianciardi scrisse tra il 1964 e il 1971, per Le Ore, ABC, Playmen. Giornali non certo d’élite, anzi popolari (a volte triviali), ma luoghi dove lo scrittore poteva esercitare una tribuna libera di discussione sulle presunzioni italiche.
Nel capitolo del 30 gennaio 1966 racconta di come la tv ha cambiato le serate milanesi: prima c’erano gli appartamenti degli artisti o i locali di cabaret e le cantine dove ci si riuniva per discutere e parlare. “Della cosa era quasi inevitabile che s’impadronisse la televisione: non tanto della sostanza, quanto della forma. La serata fa amici, il trattenimento in casa di [ora è in tv] tutto naturalmente castigato, ripulito, a modino”.
E ancora, a giugno del 1966, oltre a descrive bene la differenza dell’attore televisivo da quello teatrale, sembra anticipare, se non altro come suggestione, il lavoro di Guy Debord sulla società dello spettacolo, quando scrive: “Perché esista spettacolo la condizione minima è questa: tre persone sedute attorno a un tavolo (meglio se imbandito) ad ascoltare una quarta. […] Diceva l’altra sera […] Walter Chiari che è molto difficile parlare a un occhio di vetro, sapendo che dietro ci sono quindici milioni di spettatori. Giustissimo […] Quindici milioni, ma divisi come? Se fossero tutti e quindici raccolti in una sterminata platea, il rapporto sarebbe del tipo nibelungico-hitleriano…”.
Rileggere oggi queste pagine ha dell’incredibile. Bianciardi aveva già capito tutto della tv, e aveva intuito, prima degli altri, quanto pericolo nascondesse questo elettrodomestico. Basta leggere le prime righe dell’articolo Convitato a desinare:
“La famiglia italiana media ha sempre, a cena, un ospite, e magari non lo sa. Un ospite che non mangia, che non è fatto di carne e sangue, ma che pure domina le mense. Il convitato serale di ogni famiglia italiana, anziché di pietra, è fatto di valvole, legno e vetro, è il televisore. Non appena la famiglia si mette a tavola, anche lui si siede, non mangia, ma parla e canta: non uccide, certo, ma può fare di peggio. Può imbottire teste, formare opinioni, indurre ai consumi”.
Quanta saggezza e quanta lungimiranza in queste parole di uno scrittore ingiustamente dimenticato dalle patrie lettere, che ha scritto due libri eccezionali come Il lavoro culturale e La vita agra, e poi è riuscito, con i suoi libri storici, a rendere leggibile e avventuroso il Risorgimento italiano.
Alessandro Agostinelli

