Luigi Nacci, poema disumano

Cierre, 2006, pp. 48
poesia
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Sarebbe bello poter dare di questa poesia tutte le coordinate; sarebbe utile (per chi ovviamente è interessato a certe indagini, e io sto tra costoro) offrire le origini, i presiti, i debiti, i legami con altri autori, convinto come sono che la comprensione di ogni opera è data dall’insieme di tutti gli elementi posti nel piatto del prima e del durante. Sono aspetti però che non spettano a una recensione, sia per ragione di spazio sia per limiti miei di competenza. Sospesa tra la lezione tardo montaliana post Satura e il solco sereniano tracciato da Gli strumenti umani, la poesia di Luigi Nacci e del suo poema disumano (d’autore la scelta delle minuscole) snocciola versi secchi a tratti stridenti con la realtà che si impone di raffigurare senza lesinare nulla.

Le invenzioni linguistiche, che sfiorano il vero e proprio neologismo se non fosse per un difficile riuso nel lessico quotidiano, convogliano tutte in direzione di una netta rottura con il canone primo novecentesco. Detta in parole povere, Nacci non ne vuole sapere di collegarsi e ricondursi alla tradizione ormai scolastica dei grandi libri di Ungaretti, o del primo Montale, o delle prime prove di Luzi e Caproni. Nacci muove i suoi passi dal disincanto tanto montaliano quanto sereniano che trasportano il tutto in una dimensione post moderna, senza mai cedere il passo alla “tentazione della prosa”. È sufficiente una poesia come I nostri non li sotterriamo in terra per comprendere che la lezione profondamente etica della poesia di Vittorio Sereni vale più di ogni altro recupero lessicale (ne sia o no consapevole l’autore): «I nostri non li sotterriamo in terra / come sferra da buttare. Partiamo / al tramonto tribolanti e attruppati / uno dietro l’altro, come un drappello / di guerrieri addestrati a sciarre, risse / e tafferugli d’entroterra. A briglie / sciolte, a mo’ di sciame, scendiamo. Noi, / i nostri morti, l’interriamo in mare.» (p. 15).

Come vuole la tradizione dei poemi il metro scelto da Nacci è un’ottava reinventata che non si regge sullo schema classico della disposizione delle rime; gioco forza del lavorio del poeta è l’allitterazione: insistita, quasi abusata, con essa e la sua ricorrenza sonora il poeta mantiene salda l’attenzione del lettore che quasi non si rende conto di procedere rigorosamente per endecasillabi (spesso anepesti). Ciò comprova la capacità del poeta di lavorare di cesello sul verso e sulla parola senza far mostra della propria conoscenza dello strumento adoperato (la semplicità del risultato spesso è conseguenza d’un lungo lavoro di cui poi può non rimanere quasi traccia alcuna). Il tutto non risparmia ovviamente alcuni esiti cacofonici che stridono con un’intonazione limpida. Ma anche questo attiene al poema.

«Sui muriccioli di cocci e ciarpume / cincischiamo in cerca di stracci. Insieme / scacciamo cimici e pulci, e le noci / le schiacciamo stringendoci, ad abbracci. / Spesso incespichiamo una addosso all’altro / o, distratti, inciampiamo. Accucciolati / tra i cespi, sulle pance delle lucciole / scribacchiamo poesie piccole piccole.» (p. 19). Lo sguardo disumano ricolloca l’uomo nel suo spazio; lo ridefinisce senza fronzoli e perciò lo rimpicciolisce. Le sue grandi conquiste sono i morsi di una pulce rispetto le forze che reggono l’universo, determinandone l’esistenza.

In tutto questo l’uomo si ritaglia lo spazio necessario per manifestare la propria presenza in modo precario: «Si crepa alla spicciolata nei sacchi / della spazzatura. Chi sopravvive / è spacciato: spera, parla agli spettri, / scrive soprammisura. Spacchi si aprono / nelle pareti portanti e s’abbassano / i soffitti. Scatafasciano i piatti / sul pavimento. Pronti, i preti passano / a spargere i corpi di tutto punto.» (. 30).

Di ottava in ottava Nacci ci traghetta per questo inferno dove pare negata ogni speranza, resa vana dalla quartina (unica in tutto il poema) che chiude l’opera: «Più diffusa del giallo lunare, che ha orrore / di filtrare nei boschi, è quest’ansia inesausta / di contatti e sapori che macera i morti. / Altre volte, nel suolo li tormenta la pioggia.» (p. 40).

È la vulnerabilità dell’uomo a essere portata in scena, senza eroicità alcuna e meno ancora eroe alcuno; in questo poema disumano l’uomo è l’antieroe perché è disumanato da tutto quanto ha deviato la sua crescita per abbagliarlo con le chimere del progresso.

Fabio Michieli