Luigi Scano, VENEZIA TERRA E ACQUA

Ho appena terminato di leggere Venezia: terra e acqua di Luigi Scano. Questa lettura mi ha ispirato alcune riflessioni sul rapporto tra città e politica, mi ha dimostrato come il legame tra le due cose sia stretto, prima della lettura ne avevo una convinzione abbastanza intuitiva, ma mi mancavano quegli elementi che rendono evidente, cioè dimostrabile, una semplice convinzione.
La giovane casa editrice Corte del Fontego compie un’azione meritoria nel ristampare questo interessante libro di Luigi Scano, la cui prima edizione risale al 1985. Rispetto all’edizione originale il volume è arricchito da un’appendice curata da Edoardo Salzano che aggiorna la storia scritta da Scano. La storia è quella di Venezia, più precisamente la storia della gestione del territorio veneziano, ed è forse da questo punto di vista la più completa che sia mai stata scritta. Il libro copre un periodo che va dal V secolo fino al 1985, concentrandosi più dettagliatamente sugli avvenimenti dal Secondo Dopoguerra. Ma ciò che qui viene raccontato va al di là delle coordinate geografiche del territorio veneziano e della sua della storia, e può essere considerato come un paradigma del confronto sempre constante tra città e politica. In questo senso, quindi, non voglio parlare degli avvenimenti raccontati nel libro, quanto delle riflessione che la sua lettura mi ha portato a compiere, e cioè a pensare, o meglio, a ripensare il rapporto tra città e politica.
Il tema è molto complesso ma anche fin troppo evidente e intuitivo il legame che esiste tra città e politica. In qualche modo si può dire che la città nasce con la politica o viceversa, il senso non cambia. Anche una semplice analisi etimologica scopre le parentele: politica deriva dall’aggettivo di polis, cioè politikòs, che, nell’Antica Grecia, indicava tutto quello che si riferiva alla città. Nella polis greca non c’è separazione tra essere cittadino e essere politico, è un dovere per ogni cittadino occuparsi, nel senso di prendersi cura, della cosa pubblica, la res publica, come la indicheranno gli antichi romani.
E passando per Roma, si arriva ai comuni medievali, in cui il concetto di città come comunità e i luoghi della città come bene comune, cioè bene della collettività dei cittadini, ritorna e si rinforza. Nascono così le piazze, le chiese e tutti gli edifici dedicati alla gestione della cosa pubblica.
Si può dire che la città è la rappresentazione della politica, è la dimensione visibile, tangibile dell’attività politica, cioè del governo di una comunità. E così dalla città, dalla sua struttura, dalla sua organizzazione fisica possiamo capire molte cose della politica.
A un certo punto della nostra storia la prospettiva si ribalta, al concetto di città come spazio comune subentra la visione della città, e del territorio circostante, come luogo degli interessi di parte, frammentazione degli spazi e relativa corsa alle speculazioni. Così la città si trasforma da luogo a dimensione collettiva, sociale per gli individui che vivono associati a luogo per individui atomizzati, a dimensione degli interessi particolaristici.
Le ragioni di questa cambiamento di prospettiva, che non è una rivoluzione, ma un processo graduale e complesso, sono molteplici e non è questa la sede per poterli analizzare, ma non ho dubbi che saremo tutti d’accordo nel descrivere le nostre città come territori inospitali e malsani: rumori, inquinamento, traffico. Una nuova strutturazione dei territorio della città accompagna, rende visibile, come detto, la nuova prospettiva, che è prima di tutto politica. Si assiste così, con una sorta di zonizzazioni escludenti, alla separazione, all’emarginazione sia dei poveri che dei ricchi, vite separate per persone diverse. È l’opposto della comunità che si fonda sulla condivisione, è il trionfo di un individualismo egoistico assunto a modello di governo.
Allora è possibile ristabilire un corretto sviluppo della città, un disegno politico sostenibile per i diversi abitanti della città? (anche per i bambini, spesso dimenticati nella progettazione, rinunciando così alle loro competenze spaziali, si veda in proposito G. Paba, Movimenti urbani. Pratiche di costruzione sociale della città, Franco Angeli, Milano 2003). Mi sento di rispondere sì, anche perché non è sostenibile una risposta negativa, ma occorre una nuova stagione di partecipazione dei cittadini alle politiche del loro territorio.
Da alcuni anni, sul versante politico, si notano delle tendenze a ripensare la dimensione della città, a ripensarne le funzioni e le priorità, a rimettere al centro il concetto di comunità, ma gli esempi sono rari e, soprattutto, dipendono dalla volontà di alcuni amministratori illuminati, manca un disegno politico generale, ma non c’è neanche, eccetto rare eccezioni anche qui, l’impegno dei cittadini, la loro volontà di incidere nelle decisioni che riguardano la comunità e riuscire a riconquistare la visione della città come bene comune; infatti, “un processo partecipativo può avere esito positivo a patto che i partecipanti dispongano di una buona dose di maturità civica e delle capacità di contenere la discussione nei termini della ricerca del vantaggio per la collettività” (A. Agostinelli, C. Martini, C. Serni, Via La Marmora, Follonica. Manuale di partecipazione per progettare insieme ai cittadini, Alinea, Firenze 2008, p. 40).
Claudio Serni


