L'ultima su Berlusconi
Inutile girarci intorno. Questo non è il Berlusconi del ‘94, filiazione diretta del Decreto Craxi e di quel mostro letterario chiamato conflitto di interessi. Sorrido di fronte a un cognac di fine anno, se solo torno alla memoria, quando molti romantici della mia generazione (usciti dalla stagione propedeutica di Mani Pulite: “l'etica prima di tutto”) lo indicavano come il possibile mandante esterno delle stragi di Capaci e via d'Amelio. Era il periodo in cui un giovane amico, neo redattore della Repubblica di Torino, ora diventato una star della pubblicistica nazionale, ricostruiva insieme a Elio Veltri il cursus honorum dell'uomo e di un impero costruito con le provviste finanziarie della Banca Rasini, le scatole cinesi di Fininvest, la prossimità personale di avvocati innominabili, l'installazione di parabole televisive nei Comuni più disparati d'Italia, la collaborazione fideistica di uomini come il geometra Galliani (poi mentore del Milan, altra godibilissima scatola cinese), la connessione nazionale (via parabola) delle trasmissioni prodotte da un’emittente televisiva privata di Milano.
Da Milano a Palermo, appunto, sfidando leggi, regolamenti, consuetudini legati al culto del monoscopio televisivo, una noia mortale pagata con gli stipendi e le pensioni degli italiani. Nasceva così il mito dell'Uomo che avrebbe connotato l'Italietta degli anni intorno al 2000 e “tolto il gesso” all’Italia immobile, quella clientelare e servile nei confronti dei capibastone (termine recentemente coniato da un disorientato Veltroni) che nel lungo periodo andreottiano del tirare a campare e del cosiddetto “deficit spending” (da cui l’immenso e attualissimo vincolo del debito pubblico, attestatosi al 110% del Pil nazionale) infiltravano l’eccellenza della politica e per conto di essa il core business della pubblica amministrazione.
La crisi fiscale del sistema Italia nasce da qua, e quando scoppia Tangentopoli, un patto di potere tra la politica e le imprese che pagano il pizzo per vincere l’appalto e abbattere ogni logica preventiva di mercato, è l’Uomo delle parabole (quelle installate a Palermo grazie all’intermediazione di uomini dalla discutibile fedina penale) a suonare la tromba della riscossa “moralizzatrice”. Quell'Uomo aveva capito tutto, anche perchè, grazie alle parabole e alla diffusione della tv commerciale, non si era limitato a fare “u bisinesse” (per dirla con Vito Corleone), ma a decostruire i fondamenti etici della cultura nazionale, ristrutturare il concetto di interesse pubblico (che da lì in avanti sarebbe stato quello plebiscitato dagli ascolti televisivi), alimentato subdolamente l’anti politica (“se a Milano non ti presentavi con l'assegno in mano non costruivi”), frantumato ogni residuo di cultura liberale (falsamente rivendicata) a favore delle rendite finanziarie, e infine ridicolizzato le difficoltà genetiche della sinistra nazionale (inquinata da burocrazie parallele e dalla malattia storica del frazionismo) a tenere insieme il Paese nelle fasi di emergenza.
Lui, invece, avrebbe tenuto insieme il Paese con la televisione. Al punto tale (e siamo ad oggi, ma già proiettati verso un imprevedibile 2009) da mettere splendidamente a reddito (non solo politico, naturalmente) la sua prismatica duplicità. Da peone brianzolo insofferente alle regole del gioco, ma sufficientemnete scaltro da invocarne di altre a suo esclusiva immagine e consumo, grazie anche ai tanti “assegni in mano” tratti sul conto della politica locale e nazionale, a governante patriota, catalizzatore della finanza laica (starordinario l'ingresso in Mediobanca) nel grande business delle privatizzazioni di sistema (quelle invise alla sinistra) e nel governo anticiclico della crisi finanziaria. Da cui il malcelato “sostegno alla banche” (quelle maledette da Tremonti prima della conversione no global) e la beneficenza fiscale ai poveri di reddito e di spirito.
Ma l'evoluzione dell'Uomo parabola non finisce qui. Da fervente militante anti-comunista e oppositore istituzionale delle toghe rosse, a grande traghettore riformista e privatizzatore nei settori della “constituency” democratica come la scuola, l'università e il pubblico impiego, dove si annidano notoriamente bulli, parassiti della spesa pubblica e intemerati fannulloni, per non parlare della pulizia etnica e della repressione penale da orchestrare nei confronti dei clandestini, delle puttane e di chi scarica materiali ingombranti nelle periferie di mezza Italia, quelle abbandonate dallo Stato e dai servizi di pubblica utilità. E il consenso cresce (in modo esponenziale rispetto a quello del Governo) e si fa imbarazzante di fronte alle fibrillazioni implosive della corporazione giudiziaria, i clamorosi autogol del duo Veltroni-D'Alema, la questione morale che presto scoppierà anche nel loft dello stesso ineffabile Veltroni, l'evidente caricaturizzazione dell'antiberlusconismo, l'afflosciamento di Beppe Grillo, fino alle paradossali debolezze dell'Italia dei Valori, impegnatissima in Giunte di evidente respiro criminogeno, da cui i cosiddetti dipietristi senza macchia non sono ancora usciti.
“Io sono garantista”, ci tiene a ribadire Berlusconi, che in pieno surplace napoleonico si spinge al punto di affermare che “lascerebbe il Paese” se venissero divulgate certe “intercettazioni”. Inutile girarci intorno, questo non è il Berlusconi del ‘94, quello della discesa in campo e per giunta calvo. Questo Berlusconi è “il campo”, non importa se federalista, presidenzialista o garantista al punto tale da eliminare l’unica fonte investigativa rilevante per provare i reati di concussione e concussione. E sorrido un po’ intontito da questo cognac forte di fine anno, se solo penso che l'Uomo che indicavamo come il mandante esterno delle stragi di Capaci e di via D'Amelio è oggi l'asse gravitazionale del sistema Italia, non importa se con la cassa integrazione guadagni “per tutti” e settimana corta alla Merkel (per la felicità di Epifani e di Ferrero) e con i gabbiani che torneranno a garrire nella fase di decollo intorno al rinnovato marchio Alitalia dei Gavio, dei Ligresti e dei Carlo Toto, con a bordo tutte quelle hostess (con occhialoni) che avevano opposto resistenza.al grido di “andate a prendere il treno”.
Insomma, i tempi eroici dell'Uomo Parabola (mafia permettendo) non sono finiti. Anzi, fra poco presiederà il G8. Buon anno di cuore. E ...ottimismo
[30 dicembre 2008]

