M. Cecchini, Dall’aprile a Shantih

Nell’aprile del 1750 a Parigi, dove la carestia e le epidemie hanno riversato per le strade un gran numero di mendicanti, cominciano a sparire bambini. Le misure di sicurezza non servono, aumentano il panico e le sommosse. Si fanno le ipotesi più strane mentre sono vane le ricerche.
A Lucca alla fine del ‘900 scompaiono dei bambini quasi sotto gli occhi della governante. La loro presenza sta tutta nel richiamo reiterato “Bimbi!...Bimbi!...”, perché non si allontanino e non perdano lo scuolabus.
Con queste situazioni messe in parallelo si apre la storia raccontata da Michele Cecchini. Ma il lettore non segue le vicende dei bambini se non marginalmente, perché la storia si sofferma sugli abitanti di un condominio, un palazzone appena fuori le mura. C’è un avvocato, il Terruzzi, che va avanti e indietro con il suo bastone, e la Marangoni, napoletana che traduce tutto e tutti nel suo dialetto sonoro e colorito, l’Eugenia che spezza la sua solitudine sbirciando dalle listarelle delle persiane e tutto origliando, e Guglielmo colto nel suo stupore davanti alle fontane pubbliche a secco o spiato quando innaffia i vasi della signorina Adele, e il barbone Contardo su cui si farebbero facilmente cadere le responsabilità, e l’Adele distaccata e snob, il dottor Castrucci con moglie e figli, e tanti altri che escono piano piano dagli interni del condominio.
Sulla scomparsa dei bambini si avanzano le ipotesi più strane. Si solleva l’ipotesi della pedofilia, allora il lettore va per analogia ai fatti di Parigi, forse misteriosamente legati alla figura di Luigi XV.
Quello che colpisce e stupisce, in questa trama esile dove tutto accade nell’arco di un giorno e rimane l’unità di luogo come nella tragedia greca, sono la struttura e lo stile del Cecchini, che ha proposto una narrazione senza dubbio originale.
Il linguaggio ha una varietà di registri che vanno da quello comune al registro alto, che strizza l’occhio al linguaggio scientifico, al linguaggio informativo giornalistico, il tutto frammisto di espressioni dialettali lucchesi e napoletane. Il linguaggio ha una voluta ricerca del pleonasmo, dell’abbondanza caricaturale: “costituivano l’oggetto precipuo di tutto quel ricostruir di circostanze, accadimenti, occorrenze, orari, eventi collaterali, coincidenze: i due ragazzini, i due innocenti, i due bimbetti, i due scapestrati, i due guagliuncelli, i du’ bamboretti, ‘e due creature, i du’ figlioli, i ddue disgraziati, i doje piccirilli, i ‘duue monellacci, i dù pischelli, i due mocciosi, insomma coloro che nel parco proprio ‘un c’era verso di vederli”. Sembra che l’autore abbia preso gusto a giocare con la lingua, cercando divertito tutte le sue possibili estensioni.
Il prorompere della filosofia popolare napoletana per bocca della Marangoni, in mezzo alle più alte elucubrazioni, per contrasto produce una sorta di umorismo pirandelliano: “Omaronnamiaverginesanta…: la Marangoni in un gesto plateale cocciò forte davanti a sé i palmi delle mani per poi stringerle al petto” .
Il narrare procede a brevi capitoli, introdotti da un sommario che ci riporta allo stile dei classici, i tempi della narrazione sono lenti, l’occhio del narratore si sofferma sui particolari, magari anche i più insignificanti ai fini della storia, su gesti, tic, sospiri, sguardi, come se facesse una zoomata con la macchina da presa, in una specie di indagine scientifico-anatomica di ogni persona. Le caratteristiche delle persone sono dilatate, esasperate, ognuna appare come un personaggio da teatro, una macchietta.
Le storie raccontate appartengono al chiacchiericcio, sono parole di superficie, le chiacchiere non presuppongono relazioni umane, legami profondi. Ogni nuovo condomino che appare in scena diventa un pretesto per aprire sui suoi fatti, in modo che il lettore si dimentica dell’avvocato, dei bambini e di tutti gli altri, e si trova a interessarsi magari dei fatti privati di uomini politici che hanno portato alla sospensione dell’acqua nelle fontane pubbliche, oppure si trova a seguire la pista dell’Adele, con il suo incidente d’auto e il delicatissimo intervento chirurgico, in attesa di chissà quale intreccio.
Invece spuntano fuori altri condomini, tutti hanno un che di grottesco, quasi di sordido. Non si sente circolare bontà, al suo posto c’è quella curiosità che a fatica ricorda la compassione e serve solo a dare materia alle voci. Lucca vi compare nelle sue strade del centro storico, le stradicciole ombrose e cariche di odori, mentre si seguono gli spostamenti dei personaggi, come se fosse uno scacchiere su cui si spostano i pezzi. Ma intanto viene fissato un aspetto di provincialità, quasi quel condominio -radiocondominio- ne fosse il simbolo.
Tranne poi capire, e qui fa capolino la partecipazione emotiva finora tenuta sotto controllo, che forse tutto questo teatro serve a riempire la solitudine di qualcuno: “Le stagioni continuavano a darsi il cambio davanti a quella finestra e trascorrendo, il tempo l’aveva logorata. Il riflesso del vetro la ritraeva rigida, burbera, apatica.
L’angoscia, padrona di tutta la giornata, verso sera, consumatosi il tramonto, pareva allentare la presa, cedendo alla malinconia di un nostalgico abbandono…A quest’ora senz’altro non sarebbe più passato nessuno”.
Marisa Cecchetti

