M. Cocchi, Tutto sarebbe tornato a posto

Elliot, Roma, 2010, pag. 139, Euro 10,00
narrativa
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Sono dieci i racconti di Michele Cocchi, alla sua prima avventura editoriale con “Tutto sarebbe tornato a posto”. Titolo che apre alla speranza, che riporta all’omonimo racconto dove il punto di vista è quello di un bambino che ha l’assoluto diritto di sperare.
In realtà Cocchi raccoglie situazioni di dolore -ogni racconto è un colpo duro- seguendole lentamente, con l’occhio puntato su ogni particolare, su ogni mossa, come in un susseguirsi di fotogrammi fissati poi con brevi frasi paratattiche, che costringono a  fermarsi, a prendere fiato e pensare.

Molto materiale narrativo è preso da ambienti dove qualcuno soffre, sia che si tratti del reparto di  Terapia Intensiva Neonatale, sia che ci si trovi davanti a bambini con gravi handicap, o alla progressiva diminuzione, fino alla scomparsa, dei segni di vita provenienti da un feto nel grembo materno, o agli occhi immobili di una bambina autistica che da mesi “si dondola instancabilmente su se stessa, impegnata con le bolle di saliva”
In queste e nelle altre storie, che ci portano all’interno del quotidiano di famiglie apparentemente normali, siamo di fronte ad una parabola ascendente di sofferenza, che raggiunge il culmine e si interrompe. E’ quello il colpo duro, lasciare la situazione tesa fino all’inverosimile, il protagonista dilaniato dai dubbi più strazianti, magari solo davanti a scelte tragiche, o con una ferita aperta, senza che si intraveda una possibilità di soluzione.
C’è tanta solitudine in questi protagonisti, un disperato bisogno di dare amore ma anche di riceverlo. C’è paura. Fa paura il dolore ma anche la diversità, l’handicap,  per esempio, col sacrificio che richiede, lontano dalle immagini mediatiche di una società di eroi belli e vincenti. Fanno paura le relazioni che esplodono e distruggono famiglie e amicizie, ma anche la mente umana, con i suoi recessi insondabili, con i suoi misteri.

Marisa Cecchetti