Mafia e politica

di Marco Giaconi

Me lo posso permettere. Sono stato, per ben due volte, consulente di Commissioni Antimafia, quella diretta da Luciano Violante e una successiva, presieduta da Giuseppe Lumia. Ho scritto, per il Centro Militare di Studi Strategici, una ricerca, parzialmente pubblicata nel 2001: Le Organizzazioni Criminali Internazionali, Aspetti geostrategici ed economici (Franco Angeli). Quindi, posso dire, senza occhiali ideologici, come vanno le cose nel rapporto tra mafia e politica e, più specificamente, su come si sono evolute le organizzazioni criminali di origine italiana.
Nella fase della Prima Repubblica, la mafia operava in termini di scambio politico: garantiva i voti, e soprattutto garantiva il voto di scambio e le relative preferenze, che poi venivano “girate” al parlamentare. Era “cosa nostra” che anticipava posti di lavoro, finanziamenti, garantiva appalti, e poi il parlamentare si premurava di ritornare il favore. Il “territorio” mafioso scommetteva su un politicante, che poi si ricordava degli “amici degli amici”. E se non aveva buona memoria, erano dolori. Il politico veniva gestito dalla mafia per garantire i finanziamenti pubblici, gli appalti, le clientele, il riciclaggio del denaro sporco al Nord e, soprattutto, all’estero. Cosa Nostra, dopo l’operazione indipendentista e violenta di Salvatore Giuliano nel 1945-’46 e del suo Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana, passa dal sostegno alle vecchie consorterie liberali al cavallo nuovo, la Democrazia Cristiana, seguendo le linee di don Vito Cascio Ferro. Fu il momento in cui l’Aviazione Militare italiana, per distruggere le postazioni dell’EVIS di Giuliano e del suo futuro avvelenatore Pisciotta, bombardò i villaggi siciliani. È grandemente esagerato sostenere poi, come hanno ritualmente ripetuto alcuni commissari antimafia delle opposizioni, che Cosa Nostra sia “rientrata” in Sicilia con gli Alleati. Patton e Montgomery non si facevano certo intimidire da qualche contadino analfabeta. Ma non capivano niente della politica siciliana, come spesso accade agli anglosassoni, e certamente il “fronte del porto” di Lucky Luciano aveva fatto molto, a New York, per evitare lo spionaggio del Terzo Reich.
Ma la mafia ha sempre tenuto buoni rapporti con tutti gli attori politici operanti in Sicilia e altrove. Faceva “lavorare” la DC e i partiti di governo minori, ma non ha mai troncato i rapporti con le opposizioni. La mafia tratta con chi conta, non è una società di analisi politologiche. E certamente molti dirigenti sovietici e russi, tra il 1988 e il 1989, non visitavano Messina, la “provincia babba” (tonta) per gustare la cuddura cu l’ova. La mafia ha messo a disposizione, sia alle strutture nazionali che a quelle internazionali, le sue reti di gestione dei fondi illegali che, poi, sono ritornati candidi, pagata la parcella, ai legittimi, si fa per dire, proprietari. Su questa operazione la mafia ha ricontrattato il suo potere internazionale e il suo ruolo nella classe politica italiana. Ed è stato questo il vero asse di differenziazione tra prima e seconda Repubblica. Se andate a vedere negli anni, in tutti i Paesi dove il lecito confina con le mafie, si è assistito ad una trasformazione del rapporto tra criminalità, politica, economia. Il cambio di mafia, come è stato chiamato. Il “Plan Colombia”, del 1992, la trasformazione politica in Messico di quell’anno, la stessa risoluzione della questione kosovara con la legittimazione della rete del UCK, sono tutti tasselli del cambio di mafia globale. Prendetevi un po’ dei vostri soldi, eliminate le parti “caduche” delle vostre reti, una gran parte della liquidità fatela entrare nei circuiti legali. Insomma, una cosmesi che eliminava gli impresentabili e ricreava il nesso tra una mafia più “legalizzata” e sistema politico ed economico. Una parte essenziale della “globalizzazione”, dato che le economie illegali, in tutto il mondo generano un fatturato comparabile a quello dell’intero comparto petrolifero. Cosa Nostra, oggi, parla dall’estero alla politica italiana, e si garantisce alcuni parlamentari di provata fede per fare lobbying, come se fosse l’Associazione degli Studenti Fuori Sede o una azienda di caramelle.
Dopo la fine della Prima Repubblica, cosa nostra ha subìto quindi trasformazioni radicali. Non garantisce più il voto di scambio ai politici. Non gli serve. Può sostenere, per brevi periodi di tempo e in termini quasi contrattuali, un singolo politico. Cessato il motivo del favore, la mafia si allontana. Ma “cosa nostra” ha due necessità impellenti: la garanzia degli appalti, che sono essenziali per l’economia delle varie cosche, e che servono anche al riciclaggio dei proventi illeciti, e la possibilità di gestire completamente e direttamente il territorio. Ovvero: il politico ideale della mafia è quello che riesce a controllare i trasferimenti dei Militi dell’Arma, dei poliziotti, dei giudici, o a sapere per tempo cosa si nasconde nei cassetti delle varie Direzioni Distrettuali Antimafia.
Dato che, nell’ultimo anno, la “mafia SpA” ha avuto un fatturato di 135 miliardi di Euro con un utile netto di 70 miliardi, la nuova dislocazione delle cosche nel loro rapporto con la politica è evidentemente efficiente. E, soprattutto, la mafia oggi si interessa ai servizi regionali o nazionali che sono stati liberalizzati o dati in gestione a privati. L’acqua e i rifiuti, in Sicilia, come ripetono tutti gli analisti del fenomeno, sono pienamente in mano alla criminalità organizzata. Quindi, meno politica e più penetrazione degli apparati amministrativi e direzionali dei ministeri e delle regioni.
Concettualmente, la mafia opera creando un mercato chiuso. La gestione di risorse rese artificialmente scarse. E quindi il sovra reddito per chi quelle risorse, lecite o illecite, le venda. Un meccanismo simile a quello descritto da Winthrobe per l’Africa e l’America Latina, con la sua tinpot dictatorship, la “dittatura della ciotola”. Tanto più aumenta il tasso di povertà, tanto più aumenta il tasso di potere politico, a parità di costo per ogni voto di preferenza. Non a caso le organizzazioni similari in Nigeria, nei Balcani, nella Federazione Russa si fanno chiamare “mafie”. Perché chiudono un mercato illecito (ma anche legale) e ne forzano la vendita eliminando i concorrenti. Nella “fase 2” investono parte dei proventi per comprare il silenzio delle forze dell’ordine o dei politici, ai quali garantiscono, dopo il favore, il finanziamento della campagna elettorale. È il “costo della politica”, soprattutto in una fase nella quale i partiti sono evaporati e le lobbies operano tramite i mass-media e le amministrazioni non-elettive, la cifra del nesso mafia-politica oggi. Giovanni Falcone, oggi – ne sono sicuro – avrebbe detto “seguite i soldi” ma avrebbe aggiunto “vedete chi paga gli spot e i manifesti elettorali”. E sempre dopo il favore, mai prima.
La fase eroica della lotta alla mafia, quella legata ai nomi straordinari di Falcone e Borsellino, ha operato come fanno sempre tutti gli investigatori: ha messo le cosche le une contro le altre, le ha infiltrate, e soprattutto ha chiuso la partita un momento prima che l’operazione fosse evidente alla “cupola” di cosa nostra. Oggi, questo meccanismo serve di meno: le cosche sono meno correlate tra loro, sono “reti di reti”, sono più distribuite sul territorio, soprattutto al Centro e al Nord, si confondono con la piccola malavita al livello più basso (e qui il “reato associativo” della legge Rognoni-La Torre diventa difficile da dimostrare) e sono ormai integrate con la finanza legate ai livelli più alti.
La distruzione del tessuto della grande industria italiana operato con le privatizzazioni ha permesso, da un lato, il “lavaggio” finale di fondi “grigi” che hanno acquisito quote di industrie legali, dall’altro la internazionalizzazione dei capitali mafiosi in tutto il mondo. Non sono più i tempi nei quali un famoso imprenditore italiano venne “suicidato” a Milano perché qualcuno, in carcere, aveva saputo che stava vendendo una azienda di materiali edili al ribasso per “fare cassa”. Oggi, al contrario, cosa nostra avrebbe liquidizzato subito i suoi investimenti legali ed avrebbe offerto all’imprenditore-cacciatore un finanziamento per tirare avanti, da pagare con la quota di maggioranza del suo business primario.
Quindi, controllo del territorio tramite la microcriminalità, che spesso nemmeno sa per chi davvero “lavora”, e integrazione di fatto con l’alta finanza e l’international banking all’estremo opposto della catena mafiosa. La massa di piccoli illeciti “copre”, fa rumore, assorbe l’attività delle Forze dell’Ordine, garantisce il mantenimento delle reti criminali territoriali, mentre la mafia SpA si crea una faccia rispettabile a livello nazionale e, spesso, globale.
Inoltre, la preferenza per la liquidità tipica delle organizzazioni mafiose consente la facile acquisizione di aziende in difficoltà. Quindi permette il riciclaggio anche a livello locale, riciclaggio ulteriormente garantito dalla uscita di cosa nostra anche sul mercato di beni legali o leciti: l’agroalimentare, i petroli, le scommesse sportive, l’elettronica, i supermercati. La mafia non è ossessionata dalla droga: ricerca unicamente un bene da vendere senza concorrenza e sul quale operare ricarichi del tutto fuori mercato.
Le cosche che, nel trapanese, si occupano di distribuzione dell’acqua potabile, si sono occupate fino a poco tempo fa della raffinazione della cocaina, che oggi è in mano alla ‘ndrangheta, che ormai si è del tutto internazionalizzata nel settore delle materie prime, in Africa e in America Latina. Certo, la droga genera dipendenza, ma sarebbe bene essere dipendenti anche dall’acqua minerale.
Quindi è necessario ripensare tutta la questione delle organizzazioni criminali, oltre a gestire una forte azione repressiva contro le organizzazioni criminali, il che è un indubbio successo per il Ministro Maroni, la Direzione Nazionale Antimafia e le altre Forze dell’Ordine. Che sono diverse, oggi, dalla Mano Nera che uccise Joe Petrosino a Palermo, da quella repressa con successo dal Prefetto Mori durante il fascismo, dalla mafia del “sacco di Palermo” degli anni ’70 e da quella che iniziò a interessarsi di droga, con la “svolta” di Stefano Bontade e dei corleonesi. Abbiamo a che fare con un’altra cosa, forse più pericolosa ancora, che racchiude tutte le precedenti fasi ma che si sta ricostituendo in modo nuovo e, se non facciamo in tempo, imprevedibile.
 
[4 febbraio 2010]