Marco Giaconi, IL COSTO DELLA POLITICA

Il costo della politica, nonostante il titolo che potrebbe trarre in inganno, non è il solito tariffario di stipendi pubblici né l’elenco degli sprechi per mantenere l’indotto della politica, né tantomeno la consueta superficiale analisi demagogica del sistema politico, che tanto è di moda nel nostro attuale mercato editoriale, riscuotendo successi più o meno meritati. Le intenzioni dell’autore sono di tutt’altro livello, il suo lavoro ci offre un’analisi organica del sistema politico nella sua totalità, che è anche una elaborata teoria, empiricamente valida, del sistema dei partiti, del sistema di relazioni tra partiti e gruppi di pressione e dei meccanismi di elaborazione, “vendita” e “acquisto” delle opzioni politiche.
Uno degli obiettivi espliciti del libro è quello di costruire un modello interpretativo che abbia la semplicità di una teoria rational choice (RC) ma ne eviti le ingenuità. Quello della scelta razionale è un approccio all’analisi della politica che inizia ad avere successo negli anni Settanta negli Stati Uniti, accogliendo, nel corso degli anni, il favore di molti studiosi, fino a diventare, negli ultimi anni, una delle teorie più importanti e conosciute a livello internazionale. Essa si basa sull’assunto dell’homo economicus di smithiana memoria, cioè considera l’individuo una sorta di atomo asociale, “trainato” nel suo agire da prospettive e ricompense future. Alla base delle scelte vi è il comportamento utilitaristico degli individui, che valutano razionalmente il proprio tornaconto.
Partendo da questi presupposti, numerosi studiosi hanno sviluppato le proprie teorie in diversi campi della politica. In particolare, a titolo esemplificativo, accenniamo a una delle classiche interpretazioni del fenomeno elettorale che si basa su un approccio razionale, quella sostenuta da Anthony Downs in La teoria economica della democrazia del 1957. In sostanza, in una democrazia le scelte degli elettori sono guidate dalla loro razionalità, essi decidono di votare quello o quell’altro partito perché valutano razionalmente i benefici che possono trarre dalle proposte “messe in vendita” da ogni partito. Se nel mercato economico si parla di sovranità del consumatore, in quello elettorale democratico si può benissimo parlare di sovranità dell’elettore: è quest’ultimo che giudica l’attività dei governanti, che può sanzionare o premiare alle nuove elezioni. Per cui gli eletti tendono a realizzare le policies, presentate al momento della campagna elettorale, che hanno ottenuto il consenso degli elettori. Si insatura così un circolo virtuoso che, a detta di Downs, è la vera sostanza della democrazia, dove i governanti sono controllati dai governati e le proposte politiche che ricevono maggior consenso sono le migliori (le più virtuose, cioè meno costose e più sostenibili) per l'intera società.
Il punto è proprio qui: gli elettori hanno la capacità, o meglio sono messi nelle condizioni per poter valutare a breve termine le politiche dei governanti, ma anche solo le proposte migliori presentate in campagna elettorale? Secondo Giaconi no. Questa è una delle semplificazioni di una classica teoria RC che con il suo libro cerca di superare. “Nell’ipotesi RC, i votanti manifesterebbero una insospettabile capacità immediata di valutazione tecnica delle opzioni presentate dal loro partito politico, sia giuste (virtuose) che sbagliate (ovvero troppo costose).
Questa razionale capacità da parte delle masse di identificare in un attimo i paladini del bene universale […] ci lascia piuttosto esterrefatti.” (p. 13). Anzi, è necessario che gli elettori non siano in grado di valutare le proposte e l’operato dei partiti. Infatti, “il partito politico non vende più meccanismi di verifica delle proprie opzioni elettorali (ho proposto il tal parco naturale, ho favorito l’aumento salariale dei postini, etc.) quanto l’identificazione primaria con ciò che supponiamo sia il nostro Super-Io, il corto circuito tra ideale e reale che ci fa stare tanto bene. (p. 27). Avendo come sfondo questa visione realistica, Giaconi costruisce un sistema di analisi il più possibile completo per svelare i meccanismi di funzionamento della politica contemporanea.
Non è mia intenzione riassumere tutti i passaggi argomentativi del libro, che, essendo ben scanditi nell'economia generale del testo, permettono quel piacere particolare dato da una lettura che fa scoprire, pagina dopo pagina, l'articolarsi e l'approfondirsi di un pensiero spesso originale, quanto presentare brevemente e, inevitabilmente, in modo superficiale quello che si può definire il nocciolo tematico del libro, cioè il rapporto dialettico tra partiti e gruppi di interesse, evidenziato da Giaconi attraverso un'analisi dettagliata dei meccanismi di interferenza reciproca, da cui si irradiano altri nuclei tematici. Questi meccanismi sono molto simili a quelli del mercato economico, con l'eccezione che il mercato politico non si volge in regime di concorrenza, ma di oligopolio.
Il partito dell'oligopolio, in cambio dell'appoggio elettorale del gruppo, “vende” al gruppo dignità politica, “ovvero capacità di influenzare indefinitamente e costantemente tutti gli altri gruppi sociali, a qualsiasi partito facciano riferimento. (p.72) “Nel contempo, il gruppo prepolitico “vende” al partito una sia pur temporanea stabilità elettorale, sicurezza relativa che non avrebbe certo potuto raggiungere con la generalità ineliminabile e strutturale del proprio programma ufficiale. (p.73).
In funzione di questa “relazione di mercato” vengono letti diversi fenomeni quali, ad esempio, il ruolo dei leaders, e quello delle correnti interne ai partiti. Per quanto riguarda il ruolo dei leaders, “il leader serve a coagulare opzioni potenzialmente contraddittorie, da presentare sia ad un pubblico indistinto e impreparato che alle élites dei ‘poteri forti’ che vengono assicurate dall’avere a che fare con un solo referente, il leader, all’interno del partito (p. 112).
In merito alle correnti, esse non sono tanto un segno della competizione interna al partito, quanto una caratteristica strutturale del sistema partitico, “è proprio la forza oligopolistica dei partiti a produrre correnti e frazioni per assorbire, giocando con l’apparenza dell’autonomia, gruppi sociali che tenderebbero alla totale autonomia dalla rappresentanza.” (p. 75).
Questo solo per accennare ad alcuni elementi che compongono il complesso e completo quadro presentato ne Il costo della politica.
Tale quadro appare abbastanza desolante, tanto che il libro di Giaconi può essere letto anche come una spietata analisi della democrazia, o meglio della crisi delle democrazie contemporanee, il che ci spinge a dire che il costo principale per questo sistema politico è pagato dalla qualità della democrazia. Se confrontassimo quanto sostenuto da Giaconi con alcune di quelle dimensioni procedurali che molti studiosi considerano per indicare il livello di qualità di una democrazia, ci accorgeremmo che esse vengono mortificate dai meccanismi di funzionamento della politica, così come descritti nel libro. Mi riferisco principalmente a dimensioni quali l'accountability, cioè il rendere conto agli elettori; la responsiveness, vale a dire il saper rispondere alle richieste degli elettori; la competizione, cioè un sistema di concorrenza tra partiti pluralista e, in qualche misura, aperto.
Per concluere, dobbiamo riconoscere anche che Il costo della politica è un libro piacevole e utile per qualsiasi tipo di lettore. Chi ha dimestichezza con la letteratura sull'argomento può ricostruire quella rete nascosta di dialogo che il nostro autore compie con molte teorie politologiche e apprezzarne fino in fondo gli elementi di novità, ma anche il lettore che non ha precedenti frequentazioni in materia può acquisire un po’ di consapevolezza in più e farsi un’idea d’insieme di come funziona la politica nelle democrazie contemporanee, il tutto con una lettura molto piacevole: Giaconi sa scrivere molto bene, e riesce a coniugare la complessità dei ragionamenti e la profondità delle teorie con la chiarezza e la semplicità espositiva senza cadere mai nella banalità del “non dire niente”, come cantava qualche anno fa Guccini.
Claudio Serni


