Maria Pia Quintavalla, CHINA

Tra le copertine più belle d’Italia troviamo quelle delle edizioni Effigie ma un bel contenitore non basta: le edizioni si attestano infatti per una sempre attentissima cura nella scelta degli autori da pubblicare , senza contare la possente rivista “Il Primo Amore” (ma questo è un altro discorso e non vogliamo divagare). Tra i titoli davvero notevoli di Effigie nell’anno 2010, emerge la pluripremiata e riconosciuta poeta Maria Pia Quintavalla con il romanzo in versi “China”.
Riprendere la carriera della Quintavalla (non solo in poesia ma anche come organizzatrice e promotrice culturale) vuol dire risalire al 1984, con l’uscita della prima pubblicazione (“Cantare semplice”, edizioni Tam Tam Geiger – con una nota di Livia Candiani). Da quella data, l’autrice -parmense ma residente a Milano da tempo immemore- ha pubblicato tanto (ma dosato) e bene e non è un caso che molte delle sue pubblicazioni sono state firmate con note o prefazioni da autori di punta del panorama poetico: Maurizio Cucchi (per “Lettere giovani” nel 1990), Giancarlo Majorino (per “Le Moradas” nel 1996), Andrea Zanzotto (per Estranea canzone, nel 2000), Franco Loi (per “Album feriale” nel 2005) e sono sempre a firma eccellente le note critiche che si occupano della sua poesia: per citarne solo qualcuno, Nadia Campana, lo scomparso Alberto Cappi, Bianca Maria Frabotta, Giorgio Luzzi, Giancarlo Pontiggia, Antonio Porta (l’elenco sarebbe davvero molto più lungo).
“China”, segue per linea tematica quanto già affrontato con “Album feriale”: il tema della famiglia ma, riprendendo la quarta di copertina, «Chi è China? Il nome della protagonista, o di un continente lontano? Un segno della caduta, o dell’essere piegati: e tutti questi sensi destinati a diventare inchiostro, scrittura. Un romanzo breve, in versi, suonato come il fiato lo richiede, pronto alla fuga delle immagini e dei personaggi, pronto a intercettare quel volto, i suoi dialoghi, scavando indietro anche nella giovinezza di lei, narrata. Quel che è certo è che la protagonista e China sono diventate una cosa sola (come agli inizi), ma ora sono in due. Lei sa che ha amato China e China ha amato lei. Anche se con linguaggi diversi».
China è Gina, la madre della Quintavalla, che nel romanzo in versi affronta un memoriale familiare denso. Siamo lontani dalla narrazione storica del “Romanzo di Aldo” di Bellocchio (altro splendido titolo Effigie) anche se per certi punti coincidono: in “China” infatti è tutto vissuto “da dentro”: la protagonista non è una sola, China, appunto, ma la Quintavalla stessa che si rapporta con una personalità dura e forte della madre, le “comparse” familiari che contornano tempo e spazio. Se da un lato un ennesimo richiamo è il maestoso “La camera da letto” di Bertolucci (raccolta di poesia se vogliamo tracciata e scritta partendo dall’idea di scrivere un romanzo), per la Quintavalla le sei sezioni (più un prologo, in apertura) sono poesia che guidano verso il romanzo. Credo che la tagliente immediatezza di molti passaggi non avrebbe avuto la medesima pregnanza se la Quintavalla ne avesse scritto in prosa: l’aleggiare del non detto, il salto da un immagine descritta per tratteggi ad un parlato dato come uno schiaffo, la possibilità anche di una sincerità totale, non sarebbero state possibili altrimenti. Non è uno scritto intimista comunque quanto un ripercorrere parte di un secolo ed una storia che potrebbe appartenerci: la Quintavalla, proprio grazie ad un dettato ricco è lontana dal pericolo di caduta o retorica narrativa. Non c’è passaggio o sezione che non sia una porta spalancata alla comprensione e questo vale anche per l’autrice (o soprattutto per l’autrice), che con la propria storia fa i conti, sia essa il periodo nella causa materna che la partenza dell’autrice per Milano, il ritorno, la malattia, la morte anche.
“China”, infine, non porta alcuno scritto in prefazione: la raccolta si apre da subito con le poesie; nessuna altra voce se non quella della Quintavalla, di China, per un faccia a faccia violento, dolcissimo, un gesto reciproco teso al perdono, alla riconciliazione, al salvataggio del tesoro della memoria, alla preservazione del ricordo ma prima ancora della presenza, un album di fotografie color seppia dal duplice valore: scudo a difesa del cuore e uscio spalancato per l’accoglienza, che col cuore riconcilia.
La consegna del silenzio
giunse a proteggere le mie corde vocali,
il rito delle telefonate con la madre
fu interdetto proprio lì, la sera,
che era momento di massima effusione
volgendo noi, nomadi all'aperto.
Occorreva battessi per rispondere sì,
che tacessi per il no:
fu spoliazione estrema il pigolare lieve,
tu tu tu insisteva, sul telefono
regredendo me a cosina.
Nell'oscuro codice la madre
era garante dell'innocuità del gioco,
una distanza che si palesava,
le maniere infantili sull'orlo di intimarmi,
Piantala, questa commedia ci ha stancati,
ubbidisci, rispondi! Iniziarono i toni
dell'accusa quando non rispondevo,
subire quei monologhi feriti doveva farmi
un'impressione strana, di affetto ricusato,
per una volta io al comando,
tu in balia del gioco, il tono miagolante
minacciava asserendo, Lo sai,
una cosa sola pretendiamo, tu stia bene, parla.
Non vedevi, come fatto reale, la mia malattia;
il nastro della segreteria raccoglie il monologo
materno, ora lieve giocoso, ora insoluto,
com'era già fra noi, la relazione.
Fabiano Alborghetti

