Mariela Griffor, Il rumore della pioggia nel Michigan

Torino, Marco Valerio editore, collana manifatturatorinopoesia, 2010, pp. 190, Euro 15
poesia
imagesCAQIVCE9.jpg

I libri della manifatturatorinopoesia sono sempre una gioia, l’ho già scritto qui e altrove. Nel 2010 appare per la prima volta in Italia una selezione antologica della poeta cileno-americana Mariela Griffor, trasferitasi negli Stati Uniti (nel Michigan, appunto) dopo essere stata costretta a lasciare il Cile, terra natale. E’ Raul Zurita, Premio Nazionale Cileno di Letteratura che immediatamente traccia la strada per una lettura: “Leggere la poesia di Mariela Griffor è stata una rivelazione per me. E’ una delle più intense voci poetiche fra gli scrittori emergenti del Cile e del Latino America”.
Marila Griffor è scrittrice bilingue, una cosa rara tra gli scrittori lirici cileni: il connubio tra lirismo sudamericano e il robusto naturalismo della lirica nordamericana nutre la lingua della Griffor di nuove e più estese sfaccettature. Certo, l’eredità di Emily Dickinson, Wallace Stevens, Marianne Moore o Elizabeth Bishop ne ha “temperato” la scrittura, ma i parenti più prossimi sono i poeti cileni Jorge Teillier, Delia Dominguez, anche il primo Enrique Lin. Tutto utile, tutto imparato e tutto messo da parte in favore di una voce propria.
Leggendo “Il rumore della pioggia nel Michigan”,  varcando le soglie delle due sezioni che compongono il volume (“Esiliana” e “Casa”), ho avvertito come una sottotraccia inspiegabile: se da un lato molti dei testi sono indirizzati alla memoria di un Cile devastato dalla situazione politica che ha portato l’autrice a lasciare il proprio paese, il controcanto era dato da un amore disseminato in innumerevoli testi, un amore umano spesso vissuto postumo, dopo l’abbandono. La Griffor pare quasi smentire quello che afferma Maria Zambrano quando recita “L’esiliato (o esule) finisce per avere solo un orizzonte senza realtà, l’illimitato deserto, un oceano senza nessuna isola in vista, senza reale orientamento, punto d’arrivo o meta da raggiungere”. La Griffor –come bene annota Camilo Marks in postfazione, è “(…) donna non più parte di una piccola colonia di stranieri, ma membro di una vasta collettività di classi, colori, dialetti e modi di vita di genti molto diverse, a volte completamente isolate, in altre con l’incertezza/sconcerto dell’interrazialità e delle scene multiformi delle grandi città (…)”. La Griffor –infatti- non usa la parola esiliato bensì “espatriato” (nella poesia “Salvacondotto”). Quella parola spiega molto: è una parola fastidiosa (come ancora ci dice Camilo Marks), meno ambigua, e molto più dolorosa della parola “esiliato”. L’espatriato è libero, avendone i mezzi, di andare ovunque voglia in cerca di nuovi orizzonti.
Per la Griffor ogni desiderio ha la propria cartografia, ogni mappa i propri punti di partenza e di arrivo. Soprattutto, la Griffor è ben conscia degli orizzonti possibili, dei percorsi in attesa quanto di quelli persi. La memoria diviene un dolore che seppur lancinante spinge verso l’oltre; la presenza stessa della Griffor, in un altrove non raggiunto da quanti persi per eventi o morti per regime politico, è una sorta di riscatto da un lato e di ingiustizia sociale dall’altro. Il tempo dato, la nuova vita,  interroga Mariela Griffor incessantemente, come una interrogazione arriva anche dal ricordo: anche questo evento viene mantenuto vivo. E’ possibile vedere con più chiarezza avanti solo guardando “anche” a ritroso, in bilico tra amore, contrasto e paradosso. E lei cerca risposte possibili,  affrontando le minuzie di un quotidiano non come fatti irrilevanti, ma come atto del vedere anche perché quella visione sia giustizia, perché i suoi occhi stanno guardando ed apprendendo un futuro che per altri mai sarà. E’ un inno allo stare in piedi ed alla resistenza. Un canto delle cicatrici.
La Griffor ha vissuto una vita che sembra un racconto: nata in Cile, studia in Brasile, e poi è costretta al’esilio in Svezia dove arriva nel 1985. Nel 1998 si trasferisce negli Stati Uniti, dove tutt’ora vive, occupandosi di una casa editrice, co-fondando l’Istituto di Scrittura Creativa della Wayne University e divenendo console onorario del Cile a Detroit. La sua poesia è una collana di perle dove ogni perla è un incontro ed una voce. Lo è anche Mariela, forse non sapendolo.

La pioggia

Il rumore della pioggia nel Michigan
mi ricorda gli inverni aspri nel mio vecchio Paese:
i piedi freddi in scarpe vecchie,
il suono veloce dell'acqua che colpisce la terra,
l'odore di eucalipto nell'aria.
Chiudo gli occhi ed esprimo un desiderio:
Desidero di poter vedere, solo per un momento, i tuoi capelli
che danzano sul tuo volto
cercando di sfuggire al temporale.
Desidero di poter vedere ancora le tue mani in cerca
di un posto caldo, morbido come un rifugio nel mio corpo.
Desidero che la pioggia non smetta mai.
Apro gli occhi e so che sono qui
ad ascoltare senza di te.
L'orologio mi dice dalla sala da pranzo
che è passata mezzanotte,
la pioggia suona ancora nel giardino e
sulle strade di Detroit
lavando via disillusioni, cattivi pensieri,
pulendo le sirene delle macchine della polizia,
lavando a poco a poco la paura di
nuovi incontri e nuove verità violente.
Mi muovo silenziosamente tra le stanze della mia abitazione,
se faccio un errore
i bambini verranno da me al
galoppo e la mia storia con la pioggia
finirà.
L'orologio mi mostra ancora la sua mano
e la pioggia piove ancora.
Chiudo gli occhi ed esprimo un altro desiderio:
tu ed io seduti sulle rocce di
El Yeco, a tarda notte o al mattino
presto, sempre aspettando la luce,
aspettando le cose buone che la pioggia
ci riporterà. Tendi la mano e dici:
Guarda! Esprimi un desiderio. C'è un arcobaleno.
E in uno stesso istante noi intrecciamo le
mani e sogniamo sogni, tutt'e due allo stesso tempo,
così possiamo tenerlo segreto, e santo,
finché morte non ci separi.

Fabiano Alborghetti