Marinella Polidori, ALFABETO NEL SILENZIO

“Ed è ancora aprile e non fa caldo/ma s’è appaiato al bianco e giallo del selvatico/un rosso urbano di papaveri”. La felicità può consistere anche nel carpire questi flash di luce “dentro a mille consensi e all’agire da cadaveri”.
È attraversata da bagliori la poesia di Marinella Polidori, dalla volontà di ricerca di luce, nonostante tutto: “ho imparato a elidere il tuo nome dal dolore/e a mentire al sorriso dell’oblio”. Se le parole talvolta sono dure come sassi, per le contraddizioni e i tiri mancini della sorte, “padre mio…un otto gelido di marzo hai scelto per morire/ed io qui vivo”, sanno diventare parole “piene di silenzi e luce”, con occhi accesi d’eterno, “dall’arte illuminati”.
La parola poetica è scavata, data alla luce con una paziente arte maieutica, si fa essenziale ed unico segno a dare voce al magma interiore che cova emozioni a cui la parola comune potrebbe fare male. Alla parola qualsiasi non si possono affidare i nostri turbamenti più profondi, il nostro senso dell’esistere, perché non li saprebbe significare, li svuoterebbe di valore rendendoli qualunque. Invece alla parola poetica è concesso di rappresentarli, ma con rispetto, senza deflagrare né cercare toni epici: “continuerò, piuttosto, a seguire/ dolcemente la corrente che è sì profonda/ma increspa appena superficie a questo dire”.
La poesia della Polidori ha bisogno di immergersi nel presente, come una “Penelope un po’ rapper/che fatica ma resiste e che guarda il suo/presente”, è poesia dell’esistere delle cose e delle persone stesse, ognuno ricco di quotidiano e di vissuto.
Il poeta è elemento di congiunzione tra passato e futuro, “c’è un passato che ha nostalgia di antico”, ed il presente, il nuovo, si elabora e si apprezza grazie alle sicurezze affettive. C’è una ricerca diffusa di tenerezza e di tepore, “dovrei annotare il tepore e ogni/melodia che scende su di me la sera”, e ancora: “ne farò morbido velluto e in quel tessuto/s’appoggeranno tenerezze di congiunti/sorrisi altri e acerbi amanti”, e poi: “desidero una piccola parentesi, un nido/l’ascella materna…/una grotta, una concavità che mi accolga”.
La risposta a questo bisogno è l’estensione dell’amore, in un patto di solidarietà tra le donne, in un concetto di sorellanza d’amore in cui la parola poetica possa dare voce anche al silenzio di altre, alla complessità del mondo femminile. Il quotidiano incalza la donna fissa nel suo ruolo, non le dà tregua, la rapisce a se stessa e le fa invocare uno stop al tempo: “Chiedo tempo/almeno un po’ che devo togliermi via spine e cocci/ sotto l’unghia, dentro il cuore”.
Il tempo che invecchia in fretta, come scrive Tabucchi, attraversa queste liriche cariche di suggestioni, con il suo scorrere ineluttabile, come una carezza nera che lascia il segno sulla fronte. Non resta altro che adeguarsi, come morbide ragnatele che “s’arrendono gentili come può/chi sa accompagnarsi al tempo/senza bisogno d’un irritante ticchettio”.
Marisa Cecchetti


