Marisa Cecchetti, CANTIERI
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«Hanno tremato / le fondamenta / come se tsunami / si avvicinasse sordo, / voce profonda di trattore / ha molestato l’aria / e un rullo compressore ha sotterrato / nel verde su cui s’affaccia questa casa / pietre fossette e fili d’erba / il soffione il radicchio / la margherita / gialla dei campi / avanzando padrone / novello little boy alla vittoria. // Occhi senza parole hanno serrato / usci e finestre sul rullo compressore, / le mani sulle orecchie, / ognuno in cerca di rifugio / dentro il proprio bunker.» (Rullo, p.9.)
Pubblicato nel novembre del 2007, Cantieri di Marisa Cecchetti è sicuramente una delle raccolte più belle e interessanti di quest’ultima stagione (a conferma di ciò basti il recente riscontro all’ultima edizione del premio Alpi Apuane). Lo si capisce sin dalla prima poesia della Sessione I: una lucida e dolorosa cronaca (mi si passi il termine) di uno dei molti quotidiani tsunami edilizi che sconvolgono la tranquilla vita di tutti noi, costretti a rifugiarci nelle case-bunker che escludono il mondo all’esterno e ovattano la vita all’interno come se nulla ci riguardasse più.
Ciò che atterrisce non è il rumore della vita bensì il rumore del progresso anonimo ed è proprio questo che di componimento in componimento la Cecchetti cerca di interrogare: l’anonimato delle cose e delle persone. Quasi come un dio di una nuova genesi, il poeta vorrebbe dare dei nomi al ragazzino che a torso nudo lavora sul coperto di una casa in costruzione; ma non può farlo. Riesce però a nominare gli oggetti del lavoro nello stesso modo con il quale riesce a dare voce e corpo al dolore della natura che è costretta a cedere il passo a questo scempio (lo tsunami del testo d’apertura). Sia chiaro! Non è una bucolica. Non si aggredisce la città per proporre un rifugio nella natura lontana dalla modernità o quant’altro. Nulla di tutto ciò. Questa poesia è immersa nell’uomo in ogni sua manifestazione. Solo che con lucidità, declinando piccoli gesti, movimenti quotidiani del lavoro, talmente comuni ai nostri occhi da apparirci privi di ogni interesse e perciò scontati, Marisa Cecchetti ci mette innanzi la realtà (e poi c’è chi ancora dice che la poesia non racconta il quotidiano e non parla in modo chiaro e comprensibile).
La Sessione II conduce il lettore dentro la vita di una donna, dentro le sue relazioni, dentro i suoi sentimenti o la percezione d’essi. I versi scandagliano il vissuto e lo fanno riemergere privo di orpelli: «Ragazzo che raggiungi / leggero la mia porta, / mi sorprendi in cucina / un po’ aggrondato / di noia e di fatica, curvo / sull’ultimo problema, // mi affidi i tuoi pensieri / io cerco le risposte nel mio ieri, / tu mi porgi una chiave / per leggere / con occhi nuovi / l’oggi. / Il vino rosso / versato nei bicchieri / risplende sulla cena. // Complici, tu mi chiedi / di farmi bella ché gli amici / stupiscano a vederci, / sto al gioco / volentieri con te / quando arrivo sorretta dal tuo braccio. // Ti lasci preparare il letto / con due piumini / fino a primavera tarda / e il latte caldo la mattina / che tre volte ti chiamo / e busso tre volte alla tua porta / prima che mi risponda / un passo strascicato / verso il caffè / inghiottito senza occhiali. // Sogni.» (pp. 45-46). Si rimane sorpresi innanzi a tanta semplicità apparante. È una scelta linguistica e stilistica precisa questo dettato; i versi sono precisi nel ritmo che non mostra mai un cedimento sia che si tratti di folgoranti incipit legati a un endecasillabo («MI vedevi apparire in bicicletta», p. 69; «Se penso al nostro incontro vedo giallo», p. 78), sia che si tratti di aperture dettate da sequenze monosillabiche («Lui non lo sa», p. 68) più prossime alla prosa, o al monologo interiore.
È una raccolta unitaria e compatta, divisa in due parti solo per distinguere uno sguardo verso l’esterno (il cantiere di una nuova casa) da uno verso l’interno (il cantiere della propria casa-vita).
Fabio Michieli

