Massimo Maugeri, Viaggio all’alba del millennio
Undici racconti legati tra loro da personaggi che ricompaiono, magari solo di sfuggita, e con un racconto finale che chiude in modo circolare e fa da compendio con una serie di rimandi, definiscono una narrazione di piacevole lettura, varia nello stile, asciutta nel linguaggio, con soluzioni in cui il lettore è chiamato a interegire col narratore. I problemi del nostro tempo vi compaiono, insieme alle nevrosi che si sono sviluppate nell’esigenza di convivere con essi: “un uomo alto, dal fisico asciutto, sguardo sfuggente, carnagione olivastra, tratti mediorientali e una ventiquattrore”che salga su un aereo, fa pensare immediatamente al terrorista; il ragazzino che è stato lasciato crescere davanti alla TV da una madre “che non ha mai avuto tempo né voglia di stare con lui”, ha imparato dalla TV il modo di disfarsi freddamente della madre; bambini e adulti muoiono in mare sulle carrette della speranza: “il ragazzo era senza madre e senza radici. La mattina dopo non c’era più…Il giovane corpo era sparito, come un ricordo espulso dalla memoria”. C’è tutta la solitudine del nostro tempo in famiglie dove la comunicazione è assente e si cerca di colmare il vuoto col virtuale che diventa “ancora di salvataggio, …l’antidoto al veleno dell’esistenza”; oppure il modello fallito della famiglia di provenienza fa temere il matrimonio, che si affronta in uno stato di totale isteria. C’è la follia figlia della emarginazione sociale, della non cultura, della lotta per la sopravvivenza, della fiducia tradita, e la tragica incapacità di accettare ed elaborare una perdita, che porta a vivere in mezzo alle allucinazioni. Ci sono gli schianti dei giovani sulle moto:“E’ successo tutto all’improvviso. Correva come un pazzo, avete visto anche voi. Mi è salito addosso, proprio all’altezza della curva. Non ha nemmeno provato a frenare”. E le attese quasi surreali dei genitori di fronte al coma. Il razzismo che compare nel racconto Aclas, con la posizione di due interlocutori contro e pro lavavetri, nella difficoltà di inserimento ancora viva del meridionale che cerca lavoro al nord, si percepisce tuttavia diffuso: nell’individualismo, nel sospetto, nella paura che albergano ovunque. La disoccupazione trova le soluzioni più illegali e fantasiose: “Produce cd musicali e dvd…Li masterizza. In casa. Ha molti clienti. In pratica gira per scuole e uffici e fornisce materiale dietro richiesta”. La città, in questo caso del sud, finisce per raccogliere le più originali e pazze figure umane, lasciando tuttavia il dubbio sulla definizione di matto e di savio. Personaggi eccentrici, schizzati, si aggirano per le strade di questi racconti, ma non mancano angeli buoni pronti al soccorso, magari angeli neri a sfatare la paura, perché fondamentalmente “la paura è solo un vento dell’anima. Bisogna andargli incontro e affrontarla di taglio”. Quotidiana è la fatica di continuare la recita della vita, come “teatranti in festa con la morte nel cuore”, ben consapevoli, con le parole di Calvino, che “l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui”.
Marisa Cecchetti

