Matilde Gaggini Fontana, UN’ORA PER VOI, STORIE DI UNA TV SENZA FRONTIERE

Una popolarissima trasmissione televisiva in lingua italiana, creata per gli italiani, andata in onda per 25 anni che in Italia nessuno ha mai visto (o quasi): è la storia della rubrica settimanale Un’ora per voi, co-produzione RAI (Italia) e SSR (Società Svizzera di Radiotelevisione) che nasce nel 1964 e andrà in onda sino al 1989. La trasmissione è creata per i lavoratori italiani di stanza in Svizzera, viene “lavorata” negli studi RAI italiani e settimanalmente portata negli studi della SSR TSI (Televisione Svizzera Italiana) da dove verrà ritrasmessa su tutto il territorio elvetico. Volto e voce della trasmissione saranno la svizzera Mascia Cantoni e l’italiano Corrado.
E’ il primo progetto “transfrontaliero” ma non solo: è il primo progetto in terra svizzera creato appositamente per un pubblico non svizzero. E’infatti Un’ora per voi che più di altre cose, contribuirà a favorire la progressiva integrazione di centinaia di migliaia di immigrati, quegli uomini che hanno contribuito a creare quella che è la Svizzera contemporanea.
Per capire appieno la situazione dei lavoratori italiani in Svizzera, l’autrice –Matilde Gaggini Fontana – offre nel primo capitolo (Immigrazione in Svizzera e televisione in Italia) un chiaro e ampiamente documentato panorama di cosa e quanto è occorso dalle prime immigrazione italiane degli anni ’50 (principalmente di lavoratori del Nord-Est) arrivando a quelle a cavallo degli anni ’60 e ’70, maestranze per la maggior parte provenienti dall’Italia del Sud che non avevano potuto approfittare del boom economico tutto italiano che spingeva masse di uomini senza lavoro a trasferire nel Nord (Piemonte, Lombardia e Veneto) in cerca di miglior futuro. Terra di opportunità sarà anche la Svizzera e se l’opportunità per molti ha trovato forma, non così è stato il sentimento di accoglienza. Ripetuti negli anni infatti, saranno i movimenti xenofobi per ostacolare l’arrivo di nuove braccia ed in taluni casi, anche, di rispedire al mittente quelle presenti sul territorio cercando di abbassare una densità demografica dello “straniero” da molti ritenuta un pericolo per la preservazione non solo della terra svizzera, ma anche della cultura stessa, spesso influenzata dalle abitudini “degli ospiti”. Tra la fine del secondo conflitto mondiale e gli anni ’70, Italia ha esportato quasi 7 milioni di lavoratori e la Svizzera ne “accolse” numeri sempre più alti tanto che nel 1961 si toccò il picco del 71.5%: su 542 mila lavoratori stranieri presenti in terra elvetica, circa 392 mila erano italiani.
La Confederazione Svizzera è ad una scelta delicata oltre che davanti ad una scelta cruciale: permettere o meno il ricongiungimento familiare? Aumentare il numero di stranieri italiani presenti sul territorio ? La Svizzera non poteva offrire tout-court servizi ed alloggi in una proporzione tale da evitare ulteriori e più profonde tensioni con la popolazione indigena. L’altro lato della medaglia era però rappresentato da una evidenza: l’eventuale processo di assimilazione e integrazione nell’ordinamento elvetico dello straniero sarebbe stata più facile per nuclei familiari che non per singoli individui. E sempre in agguato è il rifiuto dello straniero. La Confederazione è quindi stretta tra gli imperativi dell’integrazione ed i focolai xenofobi dati dalla sovrappopolazione appunto straniera. Ogni singolo passo deve essere gestito con la massima cura ed attenzione. Per accogliere nuovi stranieri occorre che l’economia giri. Inizia cosi una fase di lavoro rivolta alle due entità umane: italiani da una parte e svizzeri dall’altra, ma un lavoro tale da renderli un insieme. Come fare?
Dei molti punti (che rimandiamo alla lettura del libro) quello che qui ci interessa è quello dato dall’informazione: è lo strumento, forse l’unico davvero, capace di favorire una conoscenza reciproca fra svizzeri e stranieri. Nella popolazione indigena si doveva inculcare il senso di positiva ospitalità verso i lavoratori stranieri produttori di ricchezza, mentre la popolazione straniera doveva essere accolta ed educata alla civile convivenza elvetica. Tra i tanti partner sociali coinvolti (Chiesa, centri sportivi, autorità, associazioni di appoggio, scuole, associazioni culturali e quant’altro) il comune denominatore è la comunicazione di massa data dalla televisione, che (sondaggi alla mano fatti da una parte e dall’altra) danno come mezzo di informazione egualmente gradito e spesso nelle medesime fasce orarie.
Un capitolo straordinariamente interessante è il secondo (Coproduzione internazionale): cosa accade in Tv in Italia e cosa in Svizzera? Quali le differenze, quali le programmazioni, quali i target? Chi decide cosa e come è il rapporto tra Tv nazionale ed estero? Come quindi procedere – e quali le fasi di lavorazione- per arrivare a creare un format, una trasmissione che sostituisse la programmazione sino a quel momento avvenuta solo via radio?
Un’ora per voi venne trasmessa per la prima volta nel 1964. Immediatamente fu un successo, un successo senza eguali tanto che il Natale dello stesso anno e dopo solo 24 puntate, la rubrica collegò visivamente Roma e Zurigo. L’occasione degli auguri di Natale fu occasione per organizzare una seconda “première” europea della trasmissione. Fu anche l’univa volta che la trasmissione italo-svizzera venne trasmessa anche dalla RAI sul Programma nazionale, il Sabato 26 dicembre alle ore 16.40.
Ruolo importante e che dichiaratamente fece di Un’ora per voi un successo, fu la presenza di Corrado. Se dapprima era previsto che fosse poco più che un presentatore statico, una sorta di collegamento tra uno sketch e un numero musicale, di fatto divenne immediatamente il protagonista. Medesimo destino per Mascia Cantoni, il volto svizzero della trasmissione, tanto che in breve tempo divenne la perfetta controparte di Corrado, arrivando poi a curare anche rubriche proprie, (come la Posta da Lugano). E molti furono i collegamenti live che la coppia condusse entrando in officine, fabbriche, teatri gremiti di immigrati.
Fu anche a grazie a questa trasmissione se in tempi correnti si è avuta una programmazione in lingua italiana all’interno dei palinsesti elvetici. Il come, perché (molto è ancora da dire) lo si rimanda alla lettura del libro che in calce offre anche una bibliografia (ed una ulteriore sezione di notizie biografiche) a dire poco sorprendenti.
Matilde Gaggini Fontana ha scritto un’opera che va ben oltre il merito dato da uno scritto efficace: la Gaggini riporta in vita una memoria e tutte quelle azioni che hanno cambiato la Svizzera radicalmente e per sempre.
Fabiano Alborghetti


