Mauro Germani, LIVORNO

L'arcolaio, 2008, pp. 76, € 11,50
poesia
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Livorno è la quarta e nuova raccolta di poesie di Mauro Germani. È una prova matura e solida che muove i propri passi là dove l'autore ha davvero mosso i propri primi passi: Livorno è perciò luogo d'infanzia mitopoietico e punto di partenza; punto del necessario distacco: crogiolo dei sentimenti più vari. Livorno è città materna che tesse in Germani apparentemente le stesse trame tessute per Caproni. Differente, ma è dichiarare l'ovvio, il dettato e il contesto.

Mauro Germani ha costruito un libro compatto, fitto di riprese e anafore; equilibrato nel suo distribuirsi tra poesie in versi (le sezioni Livorno, Nel cerchio, Un Dio di niente e L'aperto) e brevi poesie in prosa (le sezioni Come un destino e Una voce persa).
Livorno come libro e come prima sezione della raccolta segna l'età del disincanto, doloroso: è la fine del mito bambino e la presa di coscienza che non c'è destino per l'uomo che sa che la parola poetica è e sarà «una parola sempre sconfitta, sempre perduta» (p. 37), come del resto apertamente dichiarato già all'inizio: «La morte era nei Fossi / e quel futuro / quella parola nera / caduta per poco... // Restavano in silenzio gli anni / le cupole alte della notte / e le ceneri, gli avvisi / del tempo. // Restava così / la novella del mare / Livorno ed ogni voce / il mio pianto / in fondo al tuo nome» (p. 13).
L'io si riflette, o si ritrova, nei gesti della gente e nelle cose, nei luoghi, negli edifici della città; si riflette nella presenza umana perché la Livorno descritta non è città d'altri tempi bensì città eternata nella memoria che vive e si aggiorna costantemente («Visi come bestemmie / anni di buio / tempeste. // E dentro tutti un porto, / anime sporche calate in mare / come luci naufragate o vento / che nega le altezze [...] memoria di nessuno [...] parole di sale, parole mai ascoltate [...] patria amata e maledetta...», p. 14).
Questa città per Germani è il riflesso dell'anima propria che ha trovato nella poesia la forza della descrizione e non solo della rievocazione (insomma, non si vive nel passato perché nulla è concesso alla nostalgia). È la poesia di Germani la manifestazione della piena fiducia data alla parola, anche quando sembra vacillare: «È nel cerchio la voce / nel cerchio il tuo passo. // E lo sguardo non sa, / la parola nemmeno, / dentro la notte scende, / che pensa il tuo nome. // È nel buio la scelta, / un foglio appena segnato. // Nel cerchio la vita» (p. 43).
È però, come informa Sebastiano Aglieco nella prefazione, una parola proclamata «nella misura del distacco, dello sguardo veggente che ha visto tutto; non che preannuncia» (pp. 7-8). È una parola che pronuncia a chiare lettere che è tempo di «imparare a vivere nell'assenza con lo sguardo lucido e disilluso e la consapevolezza di essere “un diario mai scritto, ma voce persa, il gelo solitario e spaventato» (ibidem).
Si è posti così di fronte a una ferma consapevolezza della propria funzione di poeta in questa quotidianità disincantata: nessuna evocazione; nessuna illusione che la poesia comunichi chissà quale verità rivelata. La poesia descrive il moto del pensiero, «Poiché tutto finirà / o forse / tornerà una parola / una soltanto / nell'ultima voce» (p. 63).

Fabio Michieli