Memoria del kibbutz

di Alessandro Agostinelli

Girando lo sguardo verso il Medio Oriente c’è Israele. Lì ce ne sono ancora 270 di comunità collettive, si chiamano kibbutz e la loro ispirazione ideale è il socialismo.
Nel giorno della memoria, che celebra le vittime dello sterminio nazifascista in Europa, quando Hitler e Mussolini con le leggi razziali cominciarono a “togliere di mezzo” ebrei, gitani, omosessuali e altre minoranze considerate superflue o antisociali, raccontare le storie di un’altra memoria, più positiva e vitale potrebbe essere un esercizio di speranza. Le storie delle persone che vivono oggi nei kibbutz sembra fare i conti non solo col nostro terribile passato dei regimi totalitari, ma pone anche un dubbio su cosa sia meglio per l’avvenire. L’ispirazione è venuta a due viaggiatori che, nel corso dell’ultimo decennio, hanno attraversato in lungo e in largo Israele, con la curiosità di chi intravvede in quel luogo le più stringenti contraddizioni contemporanee. Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi si sono presi la briga di fare una specie di kibbutz-tour, da nord a sud, da Sasa e Yron al confine col Libano, a Samar nel deserto del Negev. E l’hanno raccontato nel libro Kibbutz 3000 (Edizioni ETS) con le immagini della fotografa israeliana Nili Bassan.
Il primo kibbutz nacque nel 1910, sulle sponde del lago di Tiberiade, era un’aggregazione sionista e socialista in Terra Santa. Fu fondato da un gruppo di ebrei europei che vollero costruire un sistema sociale basato sul collettivismo e la comunione dei beni. Da qui cominciò un nuovo modo di vivere la terra promessa. Era la prova tangibile della possibile realizzazione di un’utopia. La spinta creativa era ideologica e si basava sull’uguaglianza dei suoi aderenti, sul lavoro obbligatoriamente collettivo per cui in cambio si potevano ricevere solo i frutti del lavoro altrui. Niente denaro quindi, ma il baratto. Prima della Rivoluzione di Ottobre e della nascita dell’Unione Sovietica, il socialismo trovava la sua applicazione in un contesto borghese, agricolo e arabo. Tutto l’opposto della predizione di Marx, secondo cui la rivoluzione avrebbe attecchito tra i proletari, in una realtà urbana e industrializzata europea. Da quel primo insediamento collettivo nacquero molti altri kibbutz in un pezzo del territorio palestinese che soltanto nel 1948 prenderà il nome di Stato di Israele. Si fatica a crederlo oggi, ma al tempo Israele nasceva come insediamento di comunità socialiste.
Nel 1963, visitando alcuni kibbutz, Pier Paolo Pasolini scriveva: “La cosa più impressionante venendo in Israele sono i kibbutz”. Come altri intellettuali europei, ma anche operai, politici e contestatari, Pasolini era rimasto affascinato da un’organizzazione sociale così dinamica e interconnessa. E molte esperienze che attualmente viviamo come forme di difesa territoriale, alimentare e unitaria vengono da lì: sono i nostri esperimenti sociali dei GAS (gruppi di acquisto solidale), del co-housing e perfino del car-sharing. Ne è passato di tempo sotto il cielo mediorientale, ma i kibbutz sopravvivono, nonostante le critiche. Nel 1997 un periodico delle comunità ortodosse ebraiche li bollava così: “La via corretta è spazzar via l’ultima memoria di questo accidente nella storia del popolo ebraico”. Non proprio un giudizio accondiscendente…
Eppure i kibbutz visitati da Catassi e De Girolamo non sono riserve del passato, ma sono al passo coi tempi e i kibbutznik (i membri della comunità) dichiarano che “non è scritto da nessuna parte che un socialista debba morire di fame”. Il loro salario individuale è compreso tra 180 e 600 euro. Non possiedono auto personali, non pagano affitto, luce e gas. Hanno accesso libero e gratuito alle cure sanitarie e all’istruzione, anche quella universitaria, fanno colazione e pranzo in una mensa comune, usano una sola lavanderia, indossano abiti simili tra loro e fanno la raccolta differenziata. Usano quindi un’economia collettiva dove la cassa comune serve a mandare avanti le necessità e i costi dell’intera comunità. La mattina, quando si svegliano aprono la finestra e dicono: “Non ho bisogno di altro che quello che ricevo dal kibbutz”.
L’originalità dell’inchiesta di Catassi e De Girolamo sta nella relazione che hanno posto fin da subito tra il kibbutz e l’attuale società italiana e occidentale. Infatti scrivono: “La riflessione che proponiamo parte dall’Italia, dagli effetti della crisi economica che colpisce le fasce più deboli, dal bene collettivo percepito unicamente come costo e danno collaterale della democrazia, dai tagli indiscriminati ai servizi al cittadino. Insomma, ci siamo chiesti se rivolgendo lo sguardo verso chi vive nei kibbutz, potessimo trovare qualche spunto nuovo, diverso, aggiornabile anche per noi”.

[Giornata della Memoria]