Miha Mazzini, IL GIRADISCHI DI TITO

Fazi, Roma (2008), Euro 16,00
narrativa
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Michele Obit, eccellente traduttore di questo libro di Miha Mazzini, mi dice che il titolo non corrisponde all’originale sloveno, ma è piuttosto stato scelto per motivi commerciali. Ecco, comincio le mie righe con l’unica critica che mi sento di muovere a questo libro, che per tutto il resto si rivela una piacevole sorpresa. Fluente e facile da leggere, il racconto narra la storia di Egon, ragazzino che vive in una tipica cittadina industriale della (oggi ex) Jugoslavia nel corso degli anni Settanta.
 
Egon, chiuso ed introverso ma a suo modo coraggioso, si trova a dover sopportare su di sé una moltitudine di pesi di cui non è responsabile: una situazione familiare a dir poco precaria e conflittuale nel rapporto con la madre e la nonna, un difficile inserimento nella comunità scolastica, e sullo sfondo la realtà dura, spesso durissima, del vivere il tempo del regime comunista. Preso in tutto questo, Egon desidera possedere un giradischi per ascoltare musica occidentale, quella musica di difficile reperibilità che però le persone che egli elegge di volta in volta a modello sono in grado di fargli sentire.
La storia si dipana seguendo il filo di una scrittura quasi cinematografica (non a caso, dal momento che Mazzini è sceneggiatore di successo) costruita su un tessuto di episodi in successione che evidenziano continui cambi di umore e di atmosfera. Si passa dunque da quelli cupi e claustrofobici in cui sembra davvero che non ci siano possibilità per Egon, preso in mezzo tra una nonna che parla con gli spiriti ed una madre sopraffatta dallo spersonalizzante lavoro in fabbrica, ad altri in cui la sua preadolescenza si apre alle esperienze con i suoi pochi amici, come il furto di un motorino, il turbamento per la scoperta di un innamoramento e della sessualità, la prima conoscenza delle droghe, o il viaggio fino all’Italia per l’acquisto di un vinile che egli non può ancora ascoltare.
La grande capacità di Miha Mazzini consiste nell’unire una naturalezza estrema della scrittura ad una profondità trasversale nell’analisi. In questo modo il libro si sviluppa su due binari paralleli, compenetrati ed ugualmente potenti: da un lato il tratteggio di quella che poteva essere la vita quotidiana nella Jugoslavia di trent’anni fa, un paese non allineato, vicinissimo all’Occidente ed al tempo stesso  comunista per necessità di sopravvivenza, e dall’altro la strana crescita di Egon, che tra tutte queste oggettive difficoltà riesce in qualche modo a costruirsi una personalità consapevole, anche se non priva di contraddizioni. Rimane alla fine un sorriso nonostante, nonostante le perdite, nonostante la povertà economica e culturale, nonostante la solitudine di Egon, nonostante tutto questo “un uomo con il giradischi non può avere paura del futuro.”

Francesco Tomada