Milena Agus, ALI DI BABBO

Se Italo Calvino nelle Lezioni americane ha indicato la leggerezza come uno degli elementi della letteratura da traghettare nel nuovo millennio, certamente la sa usare Milena Agus, genovese che vive e insegna a Cagliari, scrittrice già rivelata alla criticada Mal di pietre. Nel suo romanzo Ali di babbo torna il fascino della Sardegna, ma la selvaggia vegetazione mediterranea, la luce, i profumi e il rumore del mare, raccontano anche bellezza della sua terra d’origine. La speculazione edilizia e nuove infrastrutture a scopo turistico, offrendo da un lato migliori prospettive economiche, dall’altro contengono la fine della bellezza.
Ne è consapevole madame, una signora di mezz’età che non vuol vendere la sua proprietà che scende fino al mare, ostacolando anche gli interessi di altri, e si ostina a tirare avanti con una modesta pensione di difficile accesso e di modesta clientela. Lo ammette anche il nonno, filosofo in pensione, tornato a vivere in campagna a capo di una famiglia di femmine dopo un tracollo familiare, con la vendita della sua terra condizionata da quella di madame. Uomo di poche parole e di profondo sentire, punto di riferimento, occhio vigile e mente ampia come il cuore. Lei è uno spirito libero, controcorrente, non chiede nulla per sé e si dà generosamente agli altri, anche al primo e al secondo amante, e contemporaneamente al ferito, con l’istintualità di una bestiolina non ancora educata all’amore, con assoluta assenza di giudizio sulle azioni degli altri. Le fa da contrappasso una famiglia di vicini, nove figli e regole ferree, verità assoluta sempre a portata di mano, rinforzata dalla presenza di una nonna guardona a puritana, che non risparmia giudizi velenosi. Nella famiglia patriarcale del nonno c’è spazio anche per una figlia studiosa di Leibniz, in continuo movimento tra Sardegna a Palestina, a interrogarsi sulla natura dell’uomo e sul migliore mondo possibile. Il microcosmo creato dalla Agus è popolato da tante figure leggere, tutte fortemente caratterizzate da un comportamento o da un’anomalia, figure di cui solo poche hanno un nome proprio, fatta eccezione per due vecchi cavalli, la nonna Elena che è morta di pianto, Pietrino, il figlio minore dei vicini che si dondola sempre da solo, figura tra autismo e magia. E pochi altri. Il microcosmo non sfugge ai problemi di oggi: ci passano fidanzati arabi e israeliani su opposti fronti per la soluzione dei problemi del Medio Oriente, la migrazione dei popoli e il problema del terzo mondo, con una perfetta soluzione interculturale che vede un senegalese insegnare il francese a donne italiane; c’è la precarietà del lavoro che attanaglia i giovani, l’insidia del consumismo e la ricerca di una qualità migliore di vita nel rispetto dell’ambiente. Ma fondamentalmente c’è la solitudine dell’individuo perso in una società che ha dimenticato il valore e l’etica dei sentimenti e dei rapporti umani, divenuti anch’essi oggetto di consumo. Ciò che contribuisce a fissare la storia in una cornice magica, da fiaba, è il punto di vista: tutto passa attraverso lo sguardo di un’adolescente a cui non sfugge nulla, quasi fosse panisticamente dispersa negli elementi naturali, nemmeno le situazioni più scabrose e vietate ai minori, ragazzina che ricorda straordinariamente Pin de I sentieri dei nidi di ragno calviniani. La realtà, definita con crudo realismo ma senza malizia e senza giudizio etico, appare quasi deformata e tragicamente comica. Del resto la persona vera, l’uomo del futuro, quello che sa vedere oltre l’apparenza delle cose, non omologato, è merce rara e stupisce sempre, perché ha la pulizia dello sguardo infantile con l’immediata capacità di sintesi critica. Ma questo modo di essere relega spesso tra i diversi, tra quelli considerati un po’ pazzi, motivo ricorrente nella produzione della scrittrice, già fissato nella splendida figura della nonna di Mal di pietre. Microcosmo non immobile, che non si può sottrarre alle incursioni del mondo che preme intorno, a cui l’autrice offre possibilità inattese di crescita e cambiamento, là dove la spinta è l’amore e il sano equilibrio. Lettura che solleva lo spirito, come le magiche ali di babbo hanno sollevato la ragazzina nei momenti difficili, fondamentalmente questo della Agus è un romanzo sul bisogno d’amore e sulla ricerca della felicità possibile sulla Terra, nella consapevolezza di quanto sia difficile raggiungerla e soprattutto nella convinzione che “senza la magia la vita è soltanto un grande spavento”. Spaventa anche la felicità quando non vi si è abituati. Così non tutto trova la soluzione nell’amore, perché la vita non scorre come nelle fiabe, talvolta le occasioni vanno perdute, altre volte si rimane a lottare con i nostri conflitti interiori. Il tutto è narrato con un linguaggio che affianca il realismo duro alla ripetizione musicale, ai contrasti degli ossimori più raffinati che contengono una vena di delicato umorismo.
Se Italo Calvino nelle Lezioni americane ha indicato la leggerezza come uno degli elementi della letteratura da traghettare nel nuovo millennio, certamente la sa usare Milena Agus, genovese che vive e insegna a Cagliari, scrittrice già rivelata alla criticada Mal di pietre. Nel suo romanzo Ali di babbo torna il fascino della Sardegna, ma la selvaggia vegetazione mediterranea, la luce, i profumi e il rumore del mare, raccontano anche bellezza della sua terra d’origine. La speculazione edilizia e nuove infrastrutture a scopo turistico, offrendo da un lato migliori prospettive economiche, dall’altro contengono la fine della bellezza. Ne è consapevole madame, una signora di mezz’età che non vuol vendere la sua proprietà che scende fino al mare, ostacolando anche gli interessi di altri, e si ostina a tirare avanti con una modesta pensione di difficile accesso e di modesta clientela. Lo ammette anche il nonno, filosofo in pensione, tornato a vivere in campagna a capo di una famiglia di femmine dopo un tracollo familiare, con la vendita della sua terra condizionata da quella di madame. Uomo di poche parole e di profondo sentire, punto di riferimento, occhio vigile e mente ampia come il cuore. Lei è uno spirito libero, controcorrente, non chiede nulla per sé e si dà generosamente agli altri, anche al primo e al secondo amante, e contemporaneamente al ferito, con l’istintualità di una bestiolina non ancora educata all’amore, con assoluta assenza di giudizio sulle azioni degli altri. Le fa da contrappasso una famiglia di vicini, nove figli e regole ferree, verità assoluta sempre a portata di mano, rinforzata dalla presenza di una nonna guardona a puritana, che non risparmia giudizi velenosi. Nella famiglia patriarcale del nonno c’è spazio anche per una figlia studiosa di Leibniz, in continuo movimento tra Sardegna a Palestina, a interrogarsi sulla natura dell’uomo e sul migliore mondo possibile. Il microcosmo creato dalla Agus è popolato da tante figure leggere, tutte fortemente caratterizzate da un comportamento o da un’anomalia, figure di cui solo poche hanno un nome proprio, fatta eccezione per due vecchi cavalli, la nonna Elena che è morta di pianto, Pietrino, il figlio minore dei vicini che si dondola sempre da solo, figura tra autismo e magia. E pochi altri. Il microcosmo non sfugge ai problemi di oggi: ci passano fidanzati arabi e israeliani su opposti fronti per la soluzione dei problemi del Medio Oriente, la migrazione dei popoli e il problema del terzo mondo, con una perfetta soluzione interculturale che vede un senegalese insegnare il francese a donne italiane; c’è la precarietà del lavoro che attanaglia i giovani, l’insidia del consumismo e la ricerca di una qualità migliore di vita nel rispetto dell’ambiente. Ma fondamentalmente c’è la solitudine dell’individuo perso in una società che ha dimenticato il valore e l’etica dei sentimenti e dei rapporti umani, divenuti anch’essi oggetto di consumo. Ciò che contribuisce a fissare la storia in una cornice magica, da fiaba, è il punto di vista: tutto passa attraverso lo sguardo di un’adolescente a cui non sfugge nulla, quasi fosse panisticamente dispersa negli elementi naturali, nemmeno le situazioni più scabrose e vietate ai minori, ragazzina che ricorda straordinariamente Pin de I sentieri dei nidi di ragno calviniani. La realtà, definita con crudo realismo ma senza malizia e senza giudizio etico, appare quasi deformata e tragicamente comica. Del resto la persona vera, l’uomo del futuro, quello che sa vedere oltre l’apparenza delle cose, non omologato, è merce rara e stupisce sempre, perché ha la pulizia dello sguardo infantile con l’immediata capacità di sintesi critica. Ma questo modo di essere relega spesso tra i diversi, tra quelli considerati un po’ pazzi, motivo ricorrente nella produzione della scrittrice, già fissato nella splendida figura della nonna di Mal di pietre. Microcosmo non immobile, che non si può sottrarre alle incursioni del mondo che preme intorno, a cui l’autrice offre possibilità inattese di crescita e cambiamento, là dove la spinta è l’amore e il sano equilibrio. Lettura che solleva lo spirito, come le magiche ali di babbo hanno sollevato la ragazzina nei momenti difficili, fondamentalmente questo della Agus è un romanzo sul bisogno d’amore e sulla ricerca della felicità possibile sulla Terra, nella consapevolezza di quanto sia difficile raggiungerla e soprattutto nella convinzione che “senza la magia la vita è soltanto un grande spavento”. Spaventa anche la felicità quando non vi si è abituati. Così non tutto trova la soluzione nell’amore, perché la vita non scorre come nelle fiabe, talvolta le occasioni vanno perdute, altre volte si rimane a lottare con i nostri conflitti interiori. Il tutto è narrato con un linguaggio che affianca il realismo duro alla ripetizione musicale, ai contrasti degli ossimori più raffinati che contengono una vena di delicato umorismo.
Marisa Cecchetti

