Mitbestimmung

di Marco Giaconi

La proposta del ministro Tremonti sulla compartecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese ha fatto, giustamente, scalpore. In punta di diritto, lo strumento in Italia esiste già, sarebbero le azioni senza diritto di voto, le famigerate stock options  con le quali si sono ingrassati, in previsione delle manette, i managers di Wall Street. Viene in mente, più che il Canto XLV di Ezra Pound sull’usura (peccato contro natura/il tuo pane sarà straccio vieto/arido come carta) una pratica che è l’essenza del mondo contemporaneo, l’immagine infera sulle manette della mente di William Blake. Se si vuole il “paradiso in terra”, arriva subito l’inferno, l’opera del “signore di questo mondo” che aveva chiesto a Cristo, nel deserto, di “trasformare queste pietre in pane”. La percezione dell’occulto vale più di mille masturbazioni borsistiche.
Ma ora passiamo ai calcoli, le mind’s manacles. O si conferisce ai lavoratori un premio di produttività che si può misurare sulla produttività del lavoro o sugli utili dell’impresa oppure si cede una quota dell’utile di impresa. La produttività del lavoro si calcola, detto per inciso, valutando l’aumento del prodotto utilizzando una unità aggiuntiva di lavoro, lasciando invariati tutti gli altri fattori. L’utile è una eccedenza dei ricavi di esercizio sui costi dell’ esercizio.
Nella Germania federale, patria della “compartecipazione” il sistema di collaborazione dei lavoratori agli utili e alle decisioni della dirigenza imprenditoriale nasce nell’Ottocento, viene introdotto negli anni ’20, cessa definitivamente con il nazismo, e viene riesumato per legge nel secondo dopoguerra, come una sorta di sostituto per il divieto alla ricostituzione del partito comunista nella Germania dell’Ovest.
Il cancelliere Gerhard Schroeder, nel 2001, ha imposto la mitbestimmung  anche alle aziende con almeno 200 dipendenti. Ma la cosa non funzionava già prima. Le imprese, per rimanere sul mercato, hanno bisogno di una piena libertà di azione su tutti i fattori di produzione, e quindi anche sulla forza-lavoro. E vedremo come questa particolarità interessa la struttura delle Piccole e medie aziende italiane.
In Germania, con meno di 10mila dipendenti, nelle imprese c’è un “consiglio di sorveglianza” composto da 12 membri, sei in rappresentanza dei “capitalisti” e gli altri su delega dei lavoratori, tra i quali due sindacalisti. Oltre i 10 mila e fino al 20mila, il “consiglio” è formato da 16 membri, sempre otto capitalisti e otto lavoratori, con i soliti due carabinieri-sindacalisti.
Oltre i 20mila, il “Consiglio” è di 20 membri, sempre equamente divisi tra capitale e lavoro e sempre con la partecipazione di ben tre sindacalisti.
In Italia, le imprese sotto i 20 dipendenti danno lavoro al 98% degli occupati. Le Medie e Grandi Imprese (sopra i 250 addetti) danno lavoro a 2.440.000 cittadini, ovvero all’11% del totale degli occupati, con un calo, rispetto all’anno scorso, di 114.000 unità.
L’ambiente sociale è adatto, tutti si conoscono, nelle piccolissime imprese italiane che la grande marea della crisi ha finora salvato. Già, ma l’usura, ovvero le banche, per tornare alle illuminazioni di Ezra Pound?
Fino al 2008, ultimo anno per il quale abbiamo dati precisi, l’indebitamento delle imprese italiane ammonta a 916,3 miliardi di Euro.L’importo medio dei debiti per azienda, che è salito negli ultimicinque anni del 51%, arriva a 175.855 Euro.
Pochi per le multinazionali esperte in paradisi fiscali lussemburghesi e snobismi postsavoiardi, moltissimi per le piccolissime imprese che le banche snobbano come importuni. Salvo sostituirsi spesso alla finanza illegale. La prima provincia per esposizione debitoria delle aziende è Milano, dove l’indebitamento medio ha raggiunto 419.465 Euro. Segue Roma con circa 389.000 Euro, Brescia, poi Parma, Bergamo, Vicenza con 271.000 Euro di esposizione media per azienda. Il famoso Nord Est, con una marea debitoria che le banche, che non capiscono una mazza nella   produzione di ricchezza (loro sono ancora alle pietre che si trasformano in pane) non tarderanno a richiedere.
Il problema è che le banche, oggi, hanno una forte liquidità, che si è aggiunta ai sostegni concessi dai governi dopo la crisi del settembre 2008, ma non hanno un plafondi di clientela “bancabile” alla quale concedere prestiti o rinnovare il credito.
Il CENSIS sostiene che le imprese italiane “ben piazzate”, tra tutte quelle attive, siano solo 400, e forse la cifra è ancora ottimistica.
A Milano sono solo 200 le società quotate in Borsa, una cifra che fa sorridere. Il che implica che i bilanci e l’accesso al credito per le altre siano o splendidi, ma ci crediamo poco, o familiari, oppure legati a linee di finanziamento poco trasparenti.
Un terzo delle PMI italiane ha debiti superiori al patrimonio netto. Che è il patrimonio di proprietà dell’impresa e raccoglie le fonti di finanziamento interne.
Stranamente, dicono gli analisti della McKinsey che hanno studiato il fenomeno, la regione più esposta è la Val d’Aosta, e il Friuli non sta meglio. La regione più virtuosa, da questo punto di vista, è il Lazio.
La spirale pericolosa è quella del nesso tra PMI e grandi aziende, dove le prime sono sostanzialmente fornitrici delle prime. Una torsione sulla “lunghezza” dei pagamenti, che peraltro non tange le solite banche, che non hanno esperienza di sconto serio sulle fatture, e non si fidano mai di nessuno, salvo che del solito furbetto del quartierino che acquisisce credito passando mazzette ai direttori di filiale, e poi si ritrova a Regina Coeli, “er mejo posto de Roma”, secondo la sana tradizione popolare locale.
E qui siamo arrivati al punto: il sindacato, asse della “compartecipazione”, è forte nelle grandi imprese, ed è interessato, come è prevedibile, alla stabilità del posto di lavoro e alla corrispondente fissità del potere di acquisto dei salari.
È quindi immaginabile che, in fase di cogestione, si inneschi una lotta tra “piccoli” e “grandi”, nella quale le grandi aziende, sostenute dai sindacati operai, tendono a scaricare (e già lo fanno spesso) i costi sulle piccole e medie, che non hanno rapporti con la bancocrazia italiana (siamo sempre al canto XLV di Pound) e non si possono permettere di fare pagamenti troppo “lunghi”.
Stante la situazione, la cogestione può quindi essere una condivisione dei debiti, un allungamento dei tempi di pagamento della quota fissa e variabile dei salari nelle PMI, con l’assicurazione della stabilità del posto di lavoro, o una vera e propria vendita di quote sociali prima di fare il “botto” e ritrovarsi, con la solita ballerina moldava, sulla spiaggia di Ipanema, ma i padroncini sono spesso rozzi, e non conoscono il canto sublime musicato da Antonio Carlos Yobim.
Una soluzione: invece di concedere i Tremonti Bonds alla bancocrazia perché non istituire, magari presso gli sportelli delle banche afferenti alle Fondazioni che controllano il 30% della Cassa Depositi e Prestiti, oltre gli 8 miliardi di Euro che il ministro Tremonti ha già messo a disposizione, tramite la Cassa, alle Piccole e Medie Imprese? E se si pensasse a un circuito di gestione della “carta commerciale” emessa e verificata dalle PMI? L’importante è salvare il 98% dei lavoratori dipendenti del settore privato dalla disoccupazione, non garantire il salvataggio di alcune banche nazionali troppo generose con gli amici e ignave con i piccoli e gli sconosciuti.
 
[10 settembre 2009]