Molfetta senza regole
A Molfetta sono morti, insieme, i lavoratori e il titolare. Dunque, non si possono utilizzare alla buona passate chiavi di lettura di questo dramma. C'è, in questo nostro strano paese, da capire qualcosa di più. Qualcosa di più psicologico e profondo. Qualcosa che forse va oltre la semplice dialettica storica tra impresa e forza lavoro.
Qualche anno fa, un sindacato confederale, mi chiese di contribuire all'interno di un corso di formazione sui temi della sicurezza sul lavoro. Mi chiesero di occuparmi del "vissuto di rischio" e, più in generale, della percezione di pericolosità e, su come, questa potesse essere tenuta alta. Costantemente e attivamente.
Per svolgere quell'incarico mi trovai a entrare nelle loro aziende. Attrasse la mia attenzione, come ha scritto Pietro Ichino sul Corriere della Sera, come da noi manchi drammaticamente la cultura delle regole. I presìdi ci sono, le regole per la prevenzione anche, ma da un certo punto di vista la nostra cultura nazionale sembra idiosincratica al rispetto delle norme. Anche quando, come in questo caso, il non rispetto delle stesse apparirebbe vistosamente a danno degli individui. Ho scritto non a caso "apparirebbe" in quanto, anche la mia esperienza (compreso il rischio in ambito sanitario) è quella di comportamenti che non esito a definire adolescenziali. Ossia incapaci di vedere avanti. Fermi alla percezione del presente, incapaci di accettare una piccola frustrazione sul momento in cambio di un vantaggio domani.
Sempre Ichino scrive che c'è una sorta di correlazione inversa che lega la frequenza degli infortuni e il tasso di effettività dell'applicazione della legge in generale. E ancora afferma che, in paesi con cultura civica più alta, la frequenza di infortuni cala. Per questo, il nostro paese esibisce un tasso di infortuni nettamente superiore a altri grandi paesi europei.
Mi sembra una tesi molto convincente. Intuitivamente prima ancora che psicologicamente. Nella nostra comunità nazionale, ma a scalare in molti altri livelli sociali e gruppali, sembra che la regola venga rappresentata sempre e soprattutto come un vincolo, un limite. Per non dire una maledizione.
Ma come si creano condizioni, sul lavoro, dove rendere facile fare le cose giuste e difficile quelle sbagliate? Come si creano cornici operative e culture gruppali dove contrastare la visione adolescenziale del rischio? Come si manutiene, in una azienda italiana, una rituale operatività che contrasti il nostro benedetto tratto antropologico idiosincratico alle regole?
Sono domande intrise nel campo psicologico.
Non c'è dubbio che, passare da rischio a evento avverso, porti un costo. Morale e materiale. Prima o poi anche il nostro paese, nei vari gangli socio-economici dovrà accorgersene. La sanità, per certi inevitabili versi, se ne sta già rendendo conto. Ma sono tanti i settori dove questa cultura, e un sapere specifico, dovrebbero trovare spazio.
Non lo diremo mai abbastanza che, una moderna etica del lavoro, passa da una costante e pervasiva attenzione al fattore umano. Nel nostro paese persino più che in altri.
[5 marzo 2008]

