Niccolò Tommaseo, SCINTILLE

«Di popolo e di nazioni parlando, i’ ebbi in mira non altro che la vita loro intellettuale e domestica, il focolare e l’altare, il cuore e la lingua» (N. Tommaseo). In tempi in cui lo straniero spaventa e si straparla della tutela dell’identità culturale di una nazione, dopo averla affossata in vario modo e a vario titolo, leggere un’opera lontana nel tempo ma totalmente sconosciuta, e quindi nuova, come Scintille di Niccolò Tommaseo dovrebbe dar da riflettere. Chi scrive sa per esperienza quanto non sia facile affrontare Tommaseo.
È uno di quei rari autori che ti pongono all’istante di fronte a una miriade di problemi: da quelli meramente filologici a quelli di genere. Quasi ogni suo scritto ha conosciuto più stesure, e ogni stesura a sua volta ha conosciuto una distinta e diversa destinazione a stampa nel corso degli anni. La poliedricità del suo lavoro letterario e la sua tenacia nel voler vivere solo di questo suo lavoro hanno fatto sì che la sua opera nel complesso diventasse una delle più sterminate nel panorama ottocentesco italiano e anche europeo. Come più volte è stato detto da parte della critica “ufficiale” (preciso subito che si tratta di quella parte di critica restia ad affrontare Tommaseo con il dovuto rispetto basandosi perlopiù su un pregiudizio diffuso, e difficile tuttora da contrastare, per liquidarne ogni possibile trattazione nella prospettiva di una corretta ricostruzione in seno alla storia letteraria italiana) ciò che è mancato all’autore fu quel capolavoro che lo ponesse definitivamente tra i maggiori del suo secolo.
In realtà di capolavori ne consegnò più di uno; ciò che non trovò fu l’attento lettore che andasse oltre una lettura di pancia o di pelle, che scavalcasse il più delle volte l’antipatia che il personaggio o l’uomo Tommaseo sapeva procurarsi con facilità, per schiettezza di modi e indole propria alla polemica almeno in giovane età.
Sicuramente va considerata una pietra miliare della letteratura d’ogni tempo, fosse solo per il fatto di non avere avuto né precedenti né epigoni, quest’opera, Scintille, che ora vede nuovamente la luce per le cure di Francesco Bruni affiancato da Egidio Ivetic, Paolo Mastandrea e Lucia Omacini.
In queste pagine è riassunta tutta la natura di Niccolò Tommaseo espressa nelle cinque lingue con le quali seppe cimentarsi: italiano, latino, francese, greco moderno (nella sua variante più dotta però, non quella più popolare che Tommaseo avrebbe conosciuto solo nell’esilio trascorso nell’isola di Corfù dopo i fatti rivoluzionari veneziani nel biennio 1848-49), e illirico, ossia la variante linguistica slavo meridionale che lo ricollegava visceralmente alle sue origini dalmate.
Le Scintille sono un prosimetro il cui scopo sin dal titolo è quello di accendere la fiamma dell’intelligenza di ogni nazione in un’Europa, come quella del XIX secolo, che ancora ignorava cosa fosse un vero sentimento nazionale fondato su un’identità (“indole” la voce scelta da Tommaseo) che si ritrovava nelle radici culturali popolari non in senso populista e demagogico.
L’unica, fino ad ora, edizione a stampa uscì nel 1841 a Venezia pesantemente mutilata dalla censura austriaca che da anni temeva la penna di Tommaseo; un’opera che inneggiava agli alti valori della cultura popolare al fine di riscattarne, attraverso il recupero, la nazionalità sottomessa allo stranierò, non poteva certo circolare liberamente. Già un anno prima un ben più innocuo volumetto dedicato alla memoria di un caro amico aveva subito le conseguenze della censura governativa per via di alcune affermazioni poste nell’avvertenza che facevano riferimenti espliciti all’indole nazionale. Ora vedere in un’opera alcuni scritti in lingua illirica proprio in un periodo storico in cui le spinte autonomiste in quell’area erano sempre più avvertibili sembrava un affronto e una sfida al governo di Vienna. La diretta conseguenza dell’azione della censura fu quella di eliminare dall’opera proprio le prose illiriche, quelle che qualche anno più tardi avrebbero visto la luce a Zagabria col titolo di Iskrice (Scintille). Pregio non ultimo di questa nuova edizione è quella di avere riproposto in appendice il testo originale delle Iskrice compendiandolo di apparato critico e commento, entrambi necessari per la compressione delle prose.
Ma quale disegno soggiace all’opera? «In questo mi pare consista d’ogni nazione la vera grandezza; conservare modestamente e fermamente l’indole propria, le altre sorelle con rispettoso affetto abbracciare» (p 5). In questo primo periodo sono racchiuse tutta la forza e tutte le motivazioni ideologiche di Scintille: la fratellanza tra i popoli è concetto alto e non banale che percorre l’Europa del XIX secolo, dalla Francia alla Polonia, nazioni che ben conoscono il valore del riscatto nazionale, con segno positivo la prima, negativo la seconda.
È un’opera complessa che non può essere certo riassunta in poche righe senza rischiare di banalizzare il significato ultimo, affascina però l’idea di una letteratura che fondata sulla forza del popolo e non solo sulle fredde opere dei “letterati” (sempre connotati negativamente tra le pagine del libro perché scrivono per sé stessi) si opponga allo status quo; ed è, quella di Tommaseo, un’opposizione che scende nel sociale nel momento in cui contrappone il “berretto” al “cappello” stigmatizzando fin nell’abbigliamento la distanza tra popolo e classe culturalmente e politicamente dominante. Ma proprio su questa distinzione che trovava ampia trattazione nella parte illirica dell’opera si sfogò netta la forbice della censura.
Non solo scritti di Tommaseo trovano spazio in Scintille: un’intera costellazione di giovani autori (tra i quali Alessandro Poerio che sarebbero morto a Venezia nel 1848) viene rappresentata al fine di indicare una nuova generazione di autori ai quali il dalmata vorrebbe accendere la fiamma in grado di spargere questo disegno ampio e non demagogico di letteratura popolare.
Accompagnano Scintille un’ampia introduzione che se colloca l’opera là dove la storiografia ufficiale non seppe fare allo stesso tempo accompagna il lettore alla sua comprensione. Un dettagliato ma non pesante commento permette di entrare tra le righe del testo svelandone l’architettura, sorretta da un sapiente gioco di rinvii inter- ed extratestuali. Interessante la ricostruzione delle vicende compositive ed editoriali ricostruite nella Storia del testo. Tre saggi, a firma di Paolo Mastandrea, Lucia Omacini e Egidio Ivetic (cui si deve anche la curatela dei testi in illirico), chiudono il libro offrendo tre riflessioni su aspetti precisi dell’opera: Origini europee e fratellanza dei popoli nel poemetto latino al Palmedo, La Francia di Scintille, Interpretazione delle Iskrice.
Fabio Michieli

