Niente giornalisti a Gaza

da Information Safety and Freedom

I giornalisti e gli operatori dell'informazione in genere, a meno di improvvise e inattese decisioni di Israele in senso contrario, non possono ancora mettere ufficialmente piede nella Striscia di Gaza: lo ha ribadito il ministero della Difesa di Tel Aviv, che ha finora rifiutato a qualsiasi rappresentante di stampa straniera il permesso di accedere a Gaza, adducendo rischi per la sicurezza. Una recente sentenza della Corte suprema israeliana aveva invece stabilito che a otto corrispondenti di giornali stranieri doveva essere consentito l'ingresso nella Striscia. L'organizzazione non governativa svizzera Presse Embleme Campagne (Pec) ha intanto accusato lo stato di Israele di aver deliberatamente preso di mira e distrutto alcuni uffici dei mezzi d'informazione locali: lo scorso 28 dicembre, ricorda la Pec, i locali di Al-Aqsa Tv, emittente di Hamas, sono stati distrutti da un'incursione aerea; il 30 dicembre sono stati bombardati gli uffici del quotidiano Al-Resalah, a Gaza City, mentre ieri è toccato a quelli della radio Sawt Al-Aqsa.
"Di che cosa ha paura Israele?" si chiede Robert Fisk in un articolo sul quotidiano inglese The Indipendent, sottolineando che l'utilizzo del pretesto della "zona militare chiusa" per impedire ai media di parlare dell'occupazione della terra palestinese va avanti da anni. "L'ultima volta che Israele ha fatto questo gioco, a Jenin nel 2000 – aggiunge Fisk, riconosciuto come uno dei giornalisti più esperti di Medio Oriente - è stato un disastro. Non avendo potuto vedere la verità con i propri occhi, i giornalisti citarono solo fonti palestinesi, secondo le quali i soldati israeliani avevano compiuto un massacro; Israele ha invano passato anni a negarlo. Adesso l'esercito israeliano sta tentando di usare di nuovo la stessa tattica destinata a fallire: impedire la presenza della stampa e tener fuori le telecamere".
[Fonte: Agenzia Misna]
 
[7 gennaio 2009]