No international, no party
Per deformazione professionale mista a curiosità, sono andato a spulciare i programmi dei due partiti maggiori, il PDL e il PD, per vedere se c’era qualcosa sulla politica estera.
In entrambi i casi, si ha la percezione di un’Italia sigillata rispetto alla situazione internazionale, nella quale le scelte geopolitiche passano nel tritacarne o dei buoni sentimenti (il PD) o della più totale smemoratezza (il PDL). Il Programma del Partito Democratico afferma, nella sua prima pagina, che “le turbolenze dei mercati finanziari…. sollecitano una nuova regolazione”. Lo sa chi scrive i programmi che le parole sono pietre, e che un partito che arrivasse al potere con progetti di “regolazione dei mercati finanziari” si vedrebbe presto solingo a guardare il mare? E poi, l’idea di un paese del G8, come il nostro, che da solo “regola i mercati finanziari” muove al riso la finanza globale e alla curiosità attenta i nostri concorrenti, che ospiteranno subito i capitali in fuga o quelli che avrebbero dovuto investire nei nostri titoli e nelle nostre aziende? Per l’”adeguata difesa del territorio nazionale”, implicata dal citato art. 11 della Costituzione, si tratta di uno dei titoli della Carta Fondamentale da riformare al più presto. Invece di menarsela con il Federalismo, i politici italiani avrebbero dovuto modificare la Costituzione laddove occorre: Difesa, Sicurezza, Finanza Pubblica, Politica Estera, altro che le autonomie comunali o regionali, invenzioni sataniche che, messe a regime di spesa alla metà degli anni ’70, hanno subito fatto colare a picco il debito pubblico e occupato a sbafo masse enormi di piccoli funzionari, inutilissimi, di tutti i partiti politici.
La “cooperazione tra polizie e servizi di intelligence”, che viene sempre richiamata dalla prima parte del Programma del PD, presuppone una politica estera e di difesa unitaria dell’UE, il che non è, pur con tutta la buona volontà di Javier Solana. La Francia ha idee diverse sul Libano da quelle che abbiamo noi, e la Germania sta sviluppando una politica autonoma di penetrazione economica in Egitto e nel Maghreb. Non abbiamo quindi gli stessi interessi, e quindi non possiamo fare la stessa politica estera.
La politica “mediterranea” del PD è quindi un’ottima cosa, e la definizione contenuta nel programma del PD del mediterraneo come “hub dello sviluppo futuro mondiale” è una prospettiva intelligente. Ma la presenza USA in Iraq ha evitato la diffusione del jihad dall’Afghanistan al Medio Oriente, e regionalizzato, isolandola anche dall’islamismo radicale, la rete di Al qa’eda. E questi sono fatti, non teorie. Quindi la polemica antiamericana del programma del PD sul Mediterraneo è male impostata. Naturalmente, gli USA hanno fatto errori e continueranno a farne, come diceva Churchill, “fino a quando gli americani non fanno per caso la cosa giusta”, ma se non ci fosse stata la chiusura del Golfo Persico con l’Iraq, e la presenza USA ai bordi dell’Iran di Ahmadinedjad, avremmo visto situazioni ben peggiori e il Mediterraneo sarebbe stato ben diverso da quello che possiamo immaginare oggi.
Nel caso del Popolo della Libertà, si risparmia tempo. A parte il richiamo del programma del PDL alla “lotta al terrorismo nazionale e internazionale”, non vi è traccia di una idea sulla politica estera. Un tripudio di osservazioni acutissime sul mercato del lavoro e le tecniche di detassazione, una serie di valutazioni di buon senso sulla riforma della pubblica amministrazione, ma il PDL vive ancora nella illusione, tipica dei maggiori partiti conservatori e centristi italiani della “Prima Repubblica”, che la politica estera è roba difficile, che non interessa la famosa “ggente”. Magari è vero, ma non è una buona ragione per non farla. Visto che la “guerra fredda” è finita, noi non godiamo né godremo più di una difesa a carico della NATO, e non potremo immaginare di mandare i nostri soldati in Libano o in Afghanistan a costruire strade, scavare pozzi artesiani o a distribuire la gettonatissima Nutella ai bambini di Kabul. Si va a fare la guerra per una determinata e chiara politica estera e per i nostri interessi nazionali. Ecco tutto. E la Nutella non guasta.
Ma è bene osservare un elemento che accomuna i due programmi, almeno per quel che riguarda la politica estera. È che se non abbiamo una politica estera e di difesa credibile, la nostra posizione nella divisione internazionale del lavoro sarà sempre meno remunerativa, e ci troveremo, fuori dal controllo delle grandi linee commerciali e dal condizionamento sulle materie prime, a subire, come già accade, la concorrenza di paesi che non fanno politica estera, ma subiscono quella altrui. C’è quindi un nesso tra una politica estera e di difesa che analizza e tiene conto dei nostri interessi nazionali, e il tripudio di progetti di detassazione: se non siamo nel posto giusto al momento giusto (e anche contro la pubblica opinione, se necessario) non ci sarà detassazione che potrà rendere accettabili i salari di un paese che si troverà a subire la concorrenza delle aree marginali del mondo.
[14 marzo 2008]


