NON SONO FELICE DELLA MIA MORTE
Sono le 21 e 30 portoghesi di un giorno uggioso all’indomani della morte di Alda Merini, e ancora mi è faticoso scrivere la nota, l’articolo, o semplicemente «quello» che mi ero ripromesso ieri sera, stamattina, sulla poetessa. Abbiamo tutti letto i necrologi preconfezionati delle prime ore, abbiamo letto i primi articoli della mattina, abbiamo passato rapidamente gli occhi sulle cose che già sapevamo, oggi la morte di Alda è notizia mentre la poesia non lo sarà mai. Intorno ad un feretro varrebbe piuttosto un composto silenzio di rispetto per una donna difficile e certamente extra-ordinaria, intorno alla sua irreverenza infondo elegante, quella eleganza incondizionata che spesso solo dal popolo emerge. È fastidioso dover ancora una volta fare i conti con commenti in cui Chiambretti, Lucio Dalla, Milva (tuttavia splendida interprete delle poesie di Alda), e il sempre più pessimo Costanzo (fra le cui grinfie manipolatrici era tuttavia caduto un uomo ben più importante per la nostra cultura, Carmelo Bene), figurano con molta più ricorrenza di quelli di Spagnoletti, Quasimodo, Montale, Manganelli e via dicendo. In un paese in cui la poesia né si compra né si legge, e in cui anzi sempre più si paga per vederla stampare, nella legittima figlia di quella società in cui quelli come Alda venivano messi in manicomio, e che oggi sono relegati in manicomi virtuali, Alda Merini si era ultimamente trasformata in un personaggio mediatico (certo suo malgrado e in buona fede), in modo che le nostre televisioni potessero annoverare fra gli animali rari anche un poeta, una ribelle, una folle. Funerali di Stato saranno celebrati per chiudere il quadro paradossale del passaggio fra l’anonimo e lo spettacolare di una donna sofferente fuori e dentro le vicende politiche e culturali di un paese a ben vedere molto più strano di lei. Non so se a Alda abbia giovato questa sua notorietà relativamente recente, se abbia lenito almeno un po’ le cicatrici di un’esperienza estrema e cruda. Credo di si, lo voglio sperare. Ma la poesia come entra in questo gioco? E siamo in grado di parlare della poesia di Alda attorno alla sua bara? È quello che cercherò di chiedermi e a cui cercherò di rispondere a più riprese.
È morta la più grande poetessa italiana vivente. Si dice. O anche: la più grande poetessa italiana del ‘900. Frasi irritanti. Vuote di qualsiasi significato. Innanzi tutto perché la poesia non è grande né piccola, È o non-È. Poi perché con lo stratagemma del femminile (credo che la poesia abbia sempre un genere, ma non nel senso di raggruppamenti e squadre. Non stiamo parlando di atletica) il confronto si riduce a poche voci davvero significative nel nostro panorama, confronto in cui si presume peraltro che non sia il caso di includere le autrici di generazioni successive o quelle più recenti, per motivi in parte ovvi in parte dettati da una certa routine critica. Con il «vivente» si riduce ancor più lo spazio di riflessione, poiché Alda Merini era in questo senso l’unica poetessa viva ad aver attraversato la seconda metà del ‘900 e a beneficiare di un sicuro riconoscimento e di una successiva proiezione «mediatica» e fama (si potrebbe aggiungere la Spaziani, ma mi è scomodo dirlo, e «altro dirti non vo’»). Se dovessi poi gettare un’occhiata rapida e retrospettiva, fra le «non viventi» dovrei sempre preferire alla poesia della Merini alcune preziose poesie di Cristina Campo (sulla cui opera breve e intensa fin troppo hanno potuto i pregiudizi: e tuttavia quanto più rigoroso il suo lavoro a livello di una ricerca instaurata fra linguaggio, poesia, misticismo e spiritualità!), o la poco classificabile Amelia Rosselli (se non altro per l’intelligente lavoro sul linguaggio e la sua consapevolezza e conoscenza della poesia europea, con cui cercò di dialogare a vari livelli).
E tuttavia io ho amato la poesia di Alda Merini. Leggevo ammirato, avrò avuto qundici anni. È possibile che sia stata proprio la Merini uno dei primi poeti letti seriamente fuori dal contesto scolastico e dalle antologie. Forse è in quei testi che ho cominciato ha saper leggere poesia, in modo critico, il che conferisce loro senza dubbio uno statuto di autentici testi poetici, cosa non da poco. Ma quegli stessi testi mi hanno insegnato ad esigere di più, e quelle esigenze si sono soddisfatte a pieno, a livello di poesia femminile, nella poesia di altri paesi. Alda Merini, una poetessa non colta, avrà potuto peccare (magari non poche volte) di un certo cattivo gusto, e per la mancanza di una capacità autocritica sufficiente. Ma non ha mai peccato per cattiva fede o disonestà, il che, per quanto paradossale, non è assolutamente poco nel contesto della poesia italiana (specialmente più recente). In casi come quello di Alda Merini, così felici in fondo per la fiducia che hanno saputo riporre in un confessionalismo totalizzante, fatto di una poesia visionaria e paga nel dire le sofferenze estreme di una vivenza psichica e materiale, è molto frequente la possibilità di caduta, l’imitazione di se stessi in testi assai deboli e oramai privi di quella forza e di quella freschezza che avevano avuto (e continuavano ad avere) in momenti di più alta ispirazione. Uno di quei poeti in cui la forza e la debolezza del corpo e dello spirito si proiettano nella forza e nella debolezza della poesia, che non sa altro che assecondare i moti dell’animo. Così si può passare da folgoranti poesie dell’emozione («Io sono folle, folle, folle d’amore per te / io gemo di tenerezza perché sono folle, folle, folle / perché ti ho perduto / Stamane il mattino era così caldo / che a me dettava quasi confusione / ma io ero malata di tormento / ero malata di tua perdizione.»), fino all’estremo opposto di una poesia di sentimento, o peggio ancora di sentimentalismo, quasi da baci perugina («Sono folle di te, amore, / che vieni a rintracciare / nei miei trascorsi / questi giocattoli rotti delle mie parole. / Ti faccio dono di tutto / se vuoi, / tanto io sono solo una fanciulla / piena di poesia / e coperta di lacrime salate…»). Se vogliamo il punto di partenza non separa queste due citazioni, costituito com’è dai frammenti prosaici di una vivenza ridotta al minimo della passione amorosa e della follia, ma la poesia poi non è solo quel che dice, affermazione ovvia, e soprattutto penetra per quel che dice esattamente per come lo dice, la dove forma e contenuto non sono due elementi che soltanto interagiscono, ma sono in ultima analisi un unico oggetto. E quanta differenza nel lavoro stilistico del primo e del secondo testo, anche se dovessimo ammettere che in fondo si tratta di una piccola differenza. Quella sufficiente a fare la differenza. È su questa linea (improvvisata oggi e da continuare domani), che potremmo forse metterci a rileggere la poesia della Merini, facendole giustizia proprio perché non la chiamiamo «la più grande poetessa italiana», ma neanche la rigettiamo infastiditi dalle sue debolezze. E se certamente ci troveremmo a confermare le concessioni facili, specialmente degli ultimi tempi, di una poesia che ha ceduto a se stessa, riscopriremo anche ciò che di veramente bello la Merini ci ha lasciato, dai primi ingenui ma già ironici e acuti testi dell’adolescenza, attraverso libri più o meno riusciti trai quali dobbiamo riconoscere la centralità di La Terra Santa, in cui l’esperienza del manicomio non è penoso lamento, ma spesso inno redentore (e quindi proprio perché non si tratta di un libro interessante soltalto come testimonianza); passando magari per Vuoto d’Amore fino a Clinica dell’Abbandono. Più incerti saremo nel giudicare quella pratica dell’oralità, della dettature, della rifusione, a cui la Merini si è dedicata. Del resto dobbiamo sempre tenere in considerazione la vertente «terapeutica» della scrittura di Alda Merini, e le pressioni che da più lati avrà ricevuto per pubblicare esperimenti non propriamente poetici.
Oggi la Merini è ricordata dall’opinione pubblica per il suo abbigliamento stravagante, per le sue frasi passate in televisione, per le interviste rilasciate nella sua disatrata casa, per le fotografie che la ritraggono nuda. In questo senso Alda è stata una donna esemplare, e avrà cercato di dare una lezione di vita altra, nella quale le memorie del manicomio rivestono un ruolo centrale. Qualcuno avrà colto dal di dentro ciò che però, in linea di massima, è stato piuttosto «visto» (o meglio ci «ha guardato»: la televisione guarda e non si lascia guardare) solo in superficie. La «comunicazione sociale» avrà, anche in quegli spazi ricolmi di buone intenzioni, innalzato i suoi carnevaleschi recinti, in attesa del Mercoledì delle Ceneri. Qualcuno avrà colto, qualcuno avrà letto, qualcuno sarà approdato, dopo la lettura della Merini, a qualche altro poeta. Tutto questo è molto importante. È tuttavia disarmante dover constatare quanto, a livello generale, la poesia (nemmeno quella in fondo semplice di Alda Merini), non sia mai il centro della questione. E constatare che quel suo gesto umanamente aggressivo, anche quello, potenzialmente rivoluzionario, è stato diluito da cavi e antenne, e devitalizzato con lo stesso terribile anestetico con cui il nostro imperatore ha rimbambito gran parte degli italiani. Avranno luogo Mercoledì, singolare giorno, i funerali nel Duomo di Milano. Poi potremo provare più seriamente a ritornare alla poesia della Merini. Fondamentale esperienza minore del nostro ‘900. In sede critica non userei la parola minore, si tratta piuttosto di tornare a riflettere sul nostro canone poetico, e sulla necessità di distinguere livelli fra loro incommensurabili, senza per questo tagliare fuori tutto ciò che non sta sufficientemente in alto, e anzi sempre in nome della generosità.
Ha scritto la Merini: «Non sono felice della mia morte / carissima Federica / eppure me ne dovrò andare / dopo aver perso la fede». Che la terra ti sia lieve, Alda.
[3 novembre 2009]


